venerdì 19 ottobre 2012

Esclusivo! Ecco chi vincerà le elezioni 2013






Pian pianino si è fatto il suo zoccolo duro. Senza proclami, senza comizi, senza neppure un manifesto elettorale. È trent’anni che vive nell’ombra e proprio questa manifesta antipatia verso telecamere e taccuini lo ha fatto lievitare nei consensi. I sondaggi lo accreditano di un buon trenta per cento a livello nazionale che equivarrebbe a dire – se i vari Manneheimer non si sbagliano – essere il primo partito d’Italia. Il suo elettore medio fondamentalmente ne ha i coglioni pieni della politica, di Vespa, dei referendum di Pannella, dell’ultimo libro di Veltroni, delle mutande esibite dalla Minetti. Non hanno figli e nipoti da piazzare in qualche ministero, perchè un posto di lavoro, se ci fosse, se lo prenderebbero loro.

Il gesto più emblematico e sovversivo che fanno tutti i santi giorni è quello di rispondere ai sondaggi dei vari siti nazionali cliccando nel circoletto con a fianco la dicitura “Non so”. A qualunque risposta: vi piace il cioccolato? Non so. Vincerà la Juve, il Napoli o finirà in pareggio? Non so. Avete mai fatto sesso in ascensore ? Non so.

Nascosto in qualche anfratto è custodito anche il candidato premier che verrà presentato – in silenzio, mi raccomando – alla vigilia delle elezioni politiche del 2013. Si tratta di Mario Tentenna.

È l’ora di squarciare il velo sul partito che governerà la nostra Italia nei prossimi cinque anni. È il partito degli indecisi, che probabilmente rimarranno indecisi sino al giorno prima e non andranno nemmeno a votare. Oppure il giorno stesso di recarsi alla sezione elettorale non sapranno scegliere il colore dei calzini da indossare o la borsa più intonata alle scarpe. E se ne staranno a casa. Ma intanto si godono il primato.

Alla domanda se sono orgogliosi di questo risultato i nostri indecisi hanno risposto: Non so...

mercoledì 10 ottobre 2012

Più o meno...




Potenza della tecnologia.
Qualche tempo fui chiamato a presenziare ad una trasmissione televisiva. Capita ogni anno – anzi, due volte all'anno – quando il Genoa gioca contro il Parma. Sembra che sia l'unico portacolori del Genoa in terra parmigiana. E va bene. Come al solito i discorsi cui ero chiamato ad intervenire vertevano sul mio ultimo libro, oppure sulla politica (mai sullo schema messo in campo dall'allenatore, sul quale avrei avuto molto da dire). E va bene. Quello che non va bene è la frase che mi sono sentito dire il giorno dopo, al bar. Cioè che avrei detto che odio il populismo. Quello che va peggio è che io proprio non mi ricordavo di avere fatto quella affermazione.

Potenza della tecnologia.
Chiamo Giusy quando torno a casa – cioè intorno alle undici di sera.
“Senti – dico – hai visto la trasmissione l'altra sera, quella dove partecipavo anch'io?”.
“Certo” - potenza della tecnologia: diretta via streaming, perchè l'analogico andava a scatti
“E che cosa ho detto?”
“Aldo, stai bene?”
“Certo, ripeto: cosa ho detto? Ho detto forse che odio il populismo?”
“Beh, più o meno”
“Pensi che ho fatto una bella figura?”
“Beh, più o meno. A parte i capelli che andavano da tutte le parti e che ti stroppicciavi troppo gli occhi, quello che hai detto era più o meno giusto”.

Me la immagino. Sul letto impigiamata, con il cellulare stretto tra guancia e orecchio, a fare zapping e con i capelli castani sparsi sul cuscino come tanti punti interrogativi. Nel pronunciare “più o meno” alza un po' le spalle, sorride e inclina la testa. “Più o meno”. Facendo capire che non vale la pena soffermarsi più di tanto sulla questione. Lo stato delle cose è più o meno quello verificato e sarebbe senza dubbio modificabile, forse anche migliorabile, ma è necessario accettarlo per quello che è. Il risultato che ho portato a termine con la mia comparsata è il massimo che posso fare, ed è intelligente e utile ammetterlo. Più o meno era la giusta conclusione di una rapida conversazione. Più o meno.

E non si pensi che sia un sentimento mediocre come la rassegnazione a farle dire più o meno e sorridere in quel modo. Per come la percepisco io, è pura profondità. Forse la profondità delle donne. Quella profondità che attutisce ed elimina tutto quell'agitarsi in superficie nel quale noi maschietti trascorriamo una parte così grande della nostra vita.

Ragiono in fretta. Clicco sul tasto verde del cellulare. Mi risponde Giusy con la voce impastata di sonno.
“Senti Giusy, ma tu mi vuoi bene?”
“Sì, ma ora dormi che è tardi”...

mercoledì 26 settembre 2012

A proposito di Er Batman




Come vedi il futuro? Quali prospettive percepisci per la generazione futura? Come affronteremo le sfide che ci si presenteranno? Permettetemi, non me ne frega una cippola. Non tacciatemi di egoismo, ma il discorso è che non ci capisco più niente. Questo è il problema – e per il lavoro che faccio è un bel problema -.

Chi di voi non ha mai sventolato la bandiera del federalismo come la panacea di tutti mali della nostra nazione? Tutti, nessuno escluso. Salvo poi scoprire che proprio nelle regioni si annida il peggior malcostume politico.

Chi di voi non ha mai invocato il cambio generazionale per uscire – finalmente - dalla prima repubblica? Lo abbiamo fatto tutti, dai. Poi, a ben vedere nelle carte d’identità dei nuovi mariuoli si legge che sono nati nella prima metà degli anni Settanta.

E allora mi viene da pensare che io ho innanzitutto una vita, e solo quella da portare avanti, ed a salvare il mondo ci penserò quando non avrò più nulla da fare. Anzi quando non avrò più nulla a cui pensare probabilmente vivrò per sempre nel mio orto e contemplerò le stelle – cercandone sette ogni sera per realizzare il mio ultimo desiderio -. Ma oggi il tempo passa. Ed io devo organizzarmi.

Devo ammucchiare i soldi per la revisione della macchina e cercare di capire che cosa ho diritto per i quaranta euro che ogni mese dò a Sky. E poi devo capire perchè continuo a pagare le tasse visto che difficilmente andrò in pensione e i miei soldi andranno a Er Batman per il suo meritato Buen Retiro (a proposito, non era meglio Cicciolina?).

Ho una famiglia da mandare avanti, ed in un modo o nell’altro devo stringere i denti, perchè soldi che girano non è che ce ne siano troppi. Dopo di che devo informarmi sul mercato per capire quale è l’offerta migliore per l’acquisto di un tablet (si scrive così, no?), visto che sembra che mia figlia non possa più farne a meno. Devo comprendere fino in fondo perchè mi lamento dell’aumento della pasta e scrollo le spalle quando mi arriva la bolletta e vedo quanto mi costa accendere una abat jour. Alla luce di questa ultima considerazione, devo anche raggranellare qualche euro per assicurarmi i servigi di un buon psicologo – non ci sono mai andato, ma penso che sia arrivato il momento -.

Poi inutile ricordare che avrei bisogno di almeno due golf (nel senso di maglioni) e due paia di pantaloni nuovi, un nuovo paio di scarpe da ginnastica, qualche busta di tabacco e un telecomando funzionante (o sarà un problema di pile? Boh...). A tutto e per tutto servono soldi, e più si cresce e si matura e più bisogna inventarseli. Sì, perchè io non ho una tessera politica in tasca, non sono l’antennista di Berlusconi, non lavoro nello studio di mio zio e non sono un extracomunitario con casa e assistenza sanitaria gratuita: io pago anche l’aria che respiro ergo faccio assolutamente come cavolo mi pare e piace – rispettando le leggi.
E quindi non mi strappo i capelli per Nicole Minetti, per i grillini e per la misteriosa vicenda di Sara Tommasi. Non me ne abbiate. Non consideratemi superficiale se non instauro una conversazione sulla vicenda della regione Lazio.

E poi evitate di passarmi davanti con il vostro nuovo look anni ’60, non spiegatemi la vostra ultima invenzione culinaria e non cercate di convincermi che il semipresidenzialismo alla francese è la vera rivoluzione.

Ho una vita, qualcuno mi vuole bene, il Genoa non gioca malissimo e ho comprato due libri nuovi per il fine settimana. Lo so, è un concentrato di fesserie. Però danno un senso alla mia triste esistenza.
L’ unica cosa di cui dovremmo veramente curarci...

martedì 18 settembre 2012

Attimi di gioia perfetta




Penso che per questo si viva. Anche per questo, almeno. Quella felicità minima che cerchiamo – e a volte troviamo – ogni giorno. Io ho buttato giù qualche situazione. Vediamo chi ha altre idee. Le aspetto.

Dal dentista, lei che si toglie la mascherina e dice: “Fatto, ci vediamo fra qualche mese”

Andare a prendere la macchina parcheggiata all’aperto. Perfetto: nemmeno un graffio né una cagata di piccione

Il mio taccuino; una base rigida, due molle e fogli altrimenti destinati alla spazzatura tagliati con un righello in quattro parti

La mia penna quando oramai il refill ha più poco da dire, dopo aver sputato chilometri di inchiostro

Il Genoa, quando gioca

L’ultima sigaretta. Nella cartella c’è un pacchetto intero di tabacco, cartine e filtrini

Dopo la doccia. Ancora 12 minuti abbondanti di buono. Mi butto sul letto, ancora umido

A Crans Montana, quando nevica. Alle dieci di sera. Esci dalla tua stanzetta e imprimi le tue orme lavagna bianca

L’odore della neve. Quando cade.

Su una bancarella del mercato. I pantaloni come volevi. Chiedi il prezzo: 7 euro

A Londra. In mezzo al caos della metropolitana a Ealing Broadway. In mezzo a mille voci, senti un saluto in dialetto. Nel tuo dialetto

Un libro che cercato per tanto tempo. Te lo consegnano in libreria. Sfiori con i polpastrelli la copertina di brossura

Verso le sei e mezza di sera, nella caletta tra i bagni Ziki Paki e Tiffany. Quando non è più Settembre e non è ancora Ottobre. 

venerdì 7 settembre 2012

Elogio alla rosa




Michele Zarrillo la preferiva blu.
Ma sono rosse quelle agognate dalle donne. Rosse passione. Quelle cantate da Massimo Ranieri, che preferisce comprarle di sera, all’imbrunire, quando il sole - anche lui - volge al rosso.
Rose rosse, colore della passione, che talvolta trascende nella nuance del sangue, quando l’amore degenera in ossessività crudele.
La rosa rossa come simbolo di guerra, di quella infinita tra i Lancaster e gli York. Morirono quasi tutti nella guerra delle rose che fiorivano nella perfida Albione. Non ci fu un vinto. Vinsero i terzi incomodi, che passavano di lì quasi per caso. È la prova che le rose non s’addicono alla guerra. Qui la passione non c’entra nulla. E nemmeno le rose. Diventano garofani. Rossi pure quelli, simbolo di una politica che non c’è più.
Ed è meglio così.

Ma si parla di fiori, di rose – appunto -: Tuscany Superb, di colore rosso scuro che volge al porpora, oppure l’elegantissima Papa Meilland, dal profumo soave. C’è anche chi ruba il nome ad una gloria italica; è la Chianti, che gradisce anche posizioni ombreggiate. Una rosa che vive nell’ombra non si era mai vista.

Quantità e classificazioni suggestive: Grimson Glory, Romeo, Ingrid Bergman. Infinite varietà dello stesso tema. Fiori da regalare, da coltivare, da tenere. Da annusare: inebrianti come l’amore che ti piove sulla testa, che ti assale – vigliacco -, come si legge nei libri.
Poi c’è la Masquerade. Ah, che bella. I boccioli nascono di colore crema pallido e poi virano al rosa e quindi al rosso.
È un po’ la storia della vita; la Masquerade è il cambiamento. Un fiore didascalico, emblematico. Una rosa camaleontica. Un veglione da ballare con maschere posticce, fino allo stremo. Ma questa rosa è un augurio. Sfiorisce, muore, ostentando il colore rosso. Il rosso della passione, il rosso dell’amore.

La Masquerade è un sorso di birra gelata in una sera di agosto.
Raccoglietela e mettetela lì, dove vi pare, come scorta di ottimismo.
Da far durare il più a lungo possibile...


mercoledì 5 settembre 2012

Siamo tutti intercettati...




Qualche tempo fa ho assistito ad una scenetta esilarante. Una mia amica parlava serenamente al telefonino; disquisiva sulle doti di una estetista che il giorno prima l’aveva abbellita ad un prezzo che lei riteneva risibile. Non si capiva bene se al termine della prestazione la suddetta estetista le avesse rilasciato o meno il regolare scontrino – presumo di no -. Poco distante suo marito la guardava spazientito, gesticolando forsennatamente. Al termine della conversazione è seguito un litigio di media consistenza. Ho chiesto lumi e mi hanno svelato il mistero. Il marito aveva paura che la moglie fosse “intercettata” da qualche non ben definito organo di spionaggio. Oramai è una psicosi che serpeggia anche tra il popolino. E tutti – nessuno escluso - si sente vittima di una macchina del fango invisibile ma inarrestabile.
Si sente una vittima il presidente della Repubblica (in soccorso del quale è arrivata anche il ministro Cancellieri “Insisto sul fatto che non è concepibile che il presidente della Repubblica possa essere intercettato”).
Si sente una vittima anche Cristian Vieri (in soccorso del quale è arrivato il Tribunale che gli ha riconosciuto il risarcimento di un milione di euro per il fatto di essere stato intercettato da Inter e Telecom).
Si sentiva vittima Berlusconi (in soccorso del quale è accorso quasi tutto il Parlamento)
Ma tra la mia amica e un personaggio pubblico ci sta una bella differenza.

Sono fermamente convinto che un leader politico o un capo di Stato non abbiano diritto a privatezza e riservatezza alcuna. Stesso dicasi per un campione dello sport, il cui ingaggio annuale è pari al Pil di un qualsiasi stato africano.
Nell’accettare il grande onore e l’enorme potere che derivano dalle loro posizioni, non appartengono più a se stessi ma alla comunità che rappresentano, che devono rappresentare, giorno e notte ogni secondo della loro vita – almeno finché sono a disposizione del pubblico.
È un grande sacrificio e un peso che può risultare insostenibile per i meno forti, ma i meno forti non sono adatti alla gestione dei grandi poteri.
Il fatto che la sede del loro potere debba essere di vetro, che possano essere ascoltati, osservati, controllati, che debbano rispondere di ciò che fanno, dicono, e sono, non è una deviazione dal naturale rapporto tra rappresentati e rappresentanti, ma la normalità necessaria al permanere del rapporto di totale fiducia e appartenenza che è indispensabile a una cessione consensuale del potere.
Questa roba non me la sono inventata io, ma la consuetudine plurimillenaria ovunque e in ogni civiltà e cultura si stabiliscano rapporti impari tra sudditi, cittadini, fedeli e una o più persone che rappresentino un potere.

La storia universale ci insegna questo. Per quanto riguarda la storia dell’Italia contemporanea è probabile che regole e consuetudini si obnubilino in una mirabolante eccezione. Chissà. Ma di certo sbagliava Berlusconi a pretendere massima privatezza nella propria vita personale e politica e insindacabilità della stessa. Come penso che sbagli la Cancellieri e Vieri e tutti quelli che si trincerano dietro ad una privacy che fa comodo solo quando ha una accezione a loro favorevole. Questo di norma, salvo moderne eccezioni...

mercoledì 29 agosto 2012

Lettera firmata - Racconto




Signor direttore, le scrivo questa lettera per mettere al corrente i lettori di una situazione che sta diventando per me, insostenibile. In-so-ste-ni-bi-le. Si tratta di crimini che nessuno ha il coraggio di porre fine.

Una parentesi. Io amo il mare. Amo immergermi nelle acque cristalline, sfiorare il fondale sabbioso, librarmi, riemergere. L’acqua è il mio elemento naturale. A parte il fatto che ultimamente sembra proprio che qualcuno si stia divertendo a buttare nel mare immondizia, rifiuti tossici, fiumi di solventi, liquami, cannucce e lattine, cicche di sigaretta e borse di plastica; insomma una discarica liquida.
A parte questo, dicevo, io nel mare ci sto proprio bene. Ma sono una che mi accontento, mi ambienterei anche in un qualsiasi altro specchio acqueo. Che so, un lago, un fiume, uno stagno, un canale; anche una qualsiasi polla di acqua. Sento che mi fa bene alla salute, l’acqua rafforza la mia costituzione, mi rigenera. Oramai sono un po’ anziana. Senza contare, poi, il lato psicologico: in acqua mi sento un'altra. Davvero. Poi mi sdraio sulla battigia. Dio, che bello crogiolarsi al sole o riposarsi sotto ad un anfratto di uno scoglio per sfuggire alle folate di tramontana. È fantastica la spiaggia all’imbrunire, quando è popolata di canti di gabbiani, che sono richiami, quasi domande e risposte in musica. Sembra che nulla possa succederti in riva al mare. Tutto è rimandato.

Non vorrei essere fraintesa, io non chiedo niente a nessuno. Sono autosufficiente, signor direttore, è bene che si sappia. Non ho mai chiesto niente a nessuno. E mai lo chiederò. Invece no. Qualcuno si prende la briga di venirmi a cercare, ovunque io sia. Cercano di millantarmi con strani monili metallici. Le provano tutte quei loschi figuri. Ma io non cedo alle lusinghe, signor direttore, non mi faccio comprare. Però mi sono voluto togliere una soddisfazione.
Un giorno ho seguito quei signori che erano al settimo cielo perché erano riusciti a convincere la mia amica Rachele. Quella lì è un po’ facilona, è bene specificarlo. È sempre in cerca di avventure, sempre afflitta da bovarismo, insoddisfatta. “Ma cosa ci facciamo qui, sempre la solita vita, perché non andiamo a vedere che cosa succede in giro e bla e bla e bla e bla” , tutti giorni la solita solfa.
Non che sia antipatica, Rachele, ma diciamo che l’ambiente dove vive le sta un po’ stretto. Secondo me non hanno fatto neppure troppa fatica a convincerla. Allora, dicevo, li ho seguiti, dico Rachele e quei signori; volevo capire dove la stavano portando. E allora ho visto, signor direttore.
Un ristorante a cinque stelle. C’erano i camerieri che sembravano figuranti del film “Titanic” (Dio, che bello quel film lo avrò visto decine di volte. Volevo anche andare a visitare il luogo dove si è inabissato, e non è detto che prima di morire non lo faccia davvero). L’arredamento in stile marinaro, come piace a me; tutto tek e ottone.

Ma torniamo a noi. I camerieri portavano in giro Rachele per tutto il locale. I clienti che l’ammiravano, se la mangiavano con gli occhi. Ma non erano clienti qualunque: uomini in giacca e cravatta e dame impellicciate e ingioiellate. Per qualche minuto, lo devo confessare, ho invidiato la mia amica. È stata questione di un attimo; Rachele era alla ricerca di una serata speciale, in un ambiente chic. Il suo sogno si era avverato, si vedeva che era in estasi. Veramente. Poi tutto ad un tratto, un signore in doppiopetto con il sigaro in bocca, chiama da parte il cameriere e continua a segnare Rachele con il dito. E io che penso, che cosa vorrà mai quel tipo che è accompagnata da una “signora” – si noti bene le virgolette – che avrà più o meno un terzo della sua età. Vuoi vedere che sta finendo in un brutto giro, quelle porcherie che si fanno a tre, quattro persone (non so se mi spiego, signor direttore. Ma lei avrà già capito, essendo uomo di mondo…). Vuoi vedere, ho pensato, che quei due maiali si vogliono solo divertire per una sera alle spalle della mia amica? Ero già pronta a intervenire. Sono piccola, ma robusta; ho due dita che sembrano due tenaglie. Ero oramai sul piede di guerra, quando vedo il cameriere che prepara la vasca per farla divertire un po’ in acqua. E allora mi sono tranquillizzata. Anche Rachele, in fondo, ama il mare anche se si lamenta sempre. Ha la mia stessa fissazione, siamo della stessa specie, non c’è nulla  da fare. Il cameriere accompagna delicatamente Rachele verso la vasca, fino a farla immergere completamente. Lei si trastullava, giocava sulla  superficie, si calava sul fondo, riemergeva. E intanto l’acqua fumava e fumava. Ad certo punto negli occhi di Rachele ho visto un ombra di preoccupazione, tanto che cercava di uscire dalla vasca.
Ma le pareti della vasca erano viscide e il cameriere non ha mosso un dito per aiutarla. E lei scivolava e ritornava sempre a pelo della superficie. I clienti che avevano chiesto di Rachele rimanevano a guardarla dibattersi e poi rituffarsi e poi riemergere per poi riscivolare. E intanto l’acqua fumava e fumava. L’irreparabile era oramai dietro l’angolo, signor direttore. Pochi secondi, e il corpo di Rachele era esanime nell’acqua che bolliva e bolliva. Camerieri e clienti erano soddisfatti, quasi entusiasti del crimine commesso. L’acciottolio di piatti e bicchieri – quasi un applauso sinistramente metallico – ha coperto anche l’ultimo grido di dolore di Rachele. Che brutta fine, signor direttore. Le sembra giusto tutto questo?
Firmato
Una aragosta
(Mantengo l’anonimato per eventuali atti di rivalsa da parte dei criminali)

martedì 14 agosto 2012

10 buoni motivi per guardare la Tv




Il cazzeggio in agosto è quasi d’obbligo. Una regola che i politici non vogliono transigere. Vi invito a seguire – se ce la fate – un discorso di un politico qualunque intervistato a caso in un programma televisivo qualunque. È più divertente del mio programma preferito (Teche teche te). Mi spingerò a dire che potrebbe essere una bella gara con la famosa scena di Benigni e Troisi indaffarati a cercare di intortare il gabbelliere di “Non ci resta che piangere” - quella del fiorino, per intenderci.
Mi permetto di fare un breve sunto delle più gustose gag degli spassosi protagonisti di questi torridi giorni.
  1. L’Italia ha bisogno di politica (occhi dolci al cronista di turno)
  2. Il partito di Grillo è basato sugli insulti, non vedo perchè vi ostinate a chiamarli politici (sguardo feroce nei confronti dell’intervistatore)
  3. Non si capisce come si è fatto ad arrivare a questo punto (occhiata sbalordita al giornalista)
  4. Basta con la vecchia politica (deciso accenno di kung fu in favore di telecamera)
  5. Non esistono più le mezze stagioni (grattatina sul cuoio capelluto)
  6. Dobbiamo chiedere sacrifici agli italiani (occhi bassi e risolino)
  7. Anche noi politici non saremo da meno: basta con questi stipendi da nababbi (grattatina alle palle come gesto scaramantico)
  8. La crisi sta passando (riso sguaiato)
  9. L’amore non è bello se non è litigarello (se la giornalista è donna)
  10. Non sono mica qui a pettinare le bambole (va beh, questo è facile)
Fantastici, Totò impallidirebbe...

mercoledì 1 agosto 2012

La guerra dei Signor Nessuno




L’occasione era troppo ghiotta. A pochi passi da me c’era la selezione per la prossima serie del “Grande Fratello”. Ho sussurrato la solita scusa a Giusy (“Andate pure in camera, io vado a prendere il tabacco”: lo so, sono banale...) e mi sono intrufolato. L’approccio non era dei migliori: decine di body guard mi guardavano in tralice, gli aspiranti concorrenti mi osservavano triangolando il loro sguardo con le vetrine circostanti. Mi sono avvicinato ad un signore di mezza età e gli ho chiesto perchè voleva farsi spiare per mesi dentro ad una casa. La sua risposta è stata secca, senza esitazioni: “Perchè voglio diventare finalmente qualcuno”. Gli altri campioni intervistati hanno dato la stessa identica risposta. Raggiungo la mia consorte in camera e sul video passava un programma che ha come obiettivo finale il reclutamento di veline. Anche loro, presumo, vogliono diventare “qualcuno”.

E allora mi chiedo – e vi chiedo – perchè tutti sognano di diventare qualcuno?
Perchè la maggior parte delle persone si sente “nessuno”?
Milioni, miliardi di nessuno che vogliono diventare qualcuno.
È giusto? Sì, penso di sì.
È possibile? No, non è possibile. Miliardi di persone non potranno mai diventare qualcuno. Nè si può pretendere, d’altronde, che si rassegnino a restare nel limbo dell’assoluto anonimato per tutta la vita. È un sogno, un obiettivo. E un sogno non si nega a nessuno, altrimenti si cade nella rete tesa anni fa dal comunismo apocalittico (e opportunista).

Così monta come un’onda gigantesca, l’ansia dell’esercito degli esseri umani che ha risolto il problema della sopravvivenza, ma non quello dell’esistenza. E purtroppo le buone parole di chi – io, per esempio – scrive sui giornali (e dunque è già qualcuno, se non altro per il vezzo della firma) suonano stonate.

Suggerire ai nessuno di imparare a costruirsi una identità interiore, vorrei dire, se me lo concedete, spirituale, è ipocrita. Come pure scrivere la banalissima frase di rinunciare all’identità pubblica perchè è pura apparenza. Ricorda molto da vicino il discorso del ricco che suggerisce al povero di accontentarsi. È pure parente stretto dei discorsi di Monti e compagnia che chiedono ai cittadini di tirare la cinghia, circondati da prebende e stipendi da favola.

La guerra dell’identità, nel nostro mondo, diventerà una sorta di conflitto finale.
Individui e gruppi di individui – perchè no, intere nazioni) sono disposti a tutto, anche ad uccidere, pur di diventare “qualcuno”.
In mancanza d’altro anche una velina...

martedì 10 luglio 2012

Nessuno - Racconto




Uno, due, tre, quattro, cinque, sei e sette. A posto, anche questa sera il compitino è fatto. “Conta sette stelle per sette sere di seguito e il tuo desiderio sarà esaudito”. Me lo disse Libero, a Benevento, nel corso di una notte corrusca. È un consiglio che seguo tuttora. Non sempre. Talvolta. Succede che la nebbia faccia crollare l’ultimo baluardo del fato. Talvolta i contorni dell’oggetto agognato si confondono, andando a sconfinare in altri campi, il giorno seguente. A volte mi chiedo se, nel corso di questo infantile rito, ci debba essere necessariamente uniformità di intenti. Oppure se conti sempre l’ultimo, irraggiungibile e contingente desiderio. Mi sono sorpreso a barare, anche, spudoratamente. Contandone sette a mezzanotte meno un quarto e altrettante appena scoccato il nuovo giorno. Qualche limpida sera ne contavo quattordici. Il trucchetto lo mettevo in atto a Londra, quando credevo ancora al concretizzarsi dei sogni. Eppoi è così difficile imbattersi in cielo stellato a Londra. È per questo che gli inglesi sono perennemente tristi.


L’appuntamento è fissato per le sette e trenta. Il luogo è sempre lo stesso, i tetri carruggi di Genova; la zona un tempo nobile della città, ora alla mercè di spacciatori e puttane. Delle stelle nemmeno l’ombra nei ritagli di cielo concessi dai perimetri superiori delle stamberghe. Guido non c’è. E’ in ritardo, come al solito. Giochicchio, per un attimo, con l’indice cronologico del suo ultimo libro. Era solito commissionarmelo: troppo noioso spulciare nomi e date. Mi diceva spesso che potevo avere un futuro come agiografo. Mi scosto dal citofono, rimetto i fogli nella carpetta azzurra e faccio due passi.
           
Coriandoli. Il Carnevale. L’allegoria del Carnevale. Me ne ero quasi scordato. Solo un calcio ai tondi stampini colorati ammonticchiati sul ciglio della strada ne rivelava lo svolgimento. Mi chiedo se la maschera indossata per celare l’identità cada per incanto alla mezzanotte del martedì Grasso per restituire il volto abituale il mercoledì delle Ceneri. O se sotto la maschera c’è un trucco, pesante e indelebile. E si sopravviva con il pesante cilicio di un volto preso a prestito. Per taluni è un Carnevale incessante, obbligato. Senza via di scampo. Si è costretti a ballare tanghi e mazurke controvoglia. Perdendo anche il ritmo, ma continuando a muoversi vorticosamente nel veglione della vita. Ci si accorge troppo tardi, quando succede, che si è sprovvisti di invito. Ma si continua a ballare. Nonostante tutto. Cercando di non fare scivolare una maschera fissata con legature posticce. È difficile non sottostare a questo compromesso, il prezzo da pagare è alto. Il più alto.

La conobbi in Portogallo, nella regione montuosa del Tras Os Montes, una zona selvaggia. Poca gente. Credo che noi due fossimo stati gli unici turisti che gli anziani vestiti di nero vedevano da anni. La stavano guardando a debita distanza. Era seduta sugli scalini di una chiesa, a Macedo Dos Cavaleiros, nello spazio che faceva da punto di ritrovo. I maschi giocavano a bocce usando pietre, le donne osservavano il niente, malinconicamente assorte, mute, dopo aver sviscerato lo scibile intonso. Lei non amava la gente. Lo capii dallo sguardo freddo con il quale mi accolse. Mi sedetti accanto a lei, senza parole. Le indicai sulla cartina il punto esatto dove ci trovavamo. Lei assentì con la testa, senza voltare la stessa. Attimi di lungo silenzio. Un cane abbaia, qualche metro più in là. Poi se ne va, caracollando. Caldo. Lei non amava la gente. Mi alzai nell’atto di andarmene, senza parole. «Dove vai», mi disse stizzita. Non c’erano più autobus sino al giorno seguente e lei si doveva recare a Lisbona. Le tracciai con il dito l’itinerario di massima che mi ero prefissato. Si alzò. Ci avviammo verso la macchina che avevo affittato per il viaggio. Passammo due giorni assieme, scambiandoci sguardi laterali con la complicità dei finestrini chiusi. Mangiavamo in macchina, su fogli traslucidi e bisunti. Manipolava continuamente i tasti della radio senza mai essere soddisfatta del risultato. Era la terza di quattro figli. Le tasche piene di escudos e la testa vuota di prospettive. Era tutto quello che riuscito a carpirle. Lei mi chiese da dove venivo. Le dissi dall’Italia. Lei mi disse: lo so, ma da dove. Le dissi il posto. Lei mi rispose: fantastico. Tutto qui.
Parlava poco; questo perché conosceva poche parole e non credeva in nessuna di esse. Normalmente mi avrebbe annoiato, solo che allora i miei sensi erano svegli ad ogni genere di amicizia umana. Bruttina, sciatta, ma con due mani bellissime, con unghie pulite e curate, dita lunghe e affusolate. Dita da artista. Aveva lo sguardo fisso di chi cerca qualcuno nella folla. La faccia era giovane, ma portava già la traccia latente del futuro di cui il presente è una maschera debolissima. Era diretta a Lisbona per fare visita ad una zia e a cercare qualcosa che non c’è. Fuggiva da un paesino vicino a Liegi. Me lo disse la prima sera, quando ci regalammo due righe di chiacchiere da ospedale prima di addormentarci. Quella sera sorrise, anche. Con moderazione, naturalmente. Poi ammutolì improvvisamente, vergognandosi di essere stata colta in flagrante. Appoggiò la testa allo zaino, socchiuse gli occhi e chiuse la porta dietro di sé.


Arrivammo la sera seguente, all’imbrunire, sulla costa occidentale dopo aver attraversato la campagna portoghese, perennemente avvolta nel dormiveglia della domenica mattina. Sostammo per un attimo ad ammirare il tramonto sull’oceano. Prima di scendere dalla macchina, mi disse qualche parola, cui non diedi peso, affascinato come ero dalla bellezza perlacea del paesaggio. Lei sembrava felice; percorsa da brividi compiacimento. Presi il maglione dallo zaino e mi accesi una sigaretta. La persi di vista un attimo. Poi la vidi. Era là. In bilico tra gli scogli e il mare. Tra la vita e la morte. Qualche attimo, titubante, pensierosa; nella penombra solo il punto rosso della sigaretta – dell’ultima sigaretta - le rischiarava i lineamenti. Pensava che quello fosse il luogo ideale per morire. Me lo disse - questo mi disse, Cristo, stupido che non sono altro – appena prima. Poco prima di spiccare l’ultimo volo. Poteva essere il posto ideale. Poca gente, quasi nessuno. Qualche appassionato di footing. Qualche nostalgico in preda ad elucubrazioni. Gabbiani. Solo loro a osservare quel volo di cento metri nel nulla. Lei non amava la gente. Era sicura che nessuno avrebbe voltato la faccia inorridito. Niente sirene, né pompieri. Niente stampa. Niente clamori. Solo il silenzio e il frangersi delle onde, laggiù in basso. Il mondo che succede e basta. Il faro di Capo Carvoeiro. Qualche cicca per terra. Involucri metallizzati di preservativi da poco prezzo. Niente schiamazzi. Il suo corpo che va a confondersi con le cianfrusaglie restituite dal mare. Niente clamori. Solo la lampara di un gozzo, in lontananza. Nessuno. L’orizzonte confuso con la linea disegnata dall’oceano. L’odore acre del mare. Nessuno. La tramontana che spira gelida, incurante dell’attimo. Il freddo ha cominciato a salirmi dentro, venato di sentimenti privi di contorni. Il faro di Peniche che colora il cielo di rosso, ad intermittenza. Tavoli di formìca, qualche centinaio di metri più in là, sotto la luce fioca di un tramonto di maggio che va a soccorrere le lampadine a basso voltaggio di una insegna presa in affitto. Nessuno. Solo gli scogli protesi verso l’alto, quasi a scongiurare il gesto, quasi a supplicare un ripensamento. 
Ma è buio: il buio sospende tutto. 
Non c’è nulla, nel buio, che possa cambiare. 
Tutto è immobile.

La stampa portoghese diede ampio risalto all’avvenimento. Tante foto, tanta gente. Il suo corpo esposto, ridicolizzato, violentato. Furono chiamati i suoi parenti. Caldo. Insetti. Volute di fumo, infradito, polvere, lacrime. Tanta gente. Bambini, figli di curiosi, mangiano pop corn, osservando svogliatamente il luogo della tragedia. Sibili di lattine, walkman. Caldo. Polvere, lacrime. Bisbigliati scambi di parole. Non più pescherecci, ma yacht d’alto bordo, con signorotti sulla poppa a fumare sigari cubani e scrollare la testa, con la curiosità morbosa anfrattata dietro alla commiserazione. 
Lei non amava la gente. 
Se solo lo avesse immaginato.

Riprovo a suonare il campanello. Nessuno. Le otto e mezza. Forse questa sera Guido è terribilmente impegnato. Mi avvio a piedi verso la stazione Brignole. In prossimità di piazza De’ Ferrari mi si apre davanti agli occhi uno spiraglio di cielo stellato. Meno male. Uno, due, tre…


mercoledì 20 giugno 2012

Il sasso (Racconto)




Si chiama Ignazio ed è un bravo ragazzo, ma bravo davvero. Non si direbbe nemmeno che è straniero. Il nome di battesimo aiuta in questi casi. Ignazio suona anche come un nome spagnolo.
Quando glielo imposero, in Sicilia, i suoi genitori pensavano già di emigrare in Venezuela. Partirono che Ignazio non aveva ancora compiuto due anni. Nemmeno se lo ricorda, il viaggio.
Suo fratello Carmelo, invece, era già più grandicello. Sette anni è l’età giusta per catalogare ricordi nella memoria.

Babbo lavorò duro. Faceva parte dell’esercito dei “Pane e pepsi cola”; uomini che faticavano sedici ore al giorno. Non si fermavano nemmeno per mangiare. Nel cestino che si portavano al cantiere, nelle fabbriche, nelle raffinerie di Maracaibo, c’era un tozzo di pane e una bottiglia di Pepsi.
Papà era riuscito ad evitare l’inferno di Caracas: quella città, anche allora, era grigia, sporca e confusa come un incubo. Erano riusciti a  costruirsi una povertà dignitosa a Puerto La Cruz, sulla costa. Una casettina a pochi metri dal mare. Dal cancello di casa alla spiaggia c’era solo la carrettera. Ignazio crebbe in quella località: un porticciolo e poche case. Più barche che macchine, più capanne che case. Il cielo era come una lavagna vergine: fin troppo semplice contare le sette stelle. In poco tempo, grazie ai Pane e Pepsi cola, Puerto La Cruz diventò una cittadella.

Probabilmente Ignazio non sapeva nemmeno che quel tipo di macchina fosse esistita. Era una Ford Mustang, 3.300; 120 cavalli a 4.400 giri al minuto. Macchine americane ne circolavano poche in Venezuela. Quel muso grintoso, quel radiatore che sembrava una bocca spalancata, quei due fanali come occhi ammiccanti, fino a qualche tempo prima si potevano ammirare solo sui giornali, sulle reclame della lacca per capelli – quelle infilate nel cassetto del barbiere, con il corredo di donnine nude. Poi il boom economico legato all’estrazione del petrolio aveva dato il via libera al superfluo. La Mustang era il superfluo, lo status symbol.
Una di quelle icone, nera e tutta cromata, passò per la carrettera di Puerto la Cruz un pomeriggio-quasi sera di giovedì due settembre. Proprio in tempo per falciare Carmelo, che di anni ne aveva diciannove. I testimoni dissero che Carmelo l’italiano non si scansò quando stava passando il bolide, che non fece nulla per evitare l’impatto con la Mustang. Era immobile, quasi ipnotizzato.

È giusto dire che Carmelo aveva una passione smisurata per le quattro ruote. Tanto che fece di tutto per farsi assumere nell’unica officina di Puerto La Cruz. Lì arrivavano solo vecchi catorci, palliativi di jeep, pick up improbabili, vecchie Ford semidistrutte. Carmelo era diventato uno specialista; carburatori e semiasse non avevano più segreti per lui. Muoveva le chiavi inglesi come se fossero tasti di pianoforte; il rombo imperfetto dei motori era una sinfonia per le sue orecchie. Bilanciava le gomme di camion obsoleti con una Belmond pendula che formava un tutt’uno con il labbro inferiore. La Mustang per lui era un miraggio, il sogno di una vita. E anche di più, molto di più. Quel sogno su quattro ruote passò dalla carrettiera di Puerto la Cruz quando Carmelo aveva finito l’ultima sigaretta. E il tabaccaio era proprio al di là della carrettera.

Riportarono a casa quel che rimaneva di Carmelo poche ore più tardi. I piedi calzavano solo una ciabattina da poco prezzo intrecciata da qualche minore in qualche sperduta landa orientale. L’altra ciabatta non la ritrovarono più. La gamba destra spuntava dai jeans con una postura irreale; formava una P con l’altra gamba. La faccia era miracolosamente intonsa; il pallore violaceo del viso metteva ancora di più in risalto l’incavo giallo sul labbro inferiore: era lì che la Belmond stazionava per buona parte del giorno. Arrivò Padre Hugo a distribuire parole di conforto a mamma e papà. Irrorò la stanza di frasi blandamente consolatrici. Ignazio stava in un angolo. Le lacrime scorrevano mute, senza singhiozzi, come semplice risposta al mondo. La vita scorreva tranquilla - prima.
All’improvviso capitò la morte - dopo.

Fu recapitato un mazzo di fiori. L’aveva mandato l’autista della Mustang nera che giovedì due settembre in un pomeriggio-quasi sera sfrecciava sulla carrettiera di Puerto la Cruz.
L’inchiesta per la morte di Carmelo Iozzia di anni diciannove, finì ancora prima di iniziare. La colpa fu attribuita alla vittima che non fece nulla per evitare di essere investito dalla Mustang nera. Anzi – e i testimoni lo dichiarano al posto di polizia – quasi favorì l’investimento. I genitori di Carmelo non vollero nemmeno andare troppo a fondo, tanto nulla e nessuno poteva restituirgli il figlio primogenito. Papà iniziò a sostituire le Pepsi Cola con decine di cervesa Polar. Mamma invece continuò a snocciolare il rosario che si era portato portata da Santa Teresa di Riva. Lo srotolava tutte le sere prima di addormentarsi, da quando aveva otto anni. Ma dalla morte di Carmelo, quel rosario girava più velocemente - quasi con furore. Per mamma era una immaginaria corda che l’avvicinava al figlio: ogni giorno un centimetro più vicino a Carmelo, al suo Carmelo.

Ignazio continuava ad essere un bravo ragazzo, ma bravo davvero. La morte del fratello portò in lui un cambiamento che aveva la forma di un sasso oblungo. Ignazio lo portava sempre appresso, in tasca. Lo raccolse per strada la prima volta che vide parcheggiata una Mustang, due settimane dopo la morte di Carmelo. Sembrò quasi un gesto scontato, un movimento primigenio - incontrollabile. Prese il sasso e rigò la Mustang. Un solco profondo il giusto per intaccare la carrozzeria. Tolse la vernice per un lungo filo lungo la fiancata. Quella riga sembrava la carrettera di Puerto la Cruz. Dritta, senza il compromesso di una curva. Dritta, sino al punto in cui si interrompe improvvisamente davanti ad un monticello di vernice metallizzata. Lui guardò con disinteresse quella perfettissima ferita sulla portiera: la mano colpevole non ebbe nessun tentennamento. Non sentì alcun rimorso, sentì solo che aveva fatto la cosa giusta. Era solo una sensazione, certo. Ma si sa quanto sono importanti le sensazioni quando tutto è inspiegabile. Poi, con il tempo, riuscì a dare un nome a quella sensazione. La chiamò vendetta.

Quella di Ignazio era una caccia alla Mustang 3.300. Una ossessione. Ovunque andasse, il suo sguardo indagatore si posava sui parcheggi. I suoi posti preferiti erano gli stadi e i supermercati.
Con il passare del tempo, la Ford cambiò i modelli della Mustang. Ma Ignazio era un purista: a lui interessavano solo le 3.300, 120 cavalli a 4.400 giri al minuto. Perché è così che ti frega la vita. Ti semina dentro una immagine o un odore o una parola o una macchina e te li porti dietro per tutta la vita. Ma deve essere esattamente quello. E quello per te è felicità o dolore o amore. O qualsiasi altro sentimento contingente.

Ignazio studiò. Grazie anche a quel nome spagnoleggiante, riuscì ad essere amico di tutti, si collocò come una tessera di un puzzle nel mosaico di Puerto La Cruz. Con pochi bolivar comprò un bar, che diventò un ristorante, che si trasformò in un hotel a cinque stelle. Poi ne costruì un altro e un altro ancora. Non aveva ancora trent’anni che era ricco, ma ricco davvero. Era pieno di impegni, ma nulla poteva impedirgli di andare nel piccolo cimitero di Puerto La Cruz ogni dannato giorno. Sulla tomba di Carmelo avevano messo la foto “buona”, quella scattata appena arrivati in Sudamerica. Era sul banco di scuola, tutto ben pettinato, con la scriminatura perfetta e il sorriso obbligato. Carmelo odiava quella foto. Ignazio lo sapeva. Sapeva che il fratello avrebbe preferito quella che i suoi amici gli avevano scattato sul lungomare, con gli occhiali a specchio, i capelli scarmigliati e la sigaretta pendula. Quando i suoi genitori morirono – cirrosi e crepacuore – Ignazio cambiò la foto sulla lapide. Papà e mamma, tanto non si sarebbero arrabbiati nemmeno da morti. Avevano preferito farsi seppellire a Messina. Ignazio era un bravo ragazzo, ma bravo davvero. E un giorno lanciò il sasso che aveva in tasca.

Si trovava a Ciudad Bolivar, in uno dei tanti alberghi di sua proprietà. Si fece portare con un taxi sul ponte che scavalca un tratto del rio Caronì. Lanciò quel pezzo di vendetta ignea nel punto dove la corrente era più impetuosa. Lo lanciò con tutta la sua foga. Il pomeriggio prima aveva comprato una Mustang 3.300, nera e tutta cromata. Oramai era uscita di produzione da un bel pezzo. Ignazio non volle nemmeno raccogliere informazioni sul precedente proprietario. Forse era proprio lui. Prese il sasso che aveva in tasca e cominciò a rigare la carrozzeria. Poi solcò anche l’altra fiancata. Rifece il gesto un'altra volta e un altra ancora. Arrivò sino al cofano e salì sul tettuccio, per arrivare al bagagliaio. Ridiscese sino all’altezza della targa. Si accorse, però, che quel gesto non gli dava più nessuna sensazione. Nessuna. Allora decise di sbarazzarsi di quel sasso. La pietra della vendetta.
Ritornò a passi lenti verso il taxi che lo stava aspettando con il motore acceso, come Ignazio aveva chiesto. Camminava lentamente, intorno ad ogni pedata, sul suolo sdrucciolevole, fioriva l’acqua spremuta dalle foglie. Diede un ultima, fugace, occhiata al ponte. Fece per aprire la portiera. Vide per terra, ancora umidiccio, il sasso. Non uno qualunque, ma quel sasso, tutto smerigliato dai troppi raschiamenti. Lo raccolse e se lo rimise in tasca, dove era stato per tanti, troppi, anni. Ignazio sorrideva. Appena arrivato a Puerto La Cruz fece costruire una piccola teca rivestita di velluto azzurro. Incastonò la pietra dentro alla teca. Ora il sasso, quel sasso, non uno qualunque, è proprio sotto la foto scarmigliata di Carmelo. Se passate da Puerto La Cruz andate a dare una occhiata al cimitero.
La pietra è ancora là. 

martedì 12 giugno 2012

Il degrado imposto




Lo so che non leggete questo blog e non so neppure se ne leggete uno qualunque. A questo punto non so nemmeno se leggete. Se vi informate su cosa significhi libertà e arte e degrado. Ma ho la speranza che qualche amico di qualche vostro amico ve ne dia indiretta informazione. Voglio che sappiate che mi state sui coglioni, e tra le indecenze in cui sono costretto a vivere voi avete un posto di massimo rilievo. Mi mettete le mani nel sangue e non perché siete semplicemente dei pittori incapaci, ma perché il vostro è un esercizio assoluta arroganza.

Mi ripugna sapere che qualcuno di voi va in giro a dire di se stesso che è anarchico, libertario, comunista. Avete visto da qualche parte in tv o sentito dire dai più vecchi che c'è una generazione di artisti di strada che ha cambiato la faccia delle peggiori periferie del mondo dipingendo immense superfici immonde e spoglie; vi è sembrata una buona idea scopiazzare qualcuno dei motivi più facili e applicarlo dove vi veniva più comodo.

Ogni santa mattina prendo il treno e l’approccio con le stazioni sono tutto un triste murales di nessuna arte imbibito. Scarabocchi colorati ci sono anche sui convogli dei treni, sulle poltroncine degli scompartimenti. Ma avete “lavorato” anche nel centro delle città e su quel po' di decoro e di bellezza che le città si sono svenate per realizzare, mettendoci anni, mettendoci i soldi di quei pochi che pagano le tasse. Avete distrutto ciò che appartiene alla comunità. Vi piace l'impunità, è anche per questo che siete arroganti.

Odio che qualcuno mi imponga qualcosa, lo odierei anche se si chiamasse Enrico Malatesta o san Francesco; e voi mi imponete la spazzatura frutto della vostra insulsaggine creativa. Non siete nemmeno l'ombra dei writer. Non sarà un caso che quei pochi writer che passano dalle città, le loro (poche) opere davvero belle, perlomeno interessanti, occupino i grandi muri allo scalo merci, danno respiro e allegria a un posto infame. La comunità dovrebbe ringraziarli, voi non potete che invidiarli.

E mi riferisco a quei puberi analfabeti che incidono il loro amore eterno con le frasi dell'assoluta banalità, e nel giro di un paio di mesi saranno traditi e traditori di quell'amore alla Moccia, edizione tascabile.
Dico a quelli che tracciano la A di anarchia sul negozio dove si sono appena fatti comprare i Monclair, e sarebbero la vergogna di un anarchico, se ne avessero mai incontrato uno vero.

Vorrei proprio sapere quanti di voi sono figli di disoccupati, di operai, orfani, abbandonati, e quanti figli di avvocati, di commercialisti, di insegnanti, di giornalisti. Quanti di voi vanno a farsi il mazzo al mattino per comprarsi il pane per il mezzogiorno e lo spray per la notte. Dovreste rispondere di ciò che fate, pagare il danno che procurate, rimettere a posto ciò che avete sporcato.

Accettare il degrado è morire, sopportare che ti venga imposto, è suicidarsi.

martedì 5 giugno 2012

Emilia, non vinca l'indifferenza




Ciò che è accaduto nei giorni scorsi in Emilia è inimmaginabile. Lo è nel senso letterale: non disponiamo delle risorse intellettuali per trasformarlo in immagini efficaci. Paesi interi ridotti in trenta secondi di tempo all’età della pietra. Morti sepolti vivi, migliaia di sfollati, edifici e capannoni che crollano come castelli di carta: sono informazioni e immagini che riceviamo e che non siamo in grado di utilizzare per produrne uno stato d’animo che ci collochi efficacemente all’interno di quell’avvenimento. Più di mille frame servono a capire gli avvenimenti gli occhi opachi degli anziani che hanno avuto la fortuna di sopravvivere. Alcuni dicono che, quella notte. “è stata peggiore di quella dei bombardamenti”. Hanno perso tutto. Lo dicono con gli occhi lucidi; sembrerebbe quasi che siano in procinto di piangere: ma non lo possiamo dire con esattezza, loro hanno sempre gli occhi lucidi, anche quando giocano a carte nell’osteria del paese.

Un piano sequenza sulle macerie ci ha mostrato proprio una vecchietta, seduta su di una seggiola di plastica posticcia. Di fianco a lei c’era una pianta grassa. Una di quelle piante spinose che non vedono mai la luce. E nemmeno il sole. Tuttavia in virtù di qualche cosa che io chiamo miracolo, vivono. Ammiro profondamente queste piante brutte e pericolose: sono una ostinazione tutta particolare del vivere con eroismo silenzioso da cui dovremmo imparare ogni giorno

Non c’era quadro migliore per rappresentare l’Emilia ferita. Non ci riuscirebbe il racconto migliore, le immagini – fotografiche o televisive -  più efficaci. Quella immagine di silenzio mi ha insegnato molto, e molto ha insegnato anche agli emiliani: alla fine, molti preferiscono tacere, sopraffatti dall’inadeguatezza delle loro stesse parole a far comprendere appieno ciò che hanno vissuto.

Ciò che facciamo quando una cosa non riusciamo nemmeno a immaginarcela, quando ci è impossibile “farcene una ragione”, è di far finta di niente. Accantoniamo, releghiamo in un posto sicuro e inoffensivo, lasciamo perdere. Di solito è un’operazione che riesce.

Operazione di autodifesa, naturalmente, pulsione di conservazione, ed egoismo. Perché può capitarci di non essere sopraffatti tanto dall’enormità della tragedia altrui, ma piuttosto dal peso che un nostro coinvolgimento ci graverebbe sulle spalle. Perché ci è stato insegnato, nel corso dei secoli, che non può esserci indifferente ciò che grava su una parte degli umani, ma quel peso grava su tutto il genere umano. La nostra parte ha un nome, e non è “elemosina”. L’elemosina, se non vogliamo dare un tono spregiativo alla parola, ne è solo a sua volta una piccola parte. Il nome per esteso è: compassione e misericordia. Espressioni note a tutte le culture e le religioni della Terra, con modeste variazioni di lessico e significato. Se condividi la pena del tuo fratello umano, dividi con lui ogni cosa che tu hai. Tu gli appartieni e lui ti appartiene.

E questa è la seconda lezione da questa tragedia emiliana. Cerchiamo di farne tesoro...

mercoledì 23 maggio 2012

L'altra rivoluzione di Grillo




In mezzo al bailamme di carte, delibere e convocazioni stampa, nel bel mezzo della mia pseudo scrivania – sedimentato in fondo al rapporto sulla popolazione di Parma e provincia – ho ritrovato il programma del centrosinistra datato (penso, ma non sono sicuro ) 2004: un faldone dal volume irragionevole. Facendo un rapido rewind mi sono ricordato i vincenti di quell’epoca. I programmi si risolvevano in qualche pieghevole, contenente più che altro illustrazioni che facevano da corredo a slogan di una banalità infantile – quasi irritante.

Non so chi lo disse – penso addirittura Pippo Baudo una ventina di anni fa – che si vince o si perde, in politica, con cinquecento parole. Non una di più. Quella frase provocò in me, già allora, un sorrisino di saccenza. Questo perchè avevo ancora ben impresse in mente le riflessioni di Don Lorenzo Milani, colui che disse più lucidamente, più disperatamente di altri, che la sconfitta dei poveri sta tutta nel loro risicato vocabolario. E lo strapotere dei ricchi nella loro cultura.

Il vincitore di oggi è un comico che ha cominciato la sua ascesa – che pare inarrestabile – con comizi in tutta Italia infarciti della parola chiave del suo programma: vaffanculo.
Non cinquecento, ma una singola parola.
Con quella si può vincere, lo ha dimostrato Grillo.
Con un “vaffanculo” ha smentito storicamente Don Milani.

Stiamo parlando di un miliardario – perchè Grillo, è bene saperlo, è ricco -, un nullatenente culturale che per arrivare a mettere insieme cinquecento parole deve convocare il congresso nazionale.

Chi ha troppe parole per la testa oggi non appare più libero e invidiato, ma zavorrato e deriso come un somaro. A meno che non sappia simulare una applaudita ignoranza (Bossi? Di Pietro? Celentano?). Resta da capire – e non è domanda da poco – che cosa si vince e che cosa si perde. Quale distanza c’è tra successo e dignità. Tra potere e verità.

E se uno volesse prendersi il lusso di fare in pubblico domande del genere, cinquecento parole non basterebbero nemmeno ad alzare la mano...

martedì 22 maggio 2012

Cabal(l)e politiche




Oh là: dopo due settimane di battaglia sui programmi, veti incrociati, improbabili apparentamenti, non c’è nulla di meglio che andare a prendersi un caffè macchiato – e un bicchiere di acqua frizzante – al bar. Ma anche lì, gira che ti rigira i frettolosi clienti la buttano sulla politica. Sui grillini e sulla novità e su Parma che ora è allo sbando e che ora “come faremo a tirare avanti con tutti quei debiti”. Si parla anche lì di politica, insomma. E i toni sono tutt’altro che salottieri.

C’è chi dice che il clima politico della nazione sia avvelenato. Non lo credo: a mio parere il clima politico è putrescente, in avanzato stato di decomposizione, certamente a causa di retrocedenti avvelenamenti. E quando un cadavere sfatto si alza in piedi e non si chiama Lazzaro, fa orrore, e se poi non riesce neppure a fare il suo dovere di zombi, fa ridere. un sentimento che evoca il personaggio che va per la maggiore a Parma come nel resto d’Italia. Un comico.

Ma non mi voglio impelagare in queste discussioni (ne avrò abbastanza in redazione). Già ci pensa la vita a partire dal quarto, quinto minuto di veglia mattutina a tartassarmi bene bene, e quando vado in piazza o al bar  cerco di compiere l’ignobile operazione dello straniamento alienante. Vado, codardamente, in cerca di evasione. Appartengo al ceto pop. Per niente intelletual, e manco chic.

Qualche parola, però, l’ho dovuta scambiare. Discutevo con due politici, ma di secondo piano: un vecchio militante della sinistra, appartato e silente e un redento della destra, meno discreto - di autonomi incappucciati, nemmeno l’ombra; e questo forse andrà riferito al preoccupato ministro dell’Interno che ne dia notizia al preoccupatissimo Dipartimento di Stato -. Con i due simpatici avventori la piega che ha preso il discorso si potrebbe catalogare alla voce “addossamento di colpe e affini”. E via a parlare di congiunzioni astrali, colpe ancestrali, misteriosissimi complotti. Alta ginnastica politica da Komintern.
Le parole spese al bar, ricalcano pedissequamente le dichiarazioni dei maggiori politici italiani su tutti i giornali.

Non è stato Cortéz, ci dicono gli storici, ad aver conquistato un immenso Paese in virtù della crudele volontà sua e dei suoi settecento masnadieri, ma la melanconica, fiacca, irresolutezza dei saggi dell’impero, dediti a leggere negli avvenimenti le cabale di profezie da essi stessi inventate per evitare il giudizio sul loro declino...

martedì 8 maggio 2012

Il "vaffa" che parte da Parma




L’altra sera lo confesso ho fatto un sogno strano. Lasciando da parte l’inconscio erotico, la mia follia onirica ha preso i binari politici. Un incubo. Questo dice qualcosa sulla gravità della situazione, la mia personale intendo, e forse di quella generale.

Dunque, vediamo: ero assieme ad un gruppo di amici di sinistra, accoccolato per terra essendo tutti i posti a sedere occupati.
Vengo chiamato a parlare, ma non riesco neppure ad alzarmi: sono confuso, non mi viene in mente niente da dire, se non sconnesse articolazioni foniche, per nulla comprensibili. Biascico di sinergie, sistemi proporzionali e anatra zoppa. Un signore sconosciuto – con un dito di barba e un pacco di giornali sotto il braccio -  mi strattona perché vada a parlare al centro della stanza. Ma io non ne voglio sapere e resisto. In questo stato è dunque ridotto il mio inconscio, che perverte l’onesto lavoro onirico in una non richiesta proposta di editoriale politico.

Cosa penso dunque mentre dormo – invece di lasciarmi andare ad infantili sogni erotici? Penso che la sinistra non ha più il problema di comunicare con i suoi simpatizzanti, il suo popolo, come dicono. Se c’è una cosa che oggi i suoi dirigenti politici ardono dal desiderio di fare è proprio questa. Ma la sinistra ha un problema nuovo: è il suo popolo, adesso, che si rifiuta di comunicare. Che non trova più niente da dire, che non è interessato a dire alcunché, e si rifiuta alla comunicazione. Lo penso di notte e lo credo di giorno. E se nel sonno penso alla sinistra, perché è lì che il mio dente duole, è perchè proprio vicino a me sta partendo una rivoluzione. A Parma i grillini sono andati al ballottaggio. Loro sì, giovani e inesperti. Loro sì, vera svolta. Loro sì in mezzo alla gente. Gente in mezzo alla gente.

Quando il popolo, e il popolo sono i cittadini, decide di non aver più niente da dire ai loro politici, la situazione è grave. Non c’è niente di peggio e di più pericoloso del rifiuto muto. È meglio persino il “vaffa”, anche se è il livello più basso possibile della comunicazione. Rimane pur sempre uno spiraglio, un’opportunità. Lo sanno benissimo le coppie in crisi; a un “vaffa” ci si può aggrappare, disperatamente, per un ultimo tentativo, ma il silenzio è irreparabile.

Per questo credo che il signor Beppe Grillo – che lui lo voglia o no, lo pensi o non lo pensi - sia un’opportunità, una minima estrema opportunità, data alla politica; e forse anche ai politici. Anche se questi non lo capiscono e non lo capiranno, temo, perché privi degli strumenti intellettuali, dell’elasticità di pensiero, per capire. La classe dirigente politica è stata selezionata usando i resti di una cultura, gli avanzi dell’epoca che l’ha generata. Pensate, alle ultime elezioni si è votata addirittura da sola, essendo i cittadini impediti a scegliere gli uomini, e le poche donne, da eleggere. Ma il vento è cambiato. Sta cambiando. Da Parma...

martedì 24 aprile 2012

Malati nell'anima




Rabbia: ecco ciò che percepisco in mezzo alla gente. Rabbia. Furia cieca di chi è costretto a sborsare i suoi soldi per buttarli nel calderone di uno Stato che non rappresenta oramai più nessuno. E non è vero che gli italiani sono insensibili al momento che stiamo attraversando. È che tutti sacrifici che siamo obbligati a fare non ci portano nessun beneficio. Nessun lenimento, nè alla vita esteriore nè a quella interiore. Non ci aiutano a crescere nell’anima. 

Non so se interessi a qualcuno, ma si dice in giro per il mondo che la cultura è un bene primario, i beni artistici e culturali un patrimonio essenziale; ci credono così tanto intorno a noi che i Paesi europei ci hanno lasciati ultimi, laggiù, in fondo come investimenti culturali. Ora non è che bisogna andare per forza dietro alle mode europee e ammalarsi di esterofilia su questioni secondarie come i beni culturali e artistici, ma sarei curioso di sapere se i miei connazionali sono dell’idea che far decadere i musei, non aprirne di nuovi e migliori, sacrificare i fondi delle biblioteche, chiuderle e non aprirle dove non ce ne sono, fare meno musica, meno teatro, deprimere le esperienze culturali dei giovani non ce ne può fregare di meno.

Che è roba che non aggiunge niente alla qualità, vera, della nostra vita; che con tutti i problemi che ci abbiamo chi se ne frega della cultura. Come sarei curioso di sapere se i miei connazionali contribuenti pensano davvero che il giorno che si troveranno due, trecento euro in più nel portafogli potranno finalmente sentirsi uomini e donne realizzati, appagati, consapevoli e produttivi. Non parlo ovviamente di quelli che con quei soldi compreranno il pane e le calze ai figli.

Anche se mi viene in mente mia madre, casalinga, che risparmiava su tutto il possibile per comprare a rate i libri che avrebbe fatto leggere ai suoi figli. Dei libri io spero di aver fatto buon uso, adeguato alle aspettative della mamma, ma è sicuro che senza quelle opportunità sarei peggiore di quello che sono.

È per questa ragione che se lo Stato mi chiedesse domani qualche centinaio di euro come contributo personale a un serio piano di sviluppo culturale della nazione, glieli darei senza battere ciglio, e sono sinceramente curioso di sapere quanti altri contribuenti farebbero come me, almeno tra quelli che hanno già tutto l’essenziale, tranne un buon piano nazionale sulla cultura.

Forse non siamo così pochi come chi ci comanda credono che siamo...

martedì 17 aprile 2012

I vantaggi di vivere lento




Facendo un rapido conto, nella mia vita e sino a questo istante, sono più le cose che ho imparato camminando per strada che quelle che ho appreso chino sui libri. La più eclatante, nella mia magnifica ignoranza, sono le meravigliose proprietà della lentezza. Più vai lento e più cose succedono, più cose vedi, più cose impari; e più sei dentro la verità delle cose che la velocità ti impedisce di percepire se non nell’illusorio baluginare della loro scia. O della tua.

Viaggio lento, il più possibile a piedi. Comunque cerco sempre di partire per tempo, ovvero lasciandomi tempo e spazio per gli imprevisti. Incontri imprevisti, impreviste visioni, sorprendenti varianti.
È per via della lentezza che ho potuto godere del privilegio di un indimenticabile incontro italiano.

Stavo pensando in maniera soffice e lenta alla vita, con un libro in grembo, su un regionale che, in intimo accordo con me, si trascinava pigramente verso le terre di Toscana per poi arrivare in Liguria, nella speranza di maturare almeno un’ora di ritardo prima di consegnarmi alla stazione di scambio (La Spezia).
Avendo la meritoria società Trenitalia coronato con successo il suo lodevole sforzo – farmi perdere la coincidenza -, ho colto l’occasione per dialogare per un paio di ore con una signora che arrivava dalla Puglia con due valigie dalla stazza sorprendente. Diciamo che il peso di ambedue le valigie sorpassavano abbondantemente il suo peso corporeo. Mi sono offerto da fare da sherpa per il sottopasso spezzino (maledicendomi, però, alla vista della ascesa), per poi affrontare con lento, ma fermo passo da escursionista le marmoree alzate della scala. L’ascensore, infatti, non funzionava.

Una volta indovinato il binario (i cartelloni pseudo-elettronici, infatti, non funzionavano) ci siamo scambiati quattro chiacchiere da ospedale per ingannare il tempo. Il primo approccio è stato un rimbrotto (“non fumi, signore, che fa male”), poi via via che la confidenza si faceva più stretta, la signora Nunzia mi ha raccontato della sua vita. Abitava in Puglia, dove ha vissuto duramente lavorando nei campi e badando alla famiglia. Tanto sudore e privazioni le hanno permesso di costruirsi una casa. Ora quelle quattro mura deve venderle, perchè le nuove tasse le impediscono di mantenerle.
Perchè la pensione è sempre più ininfluente per il carrello della spesa.
Perchè i figli hanno perso il lavoro e il cash serve a loro.
Perchè ormai è vecchia e una casa grande è un lusso così poco italiano.

La signora Nunzia, però, non era per nulla disperata. “Ho quasi ottanta anni e devo ringraziare il Signore per essere ancora in vita – mi ha detto con un sorriso dolcissimo sulle labbra – E poi ho un fratello vedovo a Sestri Levante che è contento di ospitarmi, così dividiamo le spese”.

Non so che cosa veda dalle sue finestre il Professor Monti oppure se mai ha cercato di vivere slow, avendo così modo di scambiare due parole con le signore Nunzie di tutt’talia.
Mi sento di dargli un consiglio: scenda dalla sua torre d’avorio...

martedì 10 aprile 2012

Pablo è vivo




È uscita quasi per caso dal gracchiare confuso di una stazione radio malsintonizzata. È uscita tra omelia monotona di Radio Maria e le notizie del traffico sulla rete autostradale. Saranno stati dieci anni che non la sentivo. Quasi un afflato inudibile, ma per me è stato come uno squillo di tromba. Era “Pablo” di Francesco De Gregori. Roba da pugni nello stomaco.

Per quanto mi riguarda l’opera di quest’uomo è solo quella canzone. Null’altro. Anche se ho passato la mia infanzia a canticchiare le sue canzoni, Pablo è stata la mia colonna sonora.
Lo spago sulla valigia.
Il fumo diviso lontano da casa.
La moglie ingrassata come da foto.

L’ascoltavo solo una volta al giorno, per centellinare le emozioni. Quella canzone ha operato in me una rivoluzione libertaria.
È l’Anarchia ciò che mi resta di Pablo. Che non è una bandiera, non è un comizio, non una presunzione e nemmeno un programma politico; di certo non un graffito su un muro, ma nell’anima. Ecco, una probabilità di redenzione. Che riguarda gli uomini e le cose degli uomini, che riconosce futuro nel mondo perché è capace di immaginarlo. Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo.

Ho sentito l’ombra di tutto questo inciampare nella mia vita a quattordici anni. Mi ero messo per strada, così come fanno i ragazzi che vanno in cerca di niente. Sono inciampato nel solito bar, dove all’interno si vendevano vini bianchi e spume al ginger. Fuori dalla porta c’era una reclame del Rosso Antico, tre sedie e un juke box

C’erano facce da sbandati (tra cui la mia) che se ne stavano ad ascoltare una canzone. La canzone diceva: mio padre seppellito un anno fa, nessuno più coltivare la vite...
Ascoltavo quella canzone come se fosse la mia voce, perché la sua voce aveva rotto il silenzio che io covavo dentro. Mi sono fermato accanto a quel juke box e l’ho imparata a memoria, senza intenzione. Ora non saprei dire cosa sentivo di quella canzone e come potesse avermi scelto per forzare il mio silenzio. So che davanti a quel bar ho cambiato età, e quella nuova non è ancora conclusa.

Pablo è stata la voce del mio silenzio. Anche se scrivo per campare, rimango pur sempre un uomo che non ha abbastanza voce. Non perché possa in coscienza pensare di bastare anche al mio personale bisogno di libero pensiero.

E tutte le volte che sento quel canto anarchico, mi si accappona la pelle.
Quel canto di libertà che in molti si sentono in dovere di ascoltare a pugno chiuso...