martedì 18 ottobre 2011

Tagli al bilancio




Ho un rovello nel cervello. Qualcosa non mi torna. Dunque, apro i giornali – aimè, sono costretto – e accendo la Tv – idem -. Tutti mezzi di informazione ci informano che occorre attrezzarsi alla catastrofe. Vanno a ruba i servizi che ci consigliano come affrontare una vita di stenti. Come sopravvivere autarchicamente. La bomba atomica della miseria, vaga pericolosamente sulle nostre teste.

Ma quel dubbio continua a girovagare per il mio – limitato – cervello. Ma non erano gli stessi mezzi di informazione che fino ad un paio di anni fa suonavano le trombe del trionfo, ci riempivano la testa di top manager e top model. Dove i top segretari di partito luccicavano di oro e brillanti. La parole più in auge erano successo e benessere e ricchezza. Parlavano dello stesso Paese? Ma erano proprio gli stessi mezzi d’informazione?

Sì, lo erano. Non ho ma capito in quale misura siano loro ad influenzare gli umori della gente o il contrario (è nato prima l’uovo o la gallina?).

Sia come sia, una cosa voglio tenere ben presente: non mi fido più. Prendo tutto con beneficio di inventario, leggo solo gli editoriali che hanno un basso impatto sulla mia vita di tutti giorni.

Non mi fidavo dei media quando ci descrivevano un paese ricco e spensierato e non ci credo adesso che ce lo restituiscono povero e angosciato.

Nella realtà, ho capito solo che molti di noi dovranno ridiscutere – anche drasticamente – il proprio tenore di vita. Un taglio ai consumi mi sembra ineludibile e, sotto un punto di vista sociale, anche etico.

Occorrono tagli, dunque? Bene. Ho deciso: la prima sforbiciata al mio bilancio sarà destinata al consumo di giornali e televisione...

giovedì 13 ottobre 2011

L'ibernato




Non so se avete mai sentito parlare di ibernazione. Ad una persona vengono temporaneamente bloccate le funzioni vitali con un repentino abbassamento della temperatura. Dopo un periodo X di tempo, la persona ibernata viene restituita alla vita. Mettiamo che una persona si sia sottoposta a questa tecnica, diciamo, una vetina di anni fa. Come possiamo sintetizzargli 20 anni di storia italiana? Proviamo.


  1. Il più grande amico di quello che fu ritenuto il più grande corruttore nazionale, è diventato il leader indiscusso della nazione (nel frattempo è riuscito anche a mantenere la proprietà di tre reti televisive nazionali e il controllo delle altre tre);
  2. Il capo dell’unico partito neo fascista dell’arco costituzionale, è stato eletto terza carica dello Stato (uno dei suoi più fedeli camerata è il sindaco - amatissimo -  della Capitale);
  3. A decidere sulle sorti del Governo ci sono uomini urlanti che pretendono di autodeterminarsi in Padania, territorio compreso nei dintorni del fiume Po;
  4. I partiti della sinistra sono scomparsi, tramite un processo noto come “la sindrome di Taffazzi” che consiste di raggiungere la valenza mono atomica, scindendosi varie e varie volte (gli ex leader comunisti sono in lizza per il Nobel per la fisica molecolare):
  5. è stata istituita l’usanza medioevale della ronda. I neo tutori dell’ordine pubblico sono ex carabinieri e poliziotti e neo razzisti in camicia verde.


Tutto questo è il presente raccontato in stile Bignami (l’opera omnia è molto, molto peggio)
Lasciamo all’ibernato l’ipotesi del futuro. 

mercoledì 12 ottobre 2011

Rivoluzioni geriatriche




Quindi, secondo Roberto Calderoli, i padani hanno il diritto all’autodeterminazione. Sognano di tracciare il loro perimetro, battere la propria moneta, parlare il loro idioma. Magari celebrare i loro personalissimi gemellaggi con i pellerossa o i lapponi (notare quanto lontano i padani vanno a trovare assonanze etniche). Vogliono governarsi perché “si bastano”. Fora dì bal.

In molte regioni d’Europa i partiti di quelli che “si bastano” (e si piacciono) conquistano sempre nuovi successi. Anche i polacchi (sì, i polacchi, perché, non possono?) hanno il suo bravo leader xenofobo, che vuole rispedire tutti gli stranieri a casa. Ma la lista è lunga (dal compianto Haider al francese Le Pen). I leghisti sono in buona compagnia.

Lo so che è una richiesta impopolare, perché anche in Padania c’è chi vede come fumo negli occhi i leghisti e rifiuta di mettere nel suo stemma araldico la polenta, ma sarebbe molto divertente provare ad accontentarli, “quelli che si bastano”.

Vedere come se la cava e come si diverte la Padania sola soletta.
Vedere come camperebbe, leader com’è nella produzione di reumatismi e cassoela. Chissà come si sollazzerebbero su e giù per Ponte di Legno, con Borghezio che canta “O mia bela madunina” con il cappellaccio pennuto e le braghe a mezza gamba.

Nei nazionalismi extraeuropei c’è sempre qualche cosa di pauroso e irruente. C’è la rabbia repressa di milioni di giovani che si affacciano al mondo per riempirlo di pugni. C’è una storia di usurpazioni, di ghettizzazioni. Ci sono storie di imperialismo e di sfruttamento. Poi c’è la guerra, ci sono i morti. I martiri. Una scia di storia da rimettere a posto e i tasselli di una società da ricomporre.

Nei nazionalismi europei c’è invece sempre qualche cosa di squallido e triste. Interessi di misera bottega. Un’antica piccineria di contrada in versione rimbambita. Ogni tentativo di moto insurrezionale sembra una rivolta per le pere cotte in un ospizio.

E c’è il terrore cieco che qualcuno venga a bussare alla porta per chiedere l’eredità...

lunedì 10 ottobre 2011

La sconfitta dell'Uomo-Lasagna



Il fatto è che ci fregano ogni giorno. Non fai in tempo ad abituarti ad un termine che subito dopo ti scontri con un altro neologismo che ti condiziona la vita.
Ieri sera è arrivato un giovane rampante proveniente dal salone nautico di Genova. Oltre ad avere disturbato la normalità olfattiva dell'osteria con i suoi fortissini aromi di emporii lontanissimi, ha spiazzato tutti con una richiesta che ci ha lasciato basiti (io, Brunin, Adelmo e Carmelo il marocchino). Voleva organizzare un brunch per domenica mattina.

Brunin ha accettato, non prima, però, di aver organizzato immediatamente una mini-riunione tra di noi nella saletta dei vini.

Ci siamo informati (ah, Internet che bella scoperta in questi casi...), perchè non vogliamo mica fare la figura degli stupidotti con gente estranea.

Le statistiche dicono che il pranzo domenicale (a casa o al ristorante) è in netto declino, soppianato dal brunch - anglofona crasi tra breakfast e lunch – che si consuma in tarda mattinata. Tra le pietanze che vanno per la maggiore spicca il pancake (una spugnosa fuffa che sa di dopobarba), imbibito di sciroppo d'acero (assieme al baseball, le uniche cose americane fin qui giudicate non esportabili).

Non saremmo più, quindi, dei contadini inurbati, ma cittadini del mondo. L'anziano uomo-lasagna, stordito dal suo ripieno, si avvia barcollante sul viale del tramonto sostituito dal croccante ragazzo-bacon.

Sono un tradizionalista, ma è difficile arroccarsi in difesa della nobile abbuffata domenicale. A parte il richiamo dell'unità famigliare, il torpore oleoso che si protraeva almeno sino al Novantesimo minuto, non appartiene, aimè, alla salubrità e fa certamente a pugni con i metabolismi contemporanei. Gli anziani, che di solito governano questi antichi riti, discendono da avi che avevano un fabbisogno calorico illimitato; gente avezza alla bicicletta, alle zappe, ai badili. È per persone come quelle che qualche nonna ebbe a inventare la lasagna, terrifica summa di proteine, grassi e carboidrati.

Oggi quando vedi verso le tre di pomeriggio, le Uno e le Duna ridiscendere dai colli cariche di nonni e zii sonnecchianti a minima velocità, non puoi che ammirare lo forzo sacro che i commensali hanno fatto per rispetto di una tradizione secolare. Hanno aliti ribollenti e guidano con braccia saldate al busto da sughi di cinghiale e vini della casa.

Se lo sciroppo d'acero è alle porte (come sembra essere) non è nella tradizione offesa che troveremo la forza di reagire.
La smettano le nonne in ansia di minacciare il nipote in fuga con porzioni smisurate di tradizione. E non provino nemmeno, non dico ad imbandire, ma a pronunciare la parola brunch (avremmo tavole trafficate di taniche di sciroppo d'acero e aceto balsamico).
Provino piuttosto a sezionare la liturgia tradizionale in piccole parti, in porzioni umane. E a trarne il meglio, l'appetibile, l'affascinante. Il poetico.

La qualità, non la quantità, ha sempre la meglio. E chissà che non sia possibile, in questa chiave, tramandare ai posteri anche la lasagna, svuotata da qualche intruglio e abbassata dal suo volume tipo Dizionario Zingarelli a quello di un tascabile...

venerdì 7 ottobre 2011

La casa di Franco



C’è una barzelletta che impazza sul Web. Sentite: c’è un uomo che va in banca e chiede all’impiegato un prestito per comprarsi una casa. L’impiegato risponde: “Ci sono qui pronti 200mila euro”. Allora l’uomo insospettito dice: “Non mi starà mica prendendo per il culo”. L’impiegato: “Certo, però ha cominciato prima lei...”.
Fa ridere, ma è la fotografia esatta di ciò che sta succedendo in questo momento, in tutte le banche d’Italia.

Ho raccontato la storiella da Brunin. Hanno riso tutti. O quasi. Franco non rideva. Lui aveva una casa in campagna dove viveva con la famiglia. Poi un errore, e le banche se la sono portata via. Terribile. Gli hanno portato via l’anima, altro che un immobile. Da quel giorno Franco è sempre più taciturno. Non scortese, ma triste.

Gli hanno portato via una soglia su cui sedersi per fumarsi la prima sigaretta della mattina, i travi che sostenevano le allegrie serali degli amici. Penso che ad ognuno spetti la sua casa, ad ogni casa spetta la sua famiglia. I segni di quella casa, Franco li cerca ovunque. Era la casa dove era nato e cresciuto, una casa di contadini.

I grandi muri di pietra intonacati a calce. I muri vivi, che respirano notte e giorno; che ti ci appoggi d’inverno per averne calore e d’estate per riceverne freschezza. Il grande sasso sotto cui mettersi al riparo da ogni cosa.
E poi le piante, la verzura. I contadini non tengono in nessun conto i giardini, ma amano ingentilire le loro aie e i loro orti. Il pergolo, appunto, per l’ombra e l’uva dolce per i bambini. E per i bambini anche il nespolo e il pero e il susino. Il fico per gli ospiti improvvisi e per i merli canterini; la siepe di alloro, quella di rosmarino e la lavanda, per gli odori. La palma per la signorilità e il buon augurio.
Quando ne parla Franco – perchè ancora ne parla, quando il Vermentino disattiva il dolore e dà briglia sciolta al ricordo - non tira mai in ballo mobilio e arredi e piante, ma menziona sensazioni, rumori, odori, sentimenti dell’abitare. Una strappo alla regola lo fa quando descrive la sua libreria, grande il giusto per contenere l’estro dei buoni romanzieri e quando parla della sua grande poltrona che conteneva i sogni della sua pennichella pomeridiana. Quando parla della sua casa a Franco gli brillano gli occhi.

Tutto questo gli avete portato via. Gli avete portato via il cuore. Banche, Equitalia, Gestione Entrate e compagnia briscola.

Portate via il cuore alla gente...

mercoledì 5 ottobre 2011

Ciao, Claudio...




Era un mio amico. Niente a che fare con affinità culturali e roba del genere; era uno di quelli con cui sono cresciuto assieme. Roba di palloni Rifle, saracinesche svirgolate e bestemmie. Sta di fatto che ci vedevamo una dozzina di volte all’anno e ci lasciavano un po’ alticci dalla troppa birra con una dose di buonumore che ci durava per la volta a venire.

Claudio ha cercato di insegnarmi un sacco di cose, ma io non imparato niente: non ho mai avuto il fisico, non dico la testa, per stargli dietro. Ha provato a spiegarmi cose che si imparano all’università della vita, con docenti di strada e testi che si imparano per via orale. Claudio era per la retorica. Per me faceva parte di una aristocrazia proletaria che non ne esisteranno più. Regole ferree da applicare alla vita, senza che nessuno ti obblighi a farle; aveva la sua Costituzione a cui attenersi. Non aveva bisogno di interposte persone. Claudio, “il Ghiro” era fatto così. Prendere o lasciare. Io ho preso, da sempre.

Lui era un palo di querciolo piantato in mezzo alla mia vita. C’era, semplicemente. C’era anche quando non lo vedevo. Cosa ci sta a fare lì? A prendere colpi e a resistere ai colpi per l’eternità. E a ammaccare un bel po’ di quelli che ci si sbattono addosso, anche se poi nessuno ha piacere di andarlo a dire in giro che le ha prese da quel palo matto.

A me Claudio ha sempre sorriso. Sempre. E questa è una cosa bellissima. Anche l’ultima volta. Mi ha detto: mi sa che stai prendendo una brutta piega, mi sa che prima o poi quelli lì ti fregano.

Può darsi Ghiro, ma che ci posso fare? Io ci ho troppa paura a stare lì, solo, in mezzo alla strada. Anche a resistere un po’. 
Mi prenderanno nel sonno. 
Come hanno fatto con te...

domenica 2 ottobre 2011

Guida ai piaceri minimi



Intorno al tavolo dell'osteria di Brunin, tra una mescita e l'altra, sgorgano le discussioni più strane. La fauna più eterogenea si agglutina intorno al Vermentino e alle bruschette al pesto (anche perfetti sconosciuti vi assicuro. amici miei).

Ad onor del vero, la crisi canalizza le discussioni verso l'ascetico, il trascendente, visto che il contingente non è gran cosa.

L'impiegato dell'anagrafe scala vette inesplorate, il bancario entra in uno stato catatonico per andare oltre lo scibile intonso.
Non mi fatto per nulla impressione, quindi, sentire Arnaldo – di professione rappresentante di suppellettili nautici – citare, e condividere, un aforisma di pietra pronunciato da Colin Wilson. Dice: “Privato dai significati che oltrepassano la sua esistenza quotidiana, l'uomo si riempie di livore e di disgusto”.

Non sono d'accordo. Perchè tanto spregio per il tranquillo tran tran quotidiano?
Conosco diversi casi (tra i quali, per esempio, il mio) nei quali è proprio la vita quotidiana che preserva dal “livore e dal disgusto”.

Naturalmente occorre averne una, di vita quotidiana, da sbrigare e onorare. Dico gli affetti, la socialità minima, la cura dei figli. L'andare a fare la spesa nei negozietti, dove magari il salumiere ti saluta anche per nome.

Per non parlare dei piccoli traguardi minimi come l'appuntamento domenicale con la partita del Genoa o le partite di Coppa al mercoledì.
Lo sfoglio di un libro nuovo.
Una birra gelata.
Un piatto di spaghetti al pomodoro e basilico manufatto dalla mia Giusy.

E poi, ancora, l'innaffiamento e l'emulsione del mio basilico – alla cui compagnia invernale ho provveduto tempo fa con l'acquisto di quattro bulbi di Narciso, che ora sono in gestazione sotto quindici centimetri di terra torbata, e una pianta solanacea -: nel suo piccolo anche questa è un'attività solenne al limite con lo zen.

A venirmi incontro in questa visione di una vita appagata dai piaceri minimi, ci ha pensato niente meno che Ermanno Olmi,ospite di Fabio Fazio nella trasmissione “Che tempo che fa”. Di lui mi ricordo una frase pronunciata nel 2001, in occasione di un'intervista per i suoi settanta anni.
Disse: “Potrei sopravvivere alla distruzione di tutte le cattedrali del mondo, ma non potrei mai sopravvivere alla distruzione del bosco che vedo ogni mattina quando apro la finestra”.

Ecco, proprio questo volevo dire.
Grazie, Maestro...