sabato 20 agosto 2016

Facce da crisi...



Quando sento Daniela Santanché definire tragica la situazione del paese dal suo gazebo versiliano o il neo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia annunciare dal finestrino della sua Porsche che una cappa di piombo grava sul Paese, mi viene in mente una storiella, in pericoloso bilico tra leggenda e realtà.

Il protagonista di questo gustoso aneddoto è un ex ministro degli esteri inglesi, Mr.Brown, un laburista che divideva la sua passione politica tra giustizia sociale e superalcolici.


Dunque questo Mr.Brown era ospite di un ricchissimo emiro arabo, che aveva imbandito per l'ospite inglese una pantagruelica cena. Per tutta la serata, tra una portata e l'altra, quando non aveva la bocca piena di aragosta, l'emiro continuava a dire a Brown: “Sapesse, amico mio, quando soffrono i popoli arabi...”. Brown, non si sa se più irritato per l'assenza di alcolici o per le appiccicose lamentazioni dell'arabo, resse a stento sino alla fine del banchetto ma alla fine sbottò e disse: “Mi scusi se glielo dico ma tra la sua faccia e la sofferenza, non c'è nessuna possibilità di dialogo”...

martedì 16 febbraio 2016

Unioni civili e incivili



I delitti in famiglia, in cinque anni, sono decuplicati. Sì, avete letto bene: dieci volte di più. Mariti che uccidono le mogli, mogli che strozzano i figli, figli che sparano ai genitori. Il più delle volte, senza una ragione. Senza un movente comprensibile da una persona mediamente sana di mente.

L'argomento è troppo grande per farne materia di semplificazione o, peggio ancora, di polemica. Tanti ne hanno scritto, in questi ultimi tempi. Anche chi – e sono, aimé, la maggioranza – quel giorno era in vena di sporcare un foglio con sciocchezze.

Mi aggiungo alla schiera e voglio buttare un piccolissimo sasso nello stagno.
Vorrei chiedervi se ciò che oggi chiamiamo “famiglia” (nel senso di madre, padre, due figli: niente a che vedere con le affollate tribù di una volta) corrisponda ancora al famoso “nucleo fondante della società”, benedetto dalla Chiesa e dallo Stato.
Oppure non sia anche un guscio, chiuso e impaurito, dentro al quale implodono e si guastano irrimediabilmente umori e rapporti, amori e sana gelosia, libertà e comprensione.

Il dibattito sulle unioni civili, sulle famiglie allargate, su nuovi diritti e nuovi rapporti che discendano non più dai vecchi assetti (oramai completamente svuotati di significati), ma dalla dignità di ciascun individuo, è anche un dibattito di civiltà contro l'ideologia monocratica che la famiglia tradizionale sia la sola salvezza possibile contro la deriva della società moderna.

Giorgio Gaber, di contro, cantava tanti anni fa che “la strada è l'unica salvezza”.
Erano canti del '68, certo. E le voci erano dei sinistroidi o delle zecche, sicuro.
Ma almeno qualche cosa, i sessantottini-sinistroidi-zecche, magari lo avevano capito.

E forse prima del tempo...

martedì 22 dicembre 2015

Lettera a Gesù Bambino




Questa è una piccola preghiera di Natale che voglio idealmente mettere sotto il piatto di tutti i miei lettori.

Caro Gesù Bambino, siamo qui in attesa che qualcuno apra finalmente una stalla per poter permettere a tua mamma di partorire e tu possa nascere. Lo stiamo facendo in allegria, come tu stai vedendo, perché sappiamo che, nonostante tutto, sarà un parto felice. Inutile dire che siamo ansiosi di vederti al lavoro, perché qui, come hai potuto vedere, di lavoro ce ne è tanto. Ma proprio tanto. Quindi hai poco tempo da perdere, mettiti al lavoro. Sin da ora – quando ancora i Re Magi si stanno chiedendo dove diamine si sia posata la stella cometa – comincia ad esercitare la Tua immensa pietà, la Tua sovrana giustizia, la Tua divina saggezza.
P.S: Avrai già visto i Re Magi, grazie alla Tua infallibile preveggenza: ebbene lascia perdere quello con la felpa, quello è Salvini, poi ti spiegherò in privata sede, se vorrai.

Abbi pietà, o Gesù Bambino, di tutti gli impiegati di banca che hanno consigliato ai pensionati di acquistare carta straccia al posto di azioni bancarie. Ma giudica severamente, o Gesù, quelli che li hanno obbligati a fare questo brutto gesto. E sii più severo con coloro i quali licenzieranno questi impiegati per pagare le conseguenze di azioni che loro stessi hanno imposto. Non avere pietà, o mio Signore, di chi dice: così va il mondo, perché questo è solo il mondo come vogliono loro. E non avere pietà dei sindacalisti che non hanno più bisogno di bussare alla porta del direttore generale, ma non sanno più come entrare in un ufficio per lavorare.

Non farla passare liscia a chi dice che la ricchezza del mondo è dentro ai listini della Borsa e abbi pietà invece per le vacche che fanno latte, i campi che fanno grano, gli alberi che fanno i frutti perché sono diventati carta per accendersi i sigari nelle trattative tra i colossi della finanza.

Giudica severamente, o Gesù Bambino, i soldati del Male dell'Isis, per tutte le atrocità che hanno fatto al loro popolo e agli altri. Ma altrettanto severamente giudica i suoi giudici, che li hanno cullati nel loro nascere, che gli hanno dato le fiale del veleno e i proiettili dei loro cannoni. Non transigere, Signore, con chi produce e usa armi contro i tuoi figli. Sai bene, Tu che tutto sai e tutto puoi, i loro nomi. Sii inflessibile con chi si arricchisce con la miseria altrui, con chi dice: così va il mondo, e quel mondo l'ha costruito lui.

E infine abbi pietà di noi, che siamo qui a nutrirci di frutti di una terra e del lavoro di uomini che non saranno chiamati alla nostra tavola.

P.S: Se ti avanzano cinque minuti butta il Tuo occhio benevolo e misericordioso anche sul Genoa, che di questi tempi non se la sta passando bene. Per referenze chiedi a Don Gallo...







lunedì 21 dicembre 2015

Il calcio che vorrei



L'allenamento è finto. C'è nebbia, nebbia fitta, come un muro bianco che copre il campo. Fango, terra e sassi. Giamma si ferma a guardare quel rettangolo marrone. Guarda il fango, la terra e i sassi che gli hanno fatto uscire il sangue dalle ginocchia, che gli sono entrati dentro alla scarpe, dentro alla vita. Pensa a quella molla maledetta che gli fa in iniziare ogni anno un nuovo campionato, anche quando le primavere sono tante.
Non stiamo mai insieme”, dicono moglie e figlie.
Meglio il calcetto”, dicono gli amici del bar.
Pensa al lavoro”, dicono i genitori.

Giamma ci pensa e sorride. Ma che ne sanno loro di cosa significhi il calcio, quel calcio.
Che ne sanno loro della tensione del sabato sera, quando la domenica si gioca la partita dell'anno. Che ne sanno loro di che cosa si prova quando quello che ha segnato viene ad abbracciare te per primo. Che ne sanno della tensione di quando il mister annuncia la formazione e la maglia numero sei è la tua, ancora una volta. La fascia da capitano stretta la braccio.

Che ne sanno loro? Che ne sanno delle corse che hai fatto per non saltare l'allenamento e quando arrivi sono tutti in circolo al centro del campo a sentire il mister che spiega gli schemi. Che ne sanno di quel gol che hai salvato sulla linea tanti anni fa ma te lo senti addosso come se lo avessi fatto cinque minuti fa. Che ne sanno loro. Che ne sanno loro di come si sta quando sei 1 a 0 a cinque minuti dalla fine. E delle lacrime calde che sgorgano quando loro segnano proprio quando oramai ti sentivi sotto la doccia. Che ne sanno di come riesci a capirti con un compagno di squadra con uno sguardo che dura come il gemito di una puttana. Che ne sanno loro? Che ne sanno della fatica che ti blocca i polpacci alla mezzora del primo tempo, ma tu stringi i denti e arrivi sino alla fine e piuttosto di chiedere il cambio ti faresti amputare i testicoli. Che ne sanno del dolore che provoca un calcio negli stinchi e del dolore che si prova dentro all'anima quando segna l'uomo che dovevi marcare. Che ne sanno dei calci che hai dato e delle gomitate che hai preso in mischia, lì al centro della tua area. Che ne sanno delle strette di mano sincere con i tuoi avversari, della sicurezza che ti dà la prima entrata in scivolata sulla palla, di quanto sei stremato dopo il decimo giro di campo. Che ne sanno loro?

Che ne sanno loro di quanto sei sfinito quando arrivi agli scatti prima della partitella e non ce la fai ma ti appoggi spalla contro spalla con i tuoi compagni e si arriva tutti insieme alla fine, e sei tanto stanco che nemmeno riesci a sputare per terra. Ma nessuno si è fermato, nemmeno un secondo. E quando il mister dice che per stasera va bene ti abbracci con il primo compagno che hai davanti a te; un abbraccio muto che vuol dire ti voglio bene. Che ne sanno delle tue scaramanzie, delle docce fredde, di quanto ami questo sport.

Terra, fango e sassi. Dieci persone al tuo fianco e undici davanti a te. Un fischio lungo e secco, il pallone che compie un paio di giri e torna velocemente indietro. Ok, si può iniziare. Le maglie si mischiano. Questa è la tua vita.

Ma che ne sanno loro, eh Giamma?...


venerdì 11 dicembre 2015

Il sesso dei preti




“Tu che fai tanto il mangiapreti...e in ogni romanzo ci metti una tonaca”. Mi sono sentito picchiettare sulla spalla e rivolgere questa frase. Proprio ieri, proprio a me. Ho sorriso come un ebete come mi capita quando sono preso in castagna. Sono andato a casa e ho sfogliato i i miei romanzi. È vero, tutto vero. Ho pure fatto la prefazione entusiastica di uno scritto di un cardinale del Seicento (Jean Francois Paul De Gondi-La Congiura dei Fieschi Ed. Rupe Mutevole).

Perché faccio di tutto per infilare un prete, una chiesa, una canonica in ogni scritto?
Perché? Un rovello ha infastidito il mio tranquillo pensare per tutto il pomeriggio. E sono arrivato ad una conclusione: perché trovo i preti persone interessanti. Ecco perché.

Interessanti per la tensione e l'altezza della discussione che mi costringono a tenere quando discutiamo (e discutiamo spesso). Perché quando mi imbatto con loro me ne torno a casa con la sensazione che se mai questo Paese conoscerà – per dirla alla Mazzini – un Risorgimento spirituale, politico e morale che lo emancipi dalla fogna dove si è ridotto a consumarsi, sarà anzitutto da quei luoghi che potrà aver inizio. Questo perché loro hanno quello che è essenziale e che oramai manca in ogni altro dove: il libro, la voce e il luogo. Loro hanno i Testamenti, la voce per annunciarli, il luogo per praticarla.

Ma oltre a trovarli interessanti devo confessare che sto bene con loro e mi trovo a mio agio nelle pievi, urbane e silvestri e post industriali che siano. Posso dire di essere amico dei preti e di sentirmi a suo agio con loro. Proprio perché siamo amici, quando ci incontriamo, troviamo sempre il tempo per fare quattro chiacchiere senza nessun obiettivo, terreno o celeste che sia. Ci raccontiamo le nostre private esistenze. E in questo non ho mai avvertito una qualche alterità, o distanza o censura. Parliamo liberamente, io stesso racconto di me in assoluta libertà. E mai ci capita di parlare di sesso. Mai. E solo perché non è un tema che noi riteniamo interessante. Ma non lo è mai, quando lo è vissuto con la naturale serenità che si merita. Parlavo con loro e loro sapevano di me anche un paio di anni fa quando l'unione con la mia compagna e madre di mia figlia non era vincolata da nessun matrimonio, ma questo non è mai stato oggetto di nessun imbarazzo.

Nemmeno nel Vangelo si è parlato granché di sesso. Anzi non se ne parla quasi mai. Non sappiamo nulla della vita affettiva di Cristo e dei suoi discepoli. Sappiamo che tra i discepoli del Cristo c'erano delle donne, e chi tra loro più lo ha amato – amato al punto tale da sfidare la legge e i soldati per andare al sepolcro – era una Donna. Gli altri, gli uomini, si diedero alla macchia. Qualunque sia stata la vita affettiva e, nel caso, sessuale, di Cristo è stata così naturalmente serena da non meritare menzione. Sono altre le questioni che il Cristo si è premurato di porci come pressanti.

Eppure non posso dimenticare la morbosa insistenza con la quale, nella mia infanzia, i preti mi raffiguravano una vita di peccato se solo pensavo al sesso. Al punto di provare a convincermi che io stesso e il mio corpo eravamo la fonte di tutti i mali e la causa della perdizione nelle fiamme dell'inferno.

Infatti, non dimentico. E so bene che la chiesa cattolica è ancora in gran parte preda dell'ossessione sessuofobica che si è consumata nella grande ipocrisia della castità, di cui ha smarrito senso e ragione. Cristo disse che la castità è delle colombe. E le colombe non sono né astinenti, né celibi, ma innocenti. E ancora so che gli scandali sessuali che si stanno consumando e ancora si consumeranno in futuro, nascono in questa ipocrisia, nella costrizione, nell'inumana difficoltà di un prete di non potersi beare dell'affettività femminile. E tutto questo per un'imposizione dottrinaria che nulla ha a che vedere con i Libri Sacri.

C'è anche dice che gli scandali sessuali ed economici, avranno sulla chiesa un impatto simile alla Riforma Protestante.

E credo, e spero, che sia un'ipotesi plausibile: mi fa un gran piacere sapere che tra i miei amici posso annoverare tanti Martin Lutero sparsi per le pievi ai confini di un marcescente impero...

sabato 21 novembre 2015

I giornali in tempo di guerra




C'è un conto che non mi torna.
I giornali e le televisioni che ci invitano ad attrezzarci per la catastrofe, ad organizzarci per una vita di stenti, di terrore e sangue, non sono forse gli stessi che non molti anni fa ci infarcivano la mente di top manager, top model, top segretari di partito e luccicavano d'oro e di successo?

Sì, sono gli stessi.
Non ho mai capito, pur lavorando per anni nel settore, se e in quale misura sono loro ad influenzare gli umori del paese e se e in quale misura ne sono influenzati.

Diciamo, in estrema sintesi, che non mi fido più. Non mi fidavo quando i media raccontavano di un paese in cui dovevamo stare sereni, che la strada imboccata era quella giusta e non fido ora che ci descrivono poveri e angosciati.

Nella realtà ho capito che molti di noi dovranno ridiscutere, forse drasticamente, consumi e tenore di vita.


E ho deciso che il primo taglio sarà destinato al consumo di giornali e televisione...

martedì 17 novembre 2015

L'abitudine all'orrore



Odio, guerre, bombe, lacrime, polvere, ospedali in fiamme, asili fatti saltare in aria.
Voglia istintiva di polverizzare il telecomando, come unico baluardo dell'autodifesa. Ma tutto contrasta con il modernissimo tabù “dell'uomo che deve sapere, che deve essere informato”.

Il tabù vince e il televisore resta acceso. Ne consegue che la sindrome dell'angoscia da persona informata non è stata ancora debellata e miete le sue vittime a miliardi.

Più della quantità di cattive notizie, preoccupa la qualità della comunicazione.
Ci mostrano tutto, e non c'è carica di dolore che non esploda nelle nostre cucine e nelle nostre teste, così, senza filtri. Non c'è nessuno levetta, in questo mostruoso videogame truccato che ci permetta di interferire, di cambiare qualcosa.

Paradossalmente, eventuali intenzioni “civili” del comunicatore di turno (ti mostro gli orrori del mondo per spingerti a reagire), rischiano di ottenere l'effetto contrario: la spettacolarizzazione dell'orrore inchioda il telespettatore alla sua totale impotenza.
La lotta è impari tra il Grande Male Mondiale e i nostri tinelli.

Così nasce l'unico anticorpo possibile: quello dell'abitudine.
Se ci pensate bene, amici miei, siamo già abituati...