venerdì 23 agosto 2019

La voce di Dio









È un’alba strana. Quella di oggi. Ogni alba è diversa, invero. Diverse combinazioni di colori, diversi profumi, diverse musiche. A volte è un’alba silenziosa, a volte il silenzio del mondo inciampa nella grida dei gabbiani. A volte è sporcata da un vento feroce e intermittente, una frusta fallata, una balbuzie di tramontana.
Quest’oggi è un’alba silenziosa e lattiginosa.
Quest’oggi è un’anticipazione di Dio.
Perché io oramai sono fatto così, un vecchio anarchico profondamente religioso e senza una chiesa di riferimento che rappresenti l’una e l’altra parte di me.
Lo accetto e mi sono costruito attorno un recinto insonorizzato. Perché tutto, lì dentro, può entrare tranne il rumore e l’ostentazione. Perché è il silenzio la musica del mio rapporto con Dio, perché l’assenza di rumori è la voce di Dio, del mio Dio.
Ed è per questo che quel rosario brandito come un’arma nei comizi, nelle aule parlamentari (laiche, fino a prova contraria), nelle spiagge urta profondamente il mio modo di essere. Come del resto trovo intollerabili i proclami politici di Bergoglio e gli attici dei cardinali.

Il rapporto con Dio è un mero affare di amore, di condivisione, di comprensione. E di silenzio.
Il fiore della Madonna, tanto inneggiata negli stabilimenti balneari, è la rosa.
Avete mai sentito una rosa parlare?...

domenica 3 giugno 2018

Ecco il nuovo progetto di Matteo Renzi








Nessuno me lo toglie dalla testa: Matteo Renzi sta costruendo le basi di una nuova forza politica.
Considerando il suo inesausto curriculum politico (fateci caso: è sulla breccia da una decina di anni, ma sembra coevo di Giorgio Napolitano), potrebbe chiamarla, che so, la Cosa 5 o 6. È stato segretario del Pd, presidente del Consiglio, candidato premier del centrosinistra: tutte e tre le cariche in pectore, naturalmente. La sua peculiarità è quella di prendere tremende scoppole (vedi referendum, scissioni, esiti delle elezioni) con la rara capacità di incassare il colpo senza spettinarsi.

Ora lancia il guanto di sfida alla compagine di Governo con una coalizione Repubblicana, strizzando palesemente l’occhio ai sodali di Forza Italia (anche loro, malinconicamente, sul viale del tramonto) e a tutti i partiti dell’arco costituzionale purché non abbiamo nuance grilline o leghiste.

Come in tutte le altre coalizione che lo sostenevano, cerca di incollare i pezzi del suo personale collage, fatto più o meno con gli stessi pezzi, ma ogni volta con una composizione leggermente diversa, come un virtuoso dell’ikebana.

Esattamente come Di Pietro, la sua sfortuna è quella di non capire che quando una cosa riesce a meraviglia, è meglio non sfidare ulteriormente la sorte. La storia dei due è molto simile.
Renzi con lo straordinario successo delle europee del 2014, Di Pietro con l’arresto di Mario Chiesa, avevano segnato un gol alla Messi. Lo stadio li applaudiva, la critica li osannava. Li aspettava la gratitudine eterna del popolo e una bella doccia calda.

Perché insistere?...


venerdì 20 aprile 2018

Attenti a quei tre!










Ci sono giorni, per fortuna anche solo attimi, in cui la vita assume le sembianze di un grumo oscuro di colpe. Senza possibilità di redenzione. A volte si è quasi risucchiati in questo vortice di afflizioni che ti segnano per tutta la vita. Una sensazione claustrofobica e cupa, sovente suggerita da episodi minimi, come quella che ho vissuto non più tardi di qualche giorno fa, durante l’andata in onda di una puntata del “Grande Fratello”.

Buona parte della puntata – che, vi giuro, è andata in onda in prima serata, su un canale nazionale e per tre ore abbondanti - verteva su parole di luciferina vuotaggine di Cristiano Malgioglio e Simona Izzo.

Le loro cazzate si spingevano nei meandri della psicologia, andando a tastare il terreno minato delle cause dell’eterno dibattito tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato. La D’Urso assisteva e, talvolta, faceva faccine e dava pericolosi consigli. Ero quasi impietrito davanti allo schermo, incapace di premere il tasto del telecomando per evitarmi questa agghiacciante performance. Nonostante la mia paralisi fisica il mio cervello continuava ad arrovellarsi.

Ho pensato nell’ordine che il direttore di rete ha fatto male a concedere il benestare a questo insulso spettacolo.
Che, una volta che sciaguratamente hanno concesso l’andata in onda, avrebbero dovuto almeno vietarla ai minori; non tanto per i lati B e le tette concesse a piene mani, quanto per il terrificante messaggio della trasmissione.


Poi ho pensato che la Izzo e Malgioglio hanno fatto male ad aprire bocca.
Che Barbara D’Urso ha fatto male ad invitarle.
Poi ho pensato che ho fatto male a non cambiare canale (anche se le mie dita erano come anchilosate e la pila funziona ad intermittenza).
Che faccio male, in generale, a guardare la televisione e i reality in particolare.
Che forse ho fatto male a comprare la televisione.
Che la vita non ha senso.
Che fa più male un’ora di Barbara D’Urso che due settimane nella città più inquinata del mondo.
Che infine moriremo tutti quanti (Simona Izzo, Cristiano Malgioglio, Barbara D’Urso e io) segnati per sempre dall’insensato attimo vissuto insieme.

Infine penso che ho fatto malissimo a dedicare queste righe al Grande Fratello.
E che voi avete fatto malissimo a leggerle...

mercoledì 18 aprile 2018

Esclusivo: nuove ipotesi di Governo







Un colloquio tra un qualunquista e un altro qualunquista (Di Maio e Salvini) occupa intere pagine di tutti i giornali e settimanali con toni del tutto simili a quelli che hanno accompagnato gli incontri tra Israele e Palestina.

Ma nessuno si deve allarmare. Anzi. Lo scollamento tra società e politica ha raggiunto limiti talmente alti che alla frenesia isterica della prima, corrisponde appena un fremito della seconda, geneticamente catatonica.

Ma su questo leggerissimo fremito, purtroppo, sono sintonizzati tutti i sismografi dell’informazione (e dei social in particolare).

Massimo Cacciari, tempo fa, con felice intuizione, definì l’agone politico come un “un caos immobile”.

I fatti di questi giorni sembrano però dar torto all’acuto maitre a penser della politica italiana.
Infatti, da Brunico a Trapani, da Bari a Domodossola, carovane di cronisti/e e sciampisti/e (non vorrei che la Boldrini se ne avesse a male), intasano autostrade e tangenziali per raccogliere dichiarazioni surreali.

Il tenore è questo: Toni è d’accordo con Pino, ma disposto ad incontrare Ciccio, purché non discrimini Berto. Sono quindi interessati a Gianni, ma non ostili Nando.

Nel frattempo in Siria succede, incidentalmente, qualcosa di importante e gli operai vanno in cassa integrazione.

Di questo, certo, ne parlerà Giobatta a Breccanecca, potete scommetterci.
Certo, se ne parlerà in un conclave, aperto a Renzo, ma non ostile a Mimmo O’Meccanico...





lunedì 16 aprile 2018

Dove finisce il diritto di cronaca







Può, una persona pubblica, decidere di chiudere il sipario e vivere come vuole? No.
Può decidere di appartenersi e basta? No.

Isabella Biagini non ha potuto, sicuramente. Venne immortalata su una panchina di un parco pubblico coperta di stracci. Accortasi del maligno flash, fece il debole (e inutile) gesto di difesa per proteggersi il viso, la sua vita, il suo passato. Tutto inutile. Per tutta risposta, il settimanale Oggi, la trafisse a tradimento, pubblicando in prima pagina delle foto palesemente estorte. Il servizio all’interno del rotocalco era condito di quella sordida pietà da salone di parrucchiere: “poveretta come è ridotta, non sembra più lei”.

Il tutto, naturalmente ribattuto dal “Messaggero” - per solidarietà giornalistica, forse – con feroce puntualità, arricchendo il servizio con tanto di foto della Biagini quando era “bella e famosa”. La D’Urso fece il resto.

Correte in edicola, per pochi euro potete ammirare come gli anni ingrassano e imbruttiscono e sviliscono e fanno perdere (apparentemente) la dignità.

Come è facile, in nome della pubblica opinione e dell’abusato”diritto di cronaca, sputare sul presente di una persona che fu pubblica.

Se potessi, manderei un mazzo di fiori sulla lapide della signora Biagini, se solo fossi ben certo che lei, oramai prossima alla fragilità del Cielo, non lo considererebbe l’omaggio di un giornalista...




sabato 20 agosto 2016

Facce da crisi...



Quando sento Daniela Santanché definire tragica la situazione del paese dal suo gazebo versiliano o il neo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia annunciare dal finestrino della sua Porsche che una cappa di piombo grava sul Paese, mi viene in mente una storiella, in pericoloso bilico tra leggenda e realtà.

Il protagonista di questo gustoso aneddoto è un ex ministro degli esteri inglesi, Mr.Brown, un laburista che divideva la sua passione politica tra giustizia sociale e superalcolici.


Dunque questo Mr.Brown era ospite di un ricchissimo emiro arabo, che aveva imbandito per l'ospite inglese una pantagruelica cena. Per tutta la serata, tra una portata e l'altra, quando non aveva la bocca piena di aragosta, l'emiro continuava a dire a Brown: “Sapesse, amico mio, quando soffrono i popoli arabi...”. Brown, non si sa se più irritato per l'assenza di alcolici o per le appiccicose lamentazioni dell'arabo, resse a stento sino alla fine del banchetto ma alla fine sbottò e disse: “Mi scusi se glielo dico ma tra la sua faccia e la sofferenza, non c'è nessuna possibilità di dialogo”...

martedì 16 febbraio 2016

Unioni civili e incivili



I delitti in famiglia, in cinque anni, sono decuplicati. Sì, avete letto bene: dieci volte di più. Mariti che uccidono le mogli, mogli che strozzano i figli, figli che sparano ai genitori. Il più delle volte, senza una ragione. Senza un movente comprensibile da una persona mediamente sana di mente.

L'argomento è troppo grande per farne materia di semplificazione o, peggio ancora, di polemica. Tanti ne hanno scritto, in questi ultimi tempi. Anche chi – e sono, aimé, la maggioranza – quel giorno era in vena di sporcare un foglio con sciocchezze.

Mi aggiungo alla schiera e voglio buttare un piccolissimo sasso nello stagno.
Vorrei chiedervi se ciò che oggi chiamiamo “famiglia” (nel senso di madre, padre, due figli: niente a che vedere con le affollate tribù di una volta) corrisponda ancora al famoso “nucleo fondante della società”, benedetto dalla Chiesa e dallo Stato.
Oppure non sia anche un guscio, chiuso e impaurito, dentro al quale implodono e si guastano irrimediabilmente umori e rapporti, amori e sana gelosia, libertà e comprensione.

Il dibattito sulle unioni civili, sulle famiglie allargate, su nuovi diritti e nuovi rapporti che discendano non più dai vecchi assetti (oramai completamente svuotati di significati), ma dalla dignità di ciascun individuo, è anche un dibattito di civiltà contro l'ideologia monocratica che la famiglia tradizionale sia la sola salvezza possibile contro la deriva della società moderna.

Giorgio Gaber, di contro, cantava tanti anni fa che “la strada è l'unica salvezza”.
Erano canti del '68, certo. E le voci erano dei sinistroidi o delle zecche, sicuro.
Ma almeno qualche cosa, i sessantottini-sinistroidi-zecche, magari lo avevano capito.

E forse prima del tempo...