martedì 10 aprile 2012

Pablo è vivo




È uscita quasi per caso dal gracchiare confuso di una stazione radio malsintonizzata. È uscita tra omelia monotona di Radio Maria e le notizie del traffico sulla rete autostradale. Saranno stati dieci anni che non la sentivo. Quasi un afflato inudibile, ma per me è stato come uno squillo di tromba. Era “Pablo” di Francesco De Gregori. Roba da pugni nello stomaco.

Per quanto mi riguarda l’opera di quest’uomo è solo quella canzone. Null’altro. Anche se ho passato la mia infanzia a canticchiare le sue canzoni, Pablo è stata la mia colonna sonora.
Lo spago sulla valigia.
Il fumo diviso lontano da casa.
La moglie ingrassata come da foto.

L’ascoltavo solo una volta al giorno, per centellinare le emozioni. Quella canzone ha operato in me una rivoluzione libertaria.
È l’Anarchia ciò che mi resta di Pablo. Che non è una bandiera, non è un comizio, non una presunzione e nemmeno un programma politico; di certo non un graffito su un muro, ma nell’anima. Ecco, una probabilità di redenzione. Che riguarda gli uomini e le cose degli uomini, che riconosce futuro nel mondo perché è capace di immaginarlo. Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo.

Ho sentito l’ombra di tutto questo inciampare nella mia vita a quattordici anni. Mi ero messo per strada, così come fanno i ragazzi che vanno in cerca di niente. Sono inciampato nel solito bar, dove all’interno si vendevano vini bianchi e spume al ginger. Fuori dalla porta c’era una reclame del Rosso Antico, tre sedie e un juke box

C’erano facce da sbandati (tra cui la mia) che se ne stavano ad ascoltare una canzone. La canzone diceva: mio padre seppellito un anno fa, nessuno più coltivare la vite...
Ascoltavo quella canzone come se fosse la mia voce, perché la sua voce aveva rotto il silenzio che io covavo dentro. Mi sono fermato accanto a quel juke box e l’ho imparata a memoria, senza intenzione. Ora non saprei dire cosa sentivo di quella canzone e come potesse avermi scelto per forzare il mio silenzio. So che davanti a quel bar ho cambiato età, e quella nuova non è ancora conclusa.

Pablo è stata la voce del mio silenzio. Anche se scrivo per campare, rimango pur sempre un uomo che non ha abbastanza voce. Non perché possa in coscienza pensare di bastare anche al mio personale bisogno di libero pensiero.

E tutte le volte che sento quel canto anarchico, mi si accappona la pelle.
Quel canto di libertà che in molti si sentono in dovere di ascoltare a pugno chiuso...

martedì 3 aprile 2012

I silenzi di Don Carmelo




Posso sbagliare tante cose, ma di questa ne sono sicuro.
Lo trovo seduto di fianco alla porta finestra che dà sul balcone. Lo sguardo fisso oltre le tendine bianche. Carmelo, Don Carmelo, è alle soglie dei novantanni. Una vita romanzata, ha fatto a piedi tutta l’Italia, da Bolzano a Messina, per andare a rincontrare quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Ma il vero romanzo sono i suoi gesti quotidiani. Una volta andai a prenderlo che pioveva a dirotto. Lui giunse per primo alla macchina ma aspettò fuori, con il suo basco inzuppato, finchè anche la moglie (provvista di ombrello) non entrò in macchina. Poi salì e mi ringraziò per aver aspettato la consorte.

Il suo dialogo verte sul silenzio. Raramente i nostri sguardi si incontrano. Il suo, liquoroso e distante, cerca sempre un appiglio oltre la mia persona. Quando i nostri occhi si incontrano, lui mi sorride. Il quel lampo ci sono tante cose, ma la più chiara è l’affetto: puro, surgivo, primigenio.

La sua figura è schiacciata tra il cuscino che ingentilisce la seduta della sedia e lo schienale perimetrato da una sagoma di acciaio, vagamente anni ’60. La polla che pare fare da involucro alla sedia e a Don Carmelo è buona parte del suo mondo. La televisione è sempre accesa, ma è più che altro un rumore di sottofondo, la colonna sonora della sua giornata. Le mani sono sempre appoggiate sulle cosce, le spalle vagamente incurvate; come se fosse sempre in procinto di alzarsi per andare a correre in risposta di un campanello che non suona quasi mai. Parla poco, sta sempre in silenzio. Ma non è mai annoiante. Mai.

Chissà che silenzio c’è nella sua testa. Che tipo di silenzio. Se è un silenzio che ronza, che riempie le orecchie. O se è un nulla ovattato come quello che filtra da un tappo di cera: quello che passa può essere catalogato come silenzio? Certo, penso di sì.

Oppure se il suo silenzio è un silenzio liquido, uno di quei silenzi neri che ti si formano dentro la testa, in un punto imprecisato del cervello. Un vuoto che si allarga, muto, fino a coprire tutto. Fino ad assorbire toni e frequenze e vibrazioni e timbri e parole e suoni. Inghiotte tutto in un gorgo nero e denso.

O forse no. Forse è un silenzio ipnotico, come quello della goccia che cade nell’antro di una caverna e accorda su di sè tutti rumori del mondo che accade. Un rintocco pungente che non si ferma mai.

Mi perdo delle ore a cercare di capire il suo silenzio. Poi, puntualmente, ad un certo punto, Don Carmelo sposta il suo orizzonte da un vuoto luminoso della stanza ai miei occhi. Mette a fuoco: occhi spalancati, così chiari da sembrare grigi. Dentro i suoi occhi si muove qualcosa; qualcosa di talmente violento che sembra esplodere sotto il cristallo curvo della cornea. Un sentimento intenso e particolare, oggi desueto: è affetto.

Si alza anche se il campanello non suona. Mi appoggia il palmo della mano sulla spalla, mi scarruffa i capelli. “Vai che è tardi – dice in un fado dolcissimo – vai a casa. Onorami ancora della tua visita, in futuro”.

Non mancherò. Don Carmelo, non mancherò...

martedì 27 marzo 2012

La catena di Sant'Antonio




Dunque facendo un rapido conto, tra aliquote varie, Imu, aumenti della benzina e tagli vari il decreto salva Italia costerà agli italiani un bel gruzzoletto.
Con metà di quei soldi il Paese sistema i conti con Bruxelles, con l’altra metà proverà a rilanciare, per quel che può, l’economia. Questo negli intenti dei tecnici. Si tratta di vedere se la seconda parte funzionerà (la prima funziona per forza).

La vulgata comune è quella che siano soldi rubati alla gente per essere dispersi al vento, usati per ulteriori prebende a chi già ne usufruisce, sperperati per dare un senso a quell’esercito di burocrati che paga il contribuente. Pare che questa sia la sensazione di massa, quello che senti dire in fila alla Asl e al supermercato. Allora viene da chiedersi cosa stia succedendo; chi e perché sia riuscito a mettere in testa alle persone che si tratti della più grande rapina del secolo.

In questi tempi mi hanno colpito alcune cose circa le faccende di soldi. Milioni di spettatori stanno attaccati alla tv per seguire trasmissioni in cui risulta con cristallina evidenza come la corruzione, il furto di bene pubblico, il clientelismo, abbiano raggiunto gradi di sfacciata esuberanza mai visti nemmeno nel cuore del disfacimento degli anni ’80. Risultano scioperi, manifestazioni di protesta, esecrabili atti di ludibrio? Non mi pare.

Eppure il frutto velenoso se lo mangia la gente che non ha assistenza sanitaria degna, servizi efficienti, politica affidabile. Quanti decreti salva Italia ci si pagano con quello che si ruba ai cittadini con il malgoverno dei paesi, delle città, delle regioni? I furti li pagano i contribuenti, mica i mariuoli. Ed è incredibile come tutto questo venga buttato giù, senza sforzo, senza un conato. Per cos’altro, se non per questo, ci si dovrebbe aspettare una rivolta popolare? Almeno in un Paese mediamente cosciente, mediamente democratico, mediamente civile. E invece guardi gli inquisiti, i processati, i condannati, aggirarsi per il Paese con la tranquilla protervia di chi è al sicuro; non solo dalla legge, ma dal sentimento del popolo derubato.

Così mi viene da pensare che per una significativa parte della mia gente questo non sia un Paese, ma una torta da spartire fino all’ultima briciola. Mangi tu e mangio io; tu fai i comodi tuoi, io faccio i miei. Il modo per tirare avanti c’è per tutti, volendo.

Ci sarà sempre qualcosa da fare per continuare ad affettare la torta, perché una briciola spetti a ciascuno, anche al più disgraziato. Infatti in questo Paese nessuno muore di fame anche se ha il pane più caro del continente. Infatti, un’impresa sbagliata si può sempre mettere in piedi, tanto mi danno le sovvenzioni. Infatti, alla fine, un lavoro inutile dove ci sia poco da fare, salta sempre fuori; per via di quella conoscenza che apre le porte.

Pensateci bene, amici miei: è la più colossale e perfetta catena di Sant’ Antonio mai vista...

martedì 20 marzo 2012

L'orgoglio di essere uomo



È la mia anima la prima ad accorgersi che la primavera è arrivata, prima ancora della collina di Santa Giulia che mi guarda con occhi spalancati da Levante. Non è un segno tangibile, ma una specie di brezza che mi risveglia l’anima. Annuncia che è arrivata: turgida, madida, odorosa. Colorata.

Ma la primavera è una mera faccenda di profumi e colori. Il verde smorto della salvia, quello brillante del basilico, quello serioso e setoso degli ulivi. Migliaia di nuance per lo stesso colore.
E poi il blu dei narcisi. Dei miei narcisi, che fino a due settimane fa erano appena foglie in germoglio e oggi a guardarle mi viene da piangere. Tutti in fiore, tutti assieme; e io che l’ho pregato e ripregato di fare con moderazione, a turno, di regalarmi il miracolo di un fiore alla volta. Che è il lusso più squisito e proibito che io sappia immaginare. Macché, eccolo, all’unisono in fiore. Decine di campanelle, che se ne infischiano dell’avvedutezza e della parsimonia, vogliono solo essere fiori e godere del loro giorno di splendore. Mi fanno un dispetto ma hanno ragione. Vogliono esistere per la loro stessa funzione: quella di colorare il mondo e la vita.

Tra un po’ anche i petali delle rose planeranno sulle creuze che portano alle pievi di collina. Serviranno ad accompagnare le orme delle spose che si avvieranno agli altari in pietra, mentre gli uomini aspettano sul sagrato rasati e odorosi di una qualche colonia in voga, con la cravatta stretta ad un collo che dal giorno dopo dovrà tollerare pesi che fanno finta di aver dimenticato. 

So ancora immaginare tutto questo, anche se la scena è un po’ desueta: una antica primavera di un’umanità innocente e colma di attesa.
So ancora immaginare il tempo delle fate, il tempo degli incantesimi d’amore, dei canti che finiranno a notte sotto la prima luna del mese, sotto la luna dove tutto cresce.

Vorrei continuare a immaginare tutto questo sino all’ultimo respiro. Vorrei essere un uomo capace di essere testimone di ciò per cui si vive senza l’agonia del sopravvivere.

Ci sarà ancora tra cent’anni e cento ancora qualche chiesa aperta sulla collina, qualche fiore ancora capace di fiorire per me.

Che altro sperare da un giorno di marzo, se ancora mi resta un poco di innocenza e abbastanza orgoglio di essere uomo?...

giovedì 15 marzo 2012

Penne di strada








Facendo zapping sul Web può capitare di imbattersi in scritti che attirano la tua attenzione. È il caso di questo post, scritto da una cronista di un quotidiano nazionale. Di quelle per intenderci che danno ancora un senso al giornalismo: quello prettamente locale, quello fatto sulla strada. Quello vero. Si chiama Eva Del Bufalo e di seguito vi propongo il post, sperando di farvi cosa gradita.



“Mi aspettano, cavolo, sono in ritardo!”. E il suo piede affonda il pedale sull’acceleratore, si sorprende assorto e rallenta, appena in tempo per scalare marcia poco prima di una pericolosa curva a gomito.

Fissa dapprima distrattamente lungo il bordo della strada il guardrail accartocciato su se stesso e un mucchio di lamiere arrugginite, un sottile nastro bianco e rosso delinea appena visibile la curva senza delimitazioni e un segnale stradale: pericolo strada sdrucciolevole.
L’immagine in sequenza, tra il cambio di marcia, il pensiero del ritardo e la strada, si dilegua istantaneamente, per tornare qualche minuto dopo e qualche metro d’asfalto più in là.

“L’appuntamento con il direttore può attendere, sento che c’è qualcosa di strano, in fondo anche questo è lavoro!”, così pensa un cronista di provincia come tanti altri, al suo secondo anno di lavoro, sta per incontrare un entusiasta direttore, convinto che gli affiderà un’importante inchiesta, in preda al più brillante ottimismo mattutino. Le nove meno un quarto, decide di accostare l’auto, istintivamente è condotto verso il luogo in cui la strada è sconnessa e il fiuto gli dice “C’è qualcosa sotto!”.

Prende a camminare, passo a passo, lo sguardo ricerca il suo obiettivo, arriva proprio lì sulla curva ma ci arriva dal campo limitrofo, al di sotto della strada, al di là della delimitazione del nastro, scorge una montagnola di terra ammassata di fresco, la smuove leggermente con il piede,  qualcosa di roseo e rossastro esce fuori prepotentemente.
È una prostituta, probabilmente ventenne, la chiameremo Vania, il corpo è dilaniato con taglio chirurgico, è stata sviscerata come un pesce, gli organi interni sono assenti. Tagliato a pezzi, il corpo è stato accatastato con zelo di ordine e ricoperto. Nessuna traccia dell’assassino, totale pulizia quasi asettica; se non fosse per quel bel viso, nessuno avrebbe scoperto la femminilità di quei resti.
Questo il responso dei primi accertamenti dei NAS, località Ardeatina. Le indagini sono ancora in corso.

Mario arriverà molto tardi al suo appuntamento, ma ciò che ha scoperto quella mattinata lo terrà grandemente impegnato per tutti i mesi successivi, grazie a questo lavoro si potrà dare dignità e rispetto ai resti abbandonati di una donna abbandonata. Vittima ed emblema di miseria e ferocia, due aspetti diversi di un’identica disperazione.

Eva Del Bufalo

martedì 13 marzo 2012

Ma dov'è 'sta Palestina?



Aveva l’aria di chi veramente se ne intendeva. Mostrava di sapere come vanno le cose, perchè non vanno e di chi è la colpa. Prendere l’espresso al bar è anche questo: vivere per una frazione di minuto gomito a gomito con ogni tipo di persone. L’altro giorno ho scontrato le mie orecchie con una frase pronunciata da una signora abbronzatissima, con chilometri di meches e una quintalata di anellame. Denti bianchi da far invidia e il suo bel cagnolino aggrappato alle unghie smaltate.
Ha detto (testuale): “Ma si può sapere una volta per tutte dove cavolo è ‘sta Palestina?”. Questa donna, a occhio e croce, fa parte di quella categoria di umani denominata (approssimativamente) classe media.

Un tempo lontano, aimè, molto lontano, questa particolare classe spiccava in virtù di qualità diverse e concomitanti, non solo di natura materiale ma anche intellettuale. Era gente che ricavava e spendeva non per rendita ma per lavoro. Non avendo rendite di posizione di nessun genere era spinta ad essere libera, sperimentare e di agire nella società. Era portata al rinnovamento, elettivamente avanguardia dei movimenti di pensiero politico e religioso.

Ecco, se la classe media si identifica non per un censo, ma per una forma mentis, uno stile di vita e di lavoro, un'etica di classe, oggi non c'è niente di più stupido che confinarla in uno scaglione di reddito. E oggi non c'è niente di più arbitrario che definirsi membro della classe media in base alla propria disponibilità di reddito o alla sua indisponibilità.

È per questo che in Italia non esiste una classe media, ma solo suoi brandelli. Ciò che con intenzionale mala fede è spesso confuso con classe media, è quella che Indro Montanelli chiamava "la plebe borghese". Mentre i professionisti si indignano perché oppressi dall'impoverimento dovuto alla liberalizzazione delle loro professioni e dall'evenienza di una meno agevole evasione fiscale, i loro colleghi in diverse parti del mondo (anche nel mondo arabo, per esempio) sfilavano per protestare contro un altro genere di impoverimento: contro la riduzione delle spese statali per la cultura. In altre parti del mondo, lontano da noi, ha manifestato la classe media, in Italia la plebe borghese.

Quello che mi chiedo, e vi chiedo amici miei, è: ma questo Paese, questo Stato e questo e i passati governi sanno farsene qualcosa di una classe media attiva e prospera, riconosciuta nella comunità per ciò che sa fare, vuole fare, vuole chiedere, sa pretendere?
O hanno casomai voglia di chiudere i conti e preferiscono vedersela con i più semplici, carnali, interessi della plebe borghese?...

giovedì 8 marzo 2012

Benvenuti nel paese dei balocchi




Ci sono gli orsetti e le paperelle, ma non è il mondo dei balocchi. Si parla con frasi elementari e i pensieri sono raffigurati a fumetti, ma non siamo all’asilo nido. Fa sempre tenerezza prendere in mano il catalogo Ikea. C’è una storia metropolitana che indica come condizione essenziale, per lavorare all’interno della ditta di mobili e accessori svedesi, quello di essere un po’ matterelli.

Questa atmosfera che ti riporta a Pippi Calzelunghe e Winnie The Pooh è adattissima ad un adolescente. Il guaio è che il target di Ikea è il pubblico adulto.

Oltre al tentativo di riportare i consumatori all’infanzia, Ikea si attribuisce una missione ideologica: favorire la giustizia sociale attraverso i prezzi bassi. Se tutti hanno i soldi per comprarsi i mobili trendy, nessuno potrà sentirsi più raffinato di altri. Ovvero, con quattro pezzi di legno – ed una adeguata e costosa campagna stampa – gli svedesi hanno portato ad livello estremamente pratico il concetto di socialismo. Non contenti di arredarci la casa, ‘sti furboni di scandinavi, ti offrono anche il salmone a prezzi concorrenziali. Per non parlare degli hot dog (80 centesimi a panino...).
Il livellamento moderno, per dirla alla Kierkegaard.

In una società come la nostra, inequivocabilmente infantile, Ikea fa centro. Si comporta allo stesso modo di un buon padre di famiglia, che si preoccupa che tutti i figli siano trattati alla stessa maniera.

Non so a voi, amici miei, ma quando entro all’Ikea ho come l’impressione che tutti i problemi possano essere risolti.
Il guaio è che poi, una volta passati dalla cassa, ci tocca ritornare alla realtà...