domenica 18 ottobre 2020

"Il tempo che faceva", il romanzo delle emozioni perdute

 


Passeggiare per le vie, sedersi su una panchina ad osservare il mare, imparare da Hamid “la difficile arte della solitudine”, condividere al Bar Gelateria chiacchiere senza tempo.

Alla casa di riposo Bell’Età ascoltare “il blaterare ossessivo della signora Pesce” e rimanere incantati dai racconti di Gelinda.

Una donnina che è memoria storica della comunità e protagonista di “Il tempo che faceva”, pubblicato da AltreVoci edizioni.

Un testo che con delicatezza parla di incontro tra solitudini, trasformando l’amicizia tra un’anziana e una ragazzina in un cerchio magico.

Beata, considerata la scema del villaggio, abituata ad essere scartata, finalmente trova il suo faro.

Impara lentamente a cogliere in sè stessa talenti e gioie, palpiti e paure.

Due generazioni che nel cammino comune si regalano speranza.

“L’inaspettato attendeva chi aveva il coraggio di perdersi”.

È quello che succede al lettore, trascinato in una storia semplice, pura.

Ci si emoziona e si sorride, ed è come “osservare il fuoco nel camino. Non smetterebbe mai. Un’ipnosi dolce, memorabile, rigenerante.”

Aldo Boraschi tiene in pugno due tempi narrativi, alterna presente e passato intrecciando emozioni.

Valorizza il ricordo, lo preserva, lo coltiva come una pianta rara.

“L’amore è come il gelato.
È una meraviglia imperfetta”.

I guizzi poetici, le estrose osservazioni, una grande passione per la letteratura, il rispetto per il diverso, l’acuta analisi delle scelte di ogni personaggio rendono il romanzo un’esperienza che lascia tracce.

La trama ricca di eventi non è dispersiva, si raccoglie in un ritmo che carezza.

L’uso della parola molto curato, il tratto deciso nelle descrizioni, il messaggio forte sono pregi che affiorano in ogni pagina.

Nel finale siamo tutti coinvolti e accogliamo l’invito a resistere, disobbedire, volare.

lunedì 12 ottobre 2020

PROBABILMENTE IL PIÙ BEL ROMANZO GIALLO IN CIRCOLAZIONE

 


La Donna Francese è un romanzo giallo che si dipana tra terra e mare, tra sogno e realtà, tra scorie di città e vecchie balere lontane e fumose. Niente è definitivo, tutto è incerto, serrato in una cortina di nebbia che impedisce fino alla fine al lettore la soluzione dell’arcano. Il filo rosso che lega tutto è un amore languido, esile, avvolgente, misterioso che diventa di pagina in pagina sempre più despota. Il burattinaio è una affascinante donna francese, apparsa come per caso tra le nebbie appenniniche per stravolgere l’esistenza ad un foto reporter che si accinge a cambiare vita, cercando di estorcere un futuro al proprio destino.
L’evolversi degli avvenimenti mette in moto un carosello che si muove tra personaggi sorpresi tra luci, ombre, vorticose spirali di sogno e passioni amorose. Il finale stravolgerà tutto, svelando un intreccio sorprendente, con il protagonista intento a tirare le somme di una esistenza.
Ma la vita, si sa, non è un conto che torna...

giovedì 8 ottobre 2020

IL LIBRO DEGLI "ULTIMI"

 


Beati gli ultimi, che saranno i primi.
O forse no. Forse i disagiati, i relitti ed i pazzi perderanno. Non arriveranno mai al traguardo.
Quando la solitudine accende la follia, solo allora l’uomo scopre la propria bestialità, regredendo fino ad annichilirsi.
Un racconto tanto vero quando triste che tocca l’anima, che viaggia a ritroso in un’Italia rurale che non esiste più, se non nei ricordi dei vecchi e nei sogni dei folli, ma che melanconicamente ci regala emozioni e dignità.
Sante, Duilio, Serena.. ma anche Claudio e Domenico. Tutti pezzi del puzzle che, una volta riuniti, mostreranno una impervia verità.
Ancora una volta, un superlativo Boraschi lancia il sasso nel centro del lago, nel punto più scuro e profondo.

SCHEDA:

Titolo: L' arte della solitudine
Autore: Aldo Boraschi
Editore: I Libri di Emil
Collana: Composizioni
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 27 giugno 2019
Pagine: 150 p., Rilegato
EAN: 9788866803089

DESCRIZIONE:

Sante Bruni è un giornalista,vive a Bologna con la moglie Elide, combattuto tra le insoddisfazioni professionali e il dolore per la paternità che non arriverà mai. Eppure la sua vita non è solo questo. Fuori dalla sua casa, in fuga da se stesso e da ataviche domande senza risposta, incontra Duilio, Serena, il mondo degli ultimi, avanzi di mondo. Passato e futuro si incontrano, inesorabilmente, davanti al deserto della verità presente.

venerdì 23 agosto 2019

La voce di Dio









È un’alba strana. Quella di oggi. Ogni alba è diversa, invero. Diverse combinazioni di colori, diversi profumi, diverse musiche. A volte è un’alba silenziosa, a volte il silenzio del mondo inciampa nella grida dei gabbiani. A volte è sporcata da un vento feroce e intermittente, una frusta fallata, una balbuzie di tramontana.
Quest’oggi è un’alba silenziosa e lattiginosa.
Quest’oggi è un’anticipazione di Dio.
Perché io oramai sono fatto così, un vecchio anarchico profondamente religioso e senza una chiesa di riferimento che rappresenti l’una e l’altra parte di me.
Lo accetto e mi sono costruito attorno un recinto insonorizzato. Perché tutto, lì dentro, può entrare tranne il rumore e l’ostentazione. Perché è il silenzio la musica del mio rapporto con Dio, perché l’assenza di rumori è la voce di Dio, del mio Dio.
Ed è per questo che quel rosario brandito come un’arma nei comizi, nelle aule parlamentari (laiche, fino a prova contraria), nelle spiagge urta profondamente il mio modo di essere. Come del resto trovo intollerabili i proclami politici di Bergoglio e gli attici dei cardinali.

Il rapporto con Dio è un mero affare di amore, di condivisione, di comprensione. E di silenzio.
Il fiore della Madonna, tanto inneggiata negli stabilimenti balneari, è la rosa.
Avete mai sentito una rosa parlare?...

domenica 3 giugno 2018

Ecco il nuovo progetto di Matteo Renzi








Nessuno me lo toglie dalla testa: Matteo Renzi sta costruendo le basi di una nuova forza politica.
Considerando il suo inesausto curriculum politico (fateci caso: è sulla breccia da una decina di anni, ma sembra coevo di Giorgio Napolitano), potrebbe chiamarla, che so, la Cosa 5 o 6. È stato segretario del Pd, presidente del Consiglio, candidato premier del centrosinistra: tutte e tre le cariche in pectore, naturalmente. La sua peculiarità è quella di prendere tremende scoppole (vedi referendum, scissioni, esiti delle elezioni) con la rara capacità di incassare il colpo senza spettinarsi.

Ora lancia il guanto di sfida alla compagine di Governo con una coalizione Repubblicana, strizzando palesemente l’occhio ai sodali di Forza Italia (anche loro, malinconicamente, sul viale del tramonto) e a tutti i partiti dell’arco costituzionale purché non abbiamo nuance grilline o leghiste.

Come in tutte le altre coalizione che lo sostenevano, cerca di incollare i pezzi del suo personale collage, fatto più o meno con gli stessi pezzi, ma ogni volta con una composizione leggermente diversa, come un virtuoso dell’ikebana.

Esattamente come Di Pietro, la sua sfortuna è quella di non capire che quando una cosa riesce a meraviglia, è meglio non sfidare ulteriormente la sorte. La storia dei due è molto simile.
Renzi con lo straordinario successo delle europee del 2014, Di Pietro con l’arresto di Mario Chiesa, avevano segnato un gol alla Messi. Lo stadio li applaudiva, la critica li osannava. Li aspettava la gratitudine eterna del popolo e una bella doccia calda.

Perché insistere?...


venerdì 20 aprile 2018

Attenti a quei tre!










Ci sono giorni, per fortuna anche solo attimi, in cui la vita assume le sembianze di un grumo oscuro di colpe. Senza possibilità di redenzione. A volte si è quasi risucchiati in questo vortice di afflizioni che ti segnano per tutta la vita. Una sensazione claustrofobica e cupa, sovente suggerita da episodi minimi, come quella che ho vissuto non più tardi di qualche giorno fa, durante l’andata in onda di una puntata del “Grande Fratello”.

Buona parte della puntata – che, vi giuro, è andata in onda in prima serata, su un canale nazionale e per tre ore abbondanti - verteva su parole di luciferina vuotaggine di Cristiano Malgioglio e Simona Izzo.

Le loro cazzate si spingevano nei meandri della psicologia, andando a tastare il terreno minato delle cause dell’eterno dibattito tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato. La D’Urso assisteva e, talvolta, faceva faccine e dava pericolosi consigli. Ero quasi impietrito davanti allo schermo, incapace di premere il tasto del telecomando per evitarmi questa agghiacciante performance. Nonostante la mia paralisi fisica il mio cervello continuava ad arrovellarsi.

Ho pensato nell’ordine che il direttore di rete ha fatto male a concedere il benestare a questo insulso spettacolo.
Che, una volta che sciaguratamente hanno concesso l’andata in onda, avrebbero dovuto almeno vietarla ai minori; non tanto per i lati B e le tette concesse a piene mani, quanto per il terrificante messaggio della trasmissione.


Poi ho pensato che la Izzo e Malgioglio hanno fatto male ad aprire bocca.
Che Barbara D’Urso ha fatto male ad invitarle.
Poi ho pensato che ho fatto male a non cambiare canale (anche se le mie dita erano come anchilosate e la pila funziona ad intermittenza).
Che faccio male, in generale, a guardare la televisione e i reality in particolare.
Che forse ho fatto male a comprare la televisione.
Che la vita non ha senso.
Che fa più male un’ora di Barbara D’Urso che due settimane nella città più inquinata del mondo.
Che infine moriremo tutti quanti (Simona Izzo, Cristiano Malgioglio, Barbara D’Urso e io) segnati per sempre dall’insensato attimo vissuto insieme.

Infine penso che ho fatto malissimo a dedicare queste righe al Grande Fratello.
E che voi avete fatto malissimo a leggerle...

mercoledì 18 aprile 2018

Esclusivo: nuove ipotesi di Governo







Un colloquio tra un qualunquista e un altro qualunquista (Di Maio e Salvini) occupa intere pagine di tutti i giornali e settimanali con toni del tutto simili a quelli che hanno accompagnato gli incontri tra Israele e Palestina.

Ma nessuno si deve allarmare. Anzi. Lo scollamento tra società e politica ha raggiunto limiti talmente alti che alla frenesia isterica della prima, corrisponde appena un fremito della seconda, geneticamente catatonica.

Ma su questo leggerissimo fremito, purtroppo, sono sintonizzati tutti i sismografi dell’informazione (e dei social in particolare).

Massimo Cacciari, tempo fa, con felice intuizione, definì l’agone politico come un “un caos immobile”.

I fatti di questi giorni sembrano però dar torto all’acuto maitre a penser della politica italiana.
Infatti, da Brunico a Trapani, da Bari a Domodossola, carovane di cronisti/e e sciampisti/e (non vorrei che la Boldrini se ne avesse a male), intasano autostrade e tangenziali per raccogliere dichiarazioni surreali.

Il tenore è questo: Toni è d’accordo con Pino, ma disposto ad incontrare Ciccio, purché non discrimini Berto. Sono quindi interessati a Gianni, ma non ostili Nando.

Nel frattempo in Siria succede, incidentalmente, qualcosa di importante e gli operai vanno in cassa integrazione.

Di questo, certo, ne parlerà Giobatta a Breccanecca, potete scommetterci.
Certo, se ne parlerà in un conclave, aperto a Renzo, ma non ostile a Mimmo O’Meccanico...





lunedì 16 aprile 2018

Dove finisce il diritto di cronaca







Può, una persona pubblica, decidere di chiudere il sipario e vivere come vuole? No.
Può decidere di appartenersi e basta? No.

Isabella Biagini non ha potuto, sicuramente. Venne immortalata su una panchina di un parco pubblico coperta di stracci. Accortasi del maligno flash, fece il debole (e inutile) gesto di difesa per proteggersi il viso, la sua vita, il suo passato. Tutto inutile. Per tutta risposta, il settimanale Oggi, la trafisse a tradimento, pubblicando in prima pagina delle foto palesemente estorte. Il servizio all’interno del rotocalco era condito di quella sordida pietà da salone di parrucchiere: “poveretta come è ridotta, non sembra più lei”.

Il tutto, naturalmente ribattuto dal “Messaggero” - per solidarietà giornalistica, forse – con feroce puntualità, arricchendo il servizio con tanto di foto della Biagini quando era “bella e famosa”. La D’Urso fece il resto.

Correte in edicola, per pochi euro potete ammirare come gli anni ingrassano e imbruttiscono e sviliscono e fanno perdere (apparentemente) la dignità.

Come è facile, in nome della pubblica opinione e dell’abusato”diritto di cronaca, sputare sul presente di una persona che fu pubblica.

Se potessi, manderei un mazzo di fiori sulla lapide della signora Biagini, se solo fossi ben certo che lei, oramai prossima alla fragilità del Cielo, non lo considererebbe l’omaggio di un giornalista...




sabato 20 agosto 2016

Facce da crisi...



Quando sento Daniela Santanché definire tragica la situazione del paese dal suo gazebo versiliano o il neo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia annunciare dal finestrino della sua Porsche che una cappa di piombo grava sul Paese, mi viene in mente una storiella, in pericoloso bilico tra leggenda e realtà.

Il protagonista di questo gustoso aneddoto è un ex ministro degli esteri inglesi, Mr.Brown, un laburista che divideva la sua passione politica tra giustizia sociale e superalcolici.


Dunque questo Mr.Brown era ospite di un ricchissimo emiro arabo, che aveva imbandito per l'ospite inglese una pantagruelica cena. Per tutta la serata, tra una portata e l'altra, quando non aveva la bocca piena di aragosta, l'emiro continuava a dire a Brown: “Sapesse, amico mio, quando soffrono i popoli arabi...”. Brown, non si sa se più irritato per l'assenza di alcolici o per le appiccicose lamentazioni dell'arabo, resse a stento sino alla fine del banchetto ma alla fine sbottò e disse: “Mi scusi se glielo dico ma tra la sua faccia e la sofferenza, non c'è nessuna possibilità di dialogo”...

martedì 16 febbraio 2016

Unioni civili e incivili



I delitti in famiglia, in cinque anni, sono decuplicati. Sì, avete letto bene: dieci volte di più. Mariti che uccidono le mogli, mogli che strozzano i figli, figli che sparano ai genitori. Il più delle volte, senza una ragione. Senza un movente comprensibile da una persona mediamente sana di mente.

L'argomento è troppo grande per farne materia di semplificazione o, peggio ancora, di polemica. Tanti ne hanno scritto, in questi ultimi tempi. Anche chi – e sono, aimé, la maggioranza – quel giorno era in vena di sporcare un foglio con sciocchezze.

Mi aggiungo alla schiera e voglio buttare un piccolissimo sasso nello stagno.
Vorrei chiedervi se ciò che oggi chiamiamo “famiglia” (nel senso di madre, padre, due figli: niente a che vedere con le affollate tribù di una volta) corrisponda ancora al famoso “nucleo fondante della società”, benedetto dalla Chiesa e dallo Stato.
Oppure non sia anche un guscio, chiuso e impaurito, dentro al quale implodono e si guastano irrimediabilmente umori e rapporti, amori e sana gelosia, libertà e comprensione.

Il dibattito sulle unioni civili, sulle famiglie allargate, su nuovi diritti e nuovi rapporti che discendano non più dai vecchi assetti (oramai completamente svuotati di significati), ma dalla dignità di ciascun individuo, è anche un dibattito di civiltà contro l'ideologia monocratica che la famiglia tradizionale sia la sola salvezza possibile contro la deriva della società moderna.

Giorgio Gaber, di contro, cantava tanti anni fa che “la strada è l'unica salvezza”.
Erano canti del '68, certo. E le voci erano dei sinistroidi o delle zecche, sicuro.
Ma almeno qualche cosa, i sessantottini-sinistroidi-zecche, magari lo avevano capito.

E forse prima del tempo...

martedì 22 dicembre 2015

Lettera a Gesù Bambino




Questa è una piccola preghiera di Natale che voglio idealmente mettere sotto il piatto di tutti i miei lettori.

Caro Gesù Bambino, siamo qui in attesa che qualcuno apra finalmente una stalla per poter permettere a tua mamma di partorire e tu possa nascere. Lo stiamo facendo in allegria, come tu stai vedendo, perché sappiamo che, nonostante tutto, sarà un parto felice. Inutile dire che siamo ansiosi di vederti al lavoro, perché qui, come hai potuto vedere, di lavoro ce ne è tanto. Ma proprio tanto. Quindi hai poco tempo da perdere, mettiti al lavoro. Sin da ora – quando ancora i Re Magi si stanno chiedendo dove diamine si sia posata la stella cometa – comincia ad esercitare la Tua immensa pietà, la Tua sovrana giustizia, la Tua divina saggezza.
P.S: Avrai già visto i Re Magi, grazie alla Tua infallibile preveggenza: ebbene lascia perdere quello con la felpa, quello è Salvini, poi ti spiegherò in privata sede, se vorrai.

Abbi pietà, o Gesù Bambino, di tutti gli impiegati di banca che hanno consigliato ai pensionati di acquistare carta straccia al posto di azioni bancarie. Ma giudica severamente, o Gesù, quelli che li hanno obbligati a fare questo brutto gesto. E sii più severo con coloro i quali licenzieranno questi impiegati per pagare le conseguenze di azioni che loro stessi hanno imposto. Non avere pietà, o mio Signore, di chi dice: così va il mondo, perché questo è solo il mondo come vogliono loro. E non avere pietà dei sindacalisti che non hanno più bisogno di bussare alla porta del direttore generale, ma non sanno più come entrare in un ufficio per lavorare.

Non farla passare liscia a chi dice che la ricchezza del mondo è dentro ai listini della Borsa e abbi pietà invece per le vacche che fanno latte, i campi che fanno grano, gli alberi che fanno i frutti perché sono diventati carta per accendersi i sigari nelle trattative tra i colossi della finanza.

Giudica severamente, o Gesù Bambino, i soldati del Male dell'Isis, per tutte le atrocità che hanno fatto al loro popolo e agli altri. Ma altrettanto severamente giudica i suoi giudici, che li hanno cullati nel loro nascere, che gli hanno dato le fiale del veleno e i proiettili dei loro cannoni. Non transigere, Signore, con chi produce e usa armi contro i tuoi figli. Sai bene, Tu che tutto sai e tutto puoi, i loro nomi. Sii inflessibile con chi si arricchisce con la miseria altrui, con chi dice: così va il mondo, e quel mondo l'ha costruito lui.

E infine abbi pietà di noi, che siamo qui a nutrirci di frutti di una terra e del lavoro di uomini che non saranno chiamati alla nostra tavola.

P.S: Se ti avanzano cinque minuti butta il Tuo occhio benevolo e misericordioso anche sul Genoa, che di questi tempi non se la sta passando bene. Per referenze chiedi a Don Gallo...







lunedì 21 dicembre 2015

Il calcio che vorrei



L'allenamento è finto. C'è nebbia, nebbia fitta, come un muro bianco che copre il campo. Fango, terra e sassi. Giamma si ferma a guardare quel rettangolo marrone. Guarda il fango, la terra e i sassi che gli hanno fatto uscire il sangue dalle ginocchia, che gli sono entrati dentro alla scarpe, dentro alla vita. Pensa a quella molla maledetta che gli fa in iniziare ogni anno un nuovo campionato, anche quando le primavere sono tante.
“Non stiamo mai insieme”, dicono moglie e figlie.
“Meglio il calcetto”, dicono gli amici del bar.
“Pensa al lavoro”, dicono i genitori.

Giamma ci pensa e sorride. Ma che ne sanno loro di cosa significhi il calcio, quel calcio.
Che ne sanno loro della tensione del sabato sera, quando la domenica si gioca la partita dell'anno. Che ne sanno loro di che cosa si prova quando quello che ha segnato viene ad abbracciare te per primo. Che ne sanno della tensione di quando il mister annuncia la formazione e la maglia numero sei è la tua, ancora una volta. La fascia da capitano stretta la braccio.

Che ne sanno loro? Che ne sanno delle corse che hai fatto per non saltare l'allenamento e quando arrivi sono tutti in circolo al centro del campo a sentire il mister che spiega gli schemi. Che ne sanno di quel gol che hai salvato sulla linea tanti anni fa ma te lo senti addosso come se lo avessi fatto cinque minuti fa. Che ne sanno loro. Che ne sanno loro di come si sta quando sei 1 a 0 a cinque minuti dalla fine. E delle lacrime calde che sgorgano quando loro segnano proprio quando oramai ti sentivi sotto la doccia. Che ne sanno di come riesci a capirti con un compagno di squadra con uno sguardo che dura come il gemito di una puttana. Che ne sanno loro? Che ne sanno della fatica che ti blocca i polpacci alla mezzora del primo tempo, ma tu stringi i denti e arrivi sino alla fine e piuttosto di chiedere il cambio ti faresti amputare i testicoli. Che ne sanno del dolore che provoca un calcio negli stinchi e del dolore che si prova dentro all'anima quando segna l'uomo che dovevi marcare. Che ne sanno dei calci che hai dato e delle gomitate che hai preso in mischia, lì al centro della tua area. Che ne sanno delle strette di mano sincere con i tuoi avversari, della sicurezza che ti dà la prima entrata in scivolata sulla palla, di quanto sei stremato dopo il decimo giro di campo. Che ne sanno loro?

Che ne sanno loro di quanto sei sfinito quando arrivi agli scatti prima della partitella e non ce la fai ma ti appoggi spalla contro spalla con i tuoi compagni e si arriva tutti insieme alla fine, e sei tanto stanco che nemmeno riesci a sputare per terra. Ma nessuno si è fermato, nemmeno un secondo. E quando il mister dice che per stasera va bene ti abbracci con il primo compagno che hai davanti a te; un abbraccio muto che vuol dire ti voglio bene. Che ne sanno delle tue scaramanzie, delle docce fredde, di quanto ami questo sport.

Terra, fango e sassi. Dieci persone al tuo fianco e undici davanti a te. Un fischio lungo e secco, il pallone che compie un paio di giri e torna velocemente indietro. Ok, si può iniziare. Le maglie si mischiano. Questa è la tua vita.

Ma che ne sanno loro, eh Giamma?...


venerdì 11 dicembre 2015

Il sesso dei preti




“Tu che fai tanto il mangiapreti...e in ogni romanzo ci metti una tonaca”. Mi sono sentito picchiettare sulla spalla e rivolgere questa frase. Proprio ieri, proprio a me. Ho sorriso come un ebete come mi capita quando sono preso in castagna. Sono andato a casa e ho sfogliato i i miei romanzi. È vero, tutto vero. Ho pure fatto la prefazione entusiastica di uno scritto di un cardinale del Seicento (Jean Francois Paul De Gondi-La Congiura dei Fieschi Ed. Rupe Mutevole).

Perché faccio di tutto per infilare un prete, una chiesa, una canonica in ogni scritto?
Perché? Un rovello ha infastidito il mio tranquillo pensare per tutto il pomeriggio. E sono arrivato ad una conclusione: perché trovo i preti persone interessanti. Ecco perché.

Interessanti per la tensione e l'altezza della discussione che mi costringono a tenere quando discutiamo (e discutiamo spesso). Perché quando mi imbatto con loro me ne torno a casa con la sensazione che se mai questo Paese conoscerà – per dirla alla Mazzini – un Risorgimento spirituale, politico e morale che lo emancipi dalla fogna dove si è ridotto a consumarsi, sarà anzitutto da quei luoghi che potrà aver inizio. Questo perché loro hanno quello che è essenziale e che oramai manca in ogni altro dove: il libro, la voce e il luogo. Loro hanno i Testamenti, la voce per annunciarli, il luogo per praticarla.

Ma oltre a trovarli interessanti devo confessare che sto bene con loro e mi trovo a mio agio nelle pievi, urbane e silvestri e post industriali che siano. Posso dire di essere amico dei preti e di sentirmi a suo agio con loro. Proprio perché siamo amici, quando ci incontriamo, troviamo sempre il tempo per fare quattro chiacchiere senza nessun obiettivo, terreno o celeste che sia. Ci raccontiamo le nostre private esistenze. E in questo non ho mai avvertito una qualche alterità, o distanza o censura. Parliamo liberamente, io stesso racconto di me in assoluta libertà. E mai ci capita di parlare di sesso. Mai. E solo perché non è un tema che noi riteniamo interessante. Ma non lo è mai, quando lo è vissuto con la naturale serenità che si merita. Parlavo con loro e loro sapevano di me anche un paio di anni fa quando l'unione con la mia compagna e madre di mia figlia non era vincolata da nessun matrimonio, ma questo non è mai stato oggetto di nessun imbarazzo.

Nemmeno nel Vangelo si è parlato granché di sesso. Anzi non se ne parla quasi mai. Non sappiamo nulla della vita affettiva di Cristo e dei suoi discepoli. Sappiamo che tra i discepoli del Cristo c'erano delle donne, e chi tra loro più lo ha amato – amato al punto tale da sfidare la legge e i soldati per andare al sepolcro – era una Donna. Gli altri, gli uomini, si diedero alla macchia. Qualunque sia stata la vita affettiva e, nel caso, sessuale, di Cristo è stata così naturalmente serena da non meritare menzione. Sono altre le questioni che il Cristo si è premurato di porci come pressanti.

Eppure non posso dimenticare la morbosa insistenza con la quale, nella mia infanzia, i preti mi raffiguravano una vita di peccato se solo pensavo al sesso. Al punto di provare a convincermi che io stesso e il mio corpo eravamo la fonte di tutti i mali e la causa della perdizione nelle fiamme dell'inferno.

Infatti, non dimentico. E so bene che la chiesa cattolica è ancora in gran parte preda dell'ossessione sessuofobica che si è consumata nella grande ipocrisia della castità, di cui ha smarrito senso e ragione. Cristo disse che la castità è delle colombe. E le colombe non sono né astinenti, né celibi, ma innocenti. E ancora so che gli scandali sessuali che si stanno consumando e ancora si consumeranno in futuro, nascono in questa ipocrisia, nella costrizione, nell'inumana difficoltà di un prete di non potersi beare dell'affettività femminile. E tutto questo per un'imposizione dottrinaria che nulla ha a che vedere con i Libri Sacri.

C'è anche dice che gli scandali sessuali ed economici, avranno sulla chiesa un impatto simile alla Riforma Protestante.

E credo, e spero, che sia un'ipotesi plausibile: mi fa un gran piacere sapere che tra i miei amici posso annoverare tanti Martin Lutero sparsi per le pievi ai confini di un marcescente impero...

sabato 21 novembre 2015

I giornali in tempo di guerra




C'è un conto che non mi torna.
I giornali e le televisioni che ci invitano ad attrezzarci per la catastrofe, ad organizzarci per una vita di stenti, di terrore e sangue, non sono forse gli stessi che non molti anni fa ci infarcivano la mente di top manager, top model, top segretari di partito e luccicavano d'oro e di successo?

Sì, sono gli stessi.
Non ho mai capito, pur lavorando per anni nel settore, se e in quale misura sono loro ad influenzare gli umori del paese e se e in quale misura ne sono influenzati.

Diciamo, in estrema sintesi, che non mi fido più. Non mi fidavo quando i media raccontavano di un paese in cui dovevamo stare sereni, che la strada imboccata era quella giusta e non fido ora che ci descrivono poveri e angosciati.

Nella realtà ho capito che molti di noi dovranno ridiscutere, forse drasticamente, consumi e tenore di vita.


E ho deciso che il primo taglio sarà destinato al consumo di giornali e televisione...

martedì 17 novembre 2015

L'abitudine all'orrore



Odio, guerre, bombe, lacrime, polvere, ospedali in fiamme, asili fatti saltare in aria.
Voglia istintiva di polverizzare il telecomando, come unico baluardo dell'autodifesa. Ma tutto contrasta con il modernissimo tabù “dell'uomo che deve sapere, che deve essere informato”.

Il tabù vince e il televisore resta acceso. Ne consegue che la sindrome dell'angoscia da persona informata non è stata ancora debellata e miete le sue vittime a miliardi.

Più della quantità di cattive notizie, preoccupa la qualità della comunicazione.
Ci mostrano tutto, e non c'è carica di dolore che non esploda nelle nostre cucine e nelle nostre teste, così, senza filtri. Non c'è nessuno levetta, in questo mostruoso videogame truccato che ci permetta di interferire, di cambiare qualcosa.

Paradossalmente, eventuali intenzioni “civili” del comunicatore di turno (ti mostro gli orrori del mondo per spingerti a reagire), rischiano di ottenere l'effetto contrario: la spettacolarizzazione dell'orrore inchioda il telespettatore alla sua totale impotenza.
La lotta è impari tra il Grande Male Mondiale e i nostri tinelli.

Così nasce l'unico anticorpo possibile: quello dell'abitudine.
Se ci pensate bene, amici miei, siamo già abituati...


sabato 14 novembre 2015

Il mondo dopo Parigi




Accendo e spengo la Tv, per tutta la notte. La spengo quando tra me e quello di orrendamente vero che sta accadendo si frappone uno spot sui lassativi: sono disposto a molto, questa notte, ma non a questo.
Quello che sto osservando accadere è qualcosa di simile alla fine del mondo. Il mondo dove sono nato si sta dissolvendo nei fermi immagine della strage di Parigi. Finita la fase dell'informazione dovrò chiedermi come sopravviverò a quello che verrà; e come sopravviveranno le persone a cui voglio bene e quel brandello di mondo che finora avevo stimato, rispettato e amato.
In un paio di ore si è scatenata e conclusa una guerra mondiale.
L'Europa è stata attaccata e sconfitta. Quello che potrà fare, da ora in poi, sarà solo vendicarsi e in qualunque modo lo farà, i conti non torneranno mai.

Nella carneficina di Parigi, non è morta soltanto della gente, tanta gente, ma è morta qualunque speranza di una sistemazione civile del mondo. Non è stata attaccata solo Parigi, la Francia, l'Europa, ma il mondo intero. Il mondo civile, quello che desiderava libertà, dignità, uguaglianza, pace. Quel mondo che domani non avrà più voce.

Ha vinto l'Impero del Male. Quello vero, non quello delle ossessioni che ci hanno voluto fare credere che sconfitto nazismo, fascismo e comunismo tutto si sarebbe appianato, e una nuova Era di pace sarebbe iniziata. Non so se l'Impero del Male abbia un presidente, ma c'è da chiedersi, invece, come si sia potuto creare quell'uomo, lasciarlo vivere e prosperare. Un uomo che vince contro il mondo intero. Incredibile. C'è riuscito perché lui, e tutti i suoi ministri e dignitari, si muove nelle sentine e nelle fogne dell'intero pianeta.

L'ha fatto impunemente perché l'Impero del Male non ha né un paese, né un popolo.
La sua guerra è contro la vita; la vita di tutti tranne la propria.
Ha in odio la giustizia, qualunque possibilità di giustizia.
Non ama nessuna causa, se non la propria.


Chi ha scatenato la guerra, sa bene che da domani non ci sarà nemmeno un cittadino del pianeta che penserà serenamente alla propria vita, ma è altrettanto vero che nessun bambino, donna o uomo arabo potrà esser sicuro di arrivare a sera vivo.

E nella nostra società, nessun pacifista potrà pronunciare la parola pace a voce alta. Nessuno potrà chiedere che la giustizia sia anteposta alla vendetta. Questo è il nuovo mondo che ci consegna l'Impero del Male.
Non posso credere che sia opera di un folle, non posso credere che la civiltà sia così debole da essere spazzata via da uno sceicco miliardario.

Forse, invece, è così.
Forse chi ha governato il mondo lo ha fatto così stupidamente da consegnarlo nelle mani del terrore e del male. C'è almeno la metà dell'Universo che guarda gli schizzi di sangue di Parigi con indifferenza; qualche milione, potete scommetterci, starà brindando. È il mondo di fuori, quello che dal mio mondo non ha mai avuto niente di buono, né ha mai potuto aspettarsi una buona notizia per sé. Il mondo dei disperati e dei senza futuro a cui non abbiamo saputo dare nulla di quello che stiamo perdendo oggi. Né pace, né dignità, né benessere.

Le prime vittime dell'Impero del Male saranno loro…



venerdì 13 novembre 2015

Che tempo farà?




Si aggirano tra gli scogli come tanti zombi, si danno di gomito, allargano le braccia e alzano gli occhi al cielo.
Ma come è possibile che in riva al mare ci sia nebbia, si chiedono? No, dico, non quel velo impercettibile che ha stimolato la penna di tanti scrittori e il pennello ad altrettanti pittori. Nebbia: muro bianco che da Santa Giulia va a lambire gli stabilimenti balneari della costa. Ecco: tipico scenario padano, per intenderci.

Nessuno sa dire con certezza se le bizzarrie del tempo siano dovute alla scellerata azione degli uomini o dipendano da cicli climatici ricorrenti. La sola cosa certa è che l'esposizione dall'umanità alle intemperie e alla brutalità degli elementi è fortissima, persino nella società a tecnologia avanzata. Il maltempo ci ricorda, diverse volte nel corso dell'anno, che la partita con la Natura si gioca all'aperto: anche se le nostre case sono robuste, strade, ferrovie, sono esposte al cielo.

Sotto i lampi e le bombe d'acqua, davanti alla nebbia marina, al riparo dai venti che spirano a cento all'ora e all'ombra dei quaranta gradi estivi, rifletto.

La Natura che rialza la voce, indomabile e despota, ci ricorda che la nostra avventura è ancora in corso.
Che niente è conquistato per sempre.
Che apparteniamo indissolubilmente alla Terra, dalla quale dipendiamo assai più di quanto essa dipenda da noi.
Ed è questa la nostra vera e grande fortuna...




mercoledì 11 novembre 2015

Ora Basta!




Adelmo è un brav'uomo. Niente da dire. È che si prende un po' troppo sul serio. E tira in mezzo anche i suoi amici. Ma io non ci sto, non oggi che ho le palle girate.

Non venirmi a dire la solita cazzata: se tutti facciamo qualcosa, tutti insieme, qualche cosa risolviamo.
Tutti insieme cosa? Chi?
Va bene, spengo tutto di notte, così anche i led vanno a dormire e si consuma di meno. Ma se non lo faccio non mi puoi dare la colpa del destino cinico e baro che porterà l'universo alla distruzione. No, non ci casco, Adelmo.

Sono i grossi a fare le differenze, Adelmo. Sono le politiche ambientali, industriali. Sono i cinesi e gli indiani, che vanno a carbone, petrolio e letame, a fare casini. E le loro industrie fuorilegge. Sono le acciaierie delocalizzate nei paesi privi di controlli, le centrali nucleari antiquate, i regimi consenzienti. È questo a fare il buco in quel cazzo di ozono, a creare effetto serra, a farci respirare veleni.

Perché vuoi sensibilizzare me? Se getto una carta a terra mi sento un coglione. Avete fatto in modo, tu e i tuoi amici integralisti, che mi senta in colpa se non raccolgo la merda che il cane lascia per strada.
Non va bene, perdio! Non va bene! È da quando ero piccolo che mi stanno a sensibilizzare. Sono ipersensibile ora. Manco fossi uno svizzero. Tengo più alla foca monaca che a me stesso. Basta!

Sostengo Emergency, il WWF, l’Unicef, l’Amnesty, l'Irpef, l'Ilor, la ricerca sul cancro, la ricerca sulle malattie genetiche, la ricerca sulle malformazioni, la ricerca sulla ricerca. Anche Albano mi dà lezioni, lui che disboscato mezza Puglia per farsi una casa: l'altro giorno mi ha praticamente obbligato a fare una Sms. Va bene: un sms per le fibrosi, un sms contro le fibrosi, uno per i bambini, l'altro per le vittime della mafia, uno per la riabilitazione dei mafiosi. Mi sono fatto un terrazzo pieno di azalee, mangio le arance anche se mi fanno schifo, mi sono rimpinzato di cioccolata equa e solidale, ho bevuto ettolitri di pessimo caffè fatto con le proprie mani da minorenni supersfruttati, ho comprato quintali di Parmigiano fallato dal terremoto. Ho firmato per la droga, ma loro nemmeno una canna mi hanno dato: e questa è giustizia, Adelmo?

E il senso civico dove lo mettiamo, eh? L'impatto zero, la carta igienica riciclata, il filtro antiparticolato, il rispetto delle stagioni, il giorno della Memoria, il giorno della Pace, il giorno della Marmotta. E un minuto di raccoglimento per il Darfur, che sulle prime pensavo fosse una specie di Silicon Valley delle caramelle che ci piacevano tanto. Va bene ricordiamo anche il Darfur e subito dopo facciamo una donazione per costruirci un ospedale (ma perché non dona qualche spicciolo anche il G8?).

Manco posso fumare in pace, perché se nel giro di due chilometri c'è una donna incinta mi prendo un avviso di garanzia per omicidio colposo. Sono sensibilizzatissimo, non ti preoccupare, Adelmo: guardo con Google Earth e se intravedo un ventre tondo ingoio la sigaretta accesa.
Ma adesso mi fate pensare pure un po' a me? Mi avete triturato anima, maroni e portafogli con questo continuo bombardamento sociale.
Mi sento sempre inadeguato. Avverto il peso del riscaldamento globale, delle morti bianche, dell'aumento delle tasse e delle cazzate di Renzi.
Ora basta.

La crema spalmabile alle nocciole e anacardi equa e solidale salverà pure tanti bambini pieni di mosche in qualche posto sperduto dell'Africa, ma è improponibile.
La Nutella è più buona.
Quella che viene dall'Africa sembra segatura dolce: fa schifo...


martedì 3 novembre 2015

Ciao Vicio...



Ma come avrà fatto, Vicio ad essermi presente in tutti questi anni.
A me, che me lo ricordo nel mio immaginario in braghette e maglietta da calcio, senza mai essere invadente? Ad assaggiare la vita in tutto il suo rigoglio (era bello, educato e aveva un sinistro da far paura) senza mai apparirmi superbo, o volgare?
È come se tutto gli fosse passato addosso per caso, per fatalità, per fortuna: così mi diceva il suo sguardo sornione, che gli anni non avevano ancora ingabbiato in un reticolo di rughe.

Poche uscite, poche parole, tanto amore verso i figli, tanto affetto agli amici, tante serate da Beppe. Troppe delusioni. Ma lui rispondeva sempre con un sorriso. Anche negli ultimi tempi, come se fosse un guanto di sfida nei confronti della morte.

Quando ho saputo che era morto il mio primo pensiero è stato un afflato infantile: mi è dispiaciuto che mia figlia non lo abbia conosciuto, perché ancora troppo piccola.

Non posso spiegarle niente, non ho le parole (anche se è di queste che mi cibo) per descrivere quell'uomo che aveva in fondo agli occhi lo straordinario dono della misura.

Ciao Vicio, che ti sia lieve la terra...


venerdì 30 ottobre 2015

Salim guarda il mare




Salim guarda il mare.
L'ho trovato lì, sul lungomare, quando l'alba ha il colore della pesca gialla. Il suo sguardo è lontano, distante. Guarda l'orizzonte e parla in automatico. Senza essere interpellato. Dice che lui preferisce il deserto, perché è più grande. Il mare infine finisce lì – e punta il dito verso la riga netta e blu dell'orizzonte.

Salim guarda il mare e pensa i suoi fratelli.
Dice che anche lui è arrivato in Italia su un barcone. Ora è il turno degli altri. Dice che sa che i suoi nipoti sono da qualche parte, vicino alla Sicilia. Sono arrivati da due mesi. Il giorno che sono partiti, dice, si era alzata una tempesta di sabbia, quasi che il deserto si ribellasse a quell'esodo di massa.

Salim guarda il mare e pensa ai suoi nonni.
Dice che già loro avevano fatto quel viaggio, all'inizio del secolo scorso, quando gli italiani bruciarono i villaggi, scacciarono i beduini dalle oasi e li misero nei recinti – stretti come capre. Partirono con la rabbia in corpo, i suoi nonni.
Il mare è una montagna che sale, Salid si ricorda che aveva paura di quelle dune di acqua. Dice che il motore del barcone faticava come un cammello morente.

Salim guarda il mare e pensa al suo viaggio.
Dice che sua mamma gli dava piccoli sorsi di acqua che non bastavano nemmeno per pulirsi la lingua. Facevano i bisogni in un secchio comune che poi svuotavano in mare. Bestie? No, dice, qualche cosa oltre. Le bestie, spiega, non avevano così paura di morire, non avevano quel terrore dipinto negli occhi. Non puzzavano dell'odore della morte.

Salim guarda al mare e pensa al mondo.
Dice che adesso i rais vogliono fare partire tutti i poveracci di quei posti, vogliono far salpare a ritmi incessanti quei barconi che sembrano pullman rovesciati. Il Mediterraneo si deve riempire di miserabili per far tremare l'Europa. È l'arma migliore che hanno in mano i tiranni. La carne marcia dei poveri. È più potente di mille bombe e di mille chili di tritolo. Fa scoppiare i centri di accoglienza, le ipocrisie dei governanti, la bile dei razzisti.

Salim toglie lo sguardo dal mare e scrolla la testa. Oggi farà la spola sul lungomare a piazzare accendini, calze bianche e maglie tarocche.
Ora andiamo al bar a prenderci un caffè.
Ora anch'io guardo il mare e parlo in automatico.
Vorrei dire tante parole ma me ne esce una sola: “Scusa”...