martedì 10 dicembre 2013

Lacrime e pioggia per Mandela



Vorrei piovesse il giorno del mio funerale. Pioggia forte, come se fosse l'ultima. A parte la naturale empatia che nutro nei confronti di questo fenomeno meteorologico così bistrattato, vorrei che chi seguirà il mio corteo funebre lo faccia perché lo voglia fare. Che magari si fosse dimenticato l'ombrello a casa e nessuno, nei suoi pressi, gli presti aiuto.
Vorrei che non avesse nemmeno uno straccio di K-Way, ma nonostante tutto si avvii con passo spedito dietro al carro.
Vorrei che le sue lacrime si impastassero con le gocce di pioggia.
Ne conosco un paio (non di più) che sfiderebbero anche l'uragano Katrina, pur di accompagnarmi al camposanto.

Troppo facile, accompagnare un corteo funebre con il sole, magari verso le tre, giusto in tempo per digerire il lauto pranzo ed agevolare il salvifico ruttino. Troppo facile.

Oggi, a Johannesburg, al funerale di Mandela pioveva. Incessantemente, tutto il tempo, pioveva. E tutti, sotto la pioggia, ballavano. E piangevano, senza soluzione di continuità. Pioveva e loro ballavano e piangevano. Indimenticabile. Queste due azioni (pioggia e pianto) valevano più di mille parole di Obama o Ban Ki-Moon.

Un giorno, tanto tempo fa, un giovane collaboratore – tutto borchie, tatuaggi e anarchia – venne a propormi un servizio su una manifestazione a Roma. A parte la praticamente nulla utilità di un articolo dalla Capitale per le pagine di provincia di un quotidiano di Parma, io feci presente al virgulto barricadero – più che altro per togliermelo dai coglioni – che le previsioni del tempo erano tutt'altro che buone. Infatti era prevista pioggia. Lui preso in contropiede battè in ritirata. “Ah, no, allora no. Allora facciamo che seguo il festival del prosciutto”.

Meglio, molto meglio”, gli risposi...

sabato 7 dicembre 2013

Mieli a "Che tempo che fa"



Lavagna, ore 21, davanti alla TV.

Giusy – Perchè?
Io – Cosa?
G. - No, dico perchè i giornalisti non fanno i giornalisti e si ostinano a fare i politici?
I. - …
G. - Senti Mieli, è lì da Fazio a promuovere il suo libro e continua a pontificare e a dirci che cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Il problema è che nessuno sa stare al proprio posto. Cantanti che vogliono fare gli attori, scrittori che fanno i presentatori, calciatori che scrivono libri. Ma i peggiori sono i giornalisti
I. - …
G- - Siete tutti uguali voi giornalisti. Mi state sulle palle...
I. - Ecco. Io che c'entro?
G. - Ti ho sentito quando vai a presentare i tuoi libri. Ho anche partecipato, aimé...
I. - Quindi?
G. - Quindi, anche tu non ti limiti a fare un sunto del libro, ma travalichi e ti permetti a dare delle lezioni di vita.
I- - Potevi intervenire e dire che non eri d'accordo con l'autore. Cioè che non eri d'accordo con me. Che poi non è una novità
G. - Certo, così facevo una figura di merda e tu eri contento. Tu eri sul tavolo dei relatori, con tutti gli occhi piantati addosso, in quel momento potevi dire qualsiasi cosa. Troppo facile, carino. Perché non parli ora?
- Non mi stressare ora. Siamo davanti alla Tv. Già mi devo sorbire Fazio e Gramellini e la Littizzetto e Mercalli che ogni volta che parla mi tocco le palle. Ora devo fare anche un contraddittorio con te. Mi sembra troppo francamente.
G. - Bene, vado a letto
I. - Bene, così mi guardo la partita
G. - Bene
I. - Bene
G- - Bene, bene
I. - Bene, bene
G. - …
I. - …
G. - Aldo?
I - Sì?

G. - Vai a quel paese. E spegni la luce...

sabato 30 novembre 2013

B&B, le nuove gerarchie della destra



Renato Brunetta è in forma strepitosa. Appare perfino ringiovanito. Le disgrazie lo rafforzano, le sconfitte gli donano vigore, l'ostilità popolare lo conforta.

La sua figura, questo va detto, è stata sottovalutata. Forse per via di quella inefficace prestanza fisica, forse per quel suo modo stridente di sorridere che lo assomigliare più ad una iena che ad un essere umano, ma sempre lo abbiamo catalogato come il fido scudiero di B.

Non è così: oramai risulta chiaro che Renato Brunetta è sempre stato il capo. Lui era il Don Chisciotte, B. il Sancho Panza (la Santanchè, Dulcinea?). Sono stato poco attento, bastava dare un'occhiata alle caratteristiche teatrali: era Brunetta che aveva quella vena di follia che lo faceva sempre parlare a vanvera, negando anche l'evidenza. Il signor B. è grassottello e fanfarone: la tipica spalla teatrale condannata ad una fine grama.

Guardiamo come è andata a finire: Sancho Panza B. è stato disarcionato, mentre Renato Don Chisciotte Brunetta è ancora in sella, vaniloquente e fiero, e affronta le telecamere con sublime serenità, come chi sa che non è la pedestre realtà il terreno su cui misurarsi, ma i sogni e i mulini a vento.

E infatti, mentre B. impreca, bofonchia e bestemmia il Fato, l'altro continua solo e composto la sua delirante cavalcata.


Non c'è che dire: la tragedia gli dona, anche fisicamente. Fateci caso, sembra anche più alto...

venerdì 29 novembre 2013

Se io fossi B.



Se io fossi B. avrei da tempo venduto parte delle vaste proprietà, avrei messo i proventi in un paio di container – aggiungendoci magari un centinaio di carnet di assegni, frutto di anni di onorato lavoro – e sarei partito, per sempre. In un bosco islandese o un in un villaggio del Belize, senza computer, né fax o francobolli per posta prioritaria. Solo una bella scorta di romanzi e qualche pillola blu (non si sa mai).

Nascosto dietro una barba o una parrucca mechata, mi sarei rifatto una vita e disfatto di quella precedente. Avrei giocato a burraco o a backgammon con gli indigeni, ridendo a crepapelle davanti ad un tiepido infuso alle erbe sul mio passato da “statista”. Avrei, finalmente, fatto amicizia con un netturbino o un cameriere o un giocatore di boccette. Non ho alcun intento beffardo scrivendo questo post.

Provo sincera commiserazione per il signor B., che da venti anni a questa parte ha avuto conoscenze solo dal milione di reddito in su. Non c'è imprenditore, potente, politico che non sia passato dall'enorme cruna del suo ago. I potenti vivono come pazzi, non c'è da meravigliarsi se poi, negli anni, diventano vaneggianti tromboni. Vivono nelle loro enormi regge, sospettosi, disperati, vendicativi. Soli, alle mercé di spietati tornacontisti.

Mi dia retta, Signor B., vada a vedere come procedono i cantieri nella tratta tra Manaus e Santa Helena di Juaren e tra un rimbrotto e l'altro agli operai creoli (già me lo vedo: “Mi consenta, negretto”), racconti come qualche anno prima occupasse anche lo scranno di Primo Ministro.

E giù grasse risate...

mercoledì 27 novembre 2013

Il testamento del Signor B.



Pur detronizzato, inquisito, politicamente annullato, il fu Berlusconi continua a sillabare dall'oltretomba il suo unico mandato testamentario al suo manipolo di seguaci: mai con la sinistra e fate qualunque cosa purché danneggi la sinistra.

Se è vero, come è vero, che in prossimità della fine gli uomini si ricordano solo l'essenziale, le ultime volontà del signor B. equivalgono ad una vera e propria confessione: niente e nessuno ispirò la sua incredibile parabola politica se non l'ossessione di annientare i “mangiatori di bambini” aldilà di ogni motivabile dubbio. Aldilà, perfino, del trascorrere del tempo che tutto dovrebbe mitigare, mutare, addolcire: tutto tranne l'astio implacabile di questo ex politico.

Questa ostinazione furibonda, ottocentesca, da dannato senza redenzione e senza requie, è utilizzata con profitto dai suoi abili agiografi (Alessandro “Nosferatu” Sallusti, il Romero delle rotative, in primis) che segnalano i deliri del signor B. come scene madri per ravvivare le loro prime pagine.

Comincio a temere che la natura delle esternazioni del Nostro siano di natura oltretombale. Nelle notti buie e tempestose tornerà a spaventarci, con tanto di cigolamento di catene, con orribili “uhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh”.


Brrrrrr, che paura...

giovedì 26 settembre 2013

Un po' di ferie



Solo una cosa vorrei, e per questa cosa sono disposto a pregare, pregare anche delle divinità prese in prestito in questo istante, gli spiriti indiani e il mitico Thor: vorrei che a questo Paese fosse concesso un mese di ferie. Un mese di ferie alla gente di questo Paese, alle sue montagne, ai suoi mari, ai giornali e alle città, alle industrie e al parlamento; tutto quanto si muove, respira e vive.
Un po' di tregua.



Un mese, un mese che non succeda niente, che tutto se ne stia immobile e calmo, placidamente disteso sul nulla. Perché se qualcosa succede, qualunque cosa o essere si muova per agire, è ormai certo che non ne possa venir fuori che una brutta notizia. Alzarsi la mattina con la certezza che il tuo latte e caffè sarà mortificato da una brutta notizia, andarsene a letto lasciandosi alle spalle la frustrazione dell'ultimo telegiornale: quanto potrà durare così? Mai una buona notizia, mai.
Il punto è che alle notizie non puoi sfuggire. Ti inseguono e ti accerchiano.



Dopo il centro commerciale di Nairobi, dopo gli innocenti giustiziati per nulla, dopo il volto della ragazza nera accasciata sul selcio a piangere lacrime di sgomento, io, almeno io, me ne sono andato in ferie. Per un paio di giorni ho spento radio e televisione, ho smesso di leggere giornali.




Stamattina ho acceso timidamente la radio, ho cercato cautamente una frequenza dove non fosse presente il jingle che introduce le news. Ma è una battaglia persa in partenza. Poco dopo hanno fatto invasivamente irruzione nel mio risveglio la notizie di un terremoto in Pakistan, la richiesta dell'ergastolo per Parolisi, un uomo che prende a colpi d'ascia la propria consorte e la probabile cacciata di Silvio Berlusconi dal Parlamento. Ci avete fatto caso? Le buone notizie sono sempre alla fine della scaletta dei notiziari...

mercoledì 19 giugno 2013

Le belle donne che salgono dal mare



Verso la fine del pomeriggio, il cielo copre tutto di tinte porcellanose, virando poi, di minuto in minuto, verso un grigio che mette allegria – niente a che vedere con quello delle più opprimenti giornate invernali.
Cerco di non perderseme uno. Mi metto su uno scoglio, uno qualunque, sulla passeggiata mare di Lavagna e da lì guardo lo spettacolo del sole, del mare, del cielo, del dito verde del promontorio di Portofino, dei gabbiani che gridano, dei pesci che saltano a pelo d'acqua, degli uomini e delle donne che vivono nel tranquillo succedere delle cose.

Seduto su quel pezzo di roccia, osservo anche le frotte di ventenni palestrati che salgono dalla spiaggia in tempo per l'aperitivo e con l'umore giusto. L'umore di chi non ha pensieri, né ne ha mai avuto, né mai ne avrà in futuro. L'umore di chi guarda alla vita come ad un fiume che scorre placido, trascinando con sé cocktail, aperitivi, brunch e happy hours. Un'immensa e inesauribile pausa caffé. L'umore, insomma, di chi non ha mai fatto un cazzo in tutta la vita – e, a volte, se ne vanta pure.

Si avvicina uno di quegli esemplari fantastici di imperfezione umana. È inguainato in una maglietta emostatica che mette in risalto la sua notevole tartaruga addominale, le gambe sono fasciate da un ardito paio di pantaloni di stretch a vita bassa che lasciano indifeso l'elastico delle mutande su cui si poteva leggere l'acrostico D&G.
- Amico, cioè, sai l'ora? – la frase gli esce tra il ruminare di un chewing gum (unico indizio di vita nella sua espressione facciale).
- Non ho l'orologio, ma dalla posizione del sole penso che non dovremmo essere distanti dalle sette. O meglio, dalle diciannove - rispondo.
- Ah – sguardo sbalordito -. Cioè, amico, mi sembra che sei fuori come un balcone. Cioè, al giorno d'oggi, c'è ancora qualcuno che capisce l'ora con il sole, cioè. Stai tranki e comprati un orologio, cioè. Io vado a fare l'ape con la Francy. La conosci, cioè? Non penso proprio, cioè, sei un dinosauro. Scongelati un po', cioè. Ciaciao... - detto questo si abbassa gli enormi occhiali scuri come un motociclista fa con il casco prima della partenza di un importante Gp e caracolla verso uno dei tanti chioschi del lungomare.
Seguo l'andatura sculettante del cerebro-assente, finché il mio sguardo si posa su una donna che saliva dalla spiaggia. Impossibile non posare gli occhi su di lei.

Ah, come sono belle, le belle donne che salgono dal mare. Muovono passi stanchi per il lungo pomeriggio passato a crogiolarsi sotto il sole, ma ancora ritmati dal faticoso camminare sulla battigia.
Come sono belle, le belle donne che tornano dal mare.
Hanno un'aura di naturale intoccabilità che si cela sotto i grandi occhiali scuri. Hanno il prendisole di cotone grezzo, bianco e lungo, che asseconda in egual misura i fianchi e la brezza di tramontana. Scansano con grazia eterea i detriti naturali e artificiali sparpagliati sulla spiaggia. Poi salgono la scala metallica con la maestria di Wanda Osiris e con un elegante ondeggiamento scrollano gli ultimi residui di sabbia che si sono impunemente attaccati ai loro affusolati piedi abbronzati. Stanno in equilibrio perfetto come un magnifico cigno bianco. Anche il ciabattio delle loro infradito in pelle marocchina sono musica per tutte le orecchie.
Come sono belle, le belle donne che salgono dal mare. E come è bello ammirarle.
- Cazzo c'hai da guardare, sfigato. Belin, che gente che c'è in giro. Ma vani a bagasse, vani. Cundun! – la dea levantina aveva un accento tanto spesso che ci potevi anche piantare le patate.

Non parlate e fatevi solo guardare, belle donne che salite dal mare...

giovedì 30 maggio 2013

Qua e là...



Un nucleo di aria fredda proveniente dai Balcani porterà un fronte nuvoloso che interesserà tutto il nord Italia. Durante la giornata di oggi infatti pioverà qua e là”.

Qua e là? No, non è l'esternazione di mia nonna fatta alla metà del secolo scorso guardando il cielo nebbioso di Parma. È una dichiarazione scientifica di un ufficiale dell'aeronautica militare pagato dalla rete pubblica nazionale non per esprimere ponderati azzardi come un ebreo cabalista, ma per dirci se a Lavagna o a Albareto pioverà o meno da qui a qualche ora. È come se al termine di una partita, il telecronista dicesse ai telespettatori che la Sampdoria ha perso due o tre a zero o forse ha pareggiato. Ma non è escluso che possa anche aver vinto uno a zero.

È solo un esempio di uno dei più perniciosi miti di questo scorcio di epoca: la professionalità. Siamo tutti, chi più e chi meno, null’altro che volenterosi mestieranti, amatori, artigiani di categorie più disparate.
Come possiamo dimenticarci delle prime dichiarazioni dei grillini, paracadutati come soldati in terra nemica in Parlamento? Che non erano senz'altro peggio dei primi onorevoli di Forza Italia. Ci siamo abituati a tutto, anche ad un partito con un nome pazzesco come Forza Italia. Ci abituiamo a tutto, questo è il problema. Tanto che se domani Salvo del Grande Fratello fondasse un partito con il nome di Una Lacrima Sul Viso (U.L.V.S., acronimo per la stampa...), tra una settimana saremmo qui a parlare del capogruppo di Una Lacrima Sul Viso o della mozione presentata in Parlamento da Una Lacrima Sul Viso.

Tentiamo tutti quanti, a volte con qualche talento e qualche profitto, di sbarcare il lunario nel modo più piacevole di quelli messici a disposizione dal fato. Questa è la verità.

Ma se a questo doloroso rosario di cialtronaggine, pressapochismo e incapacità riuscissimo a togliere il cilicio ideologico della professionalità, non sarebbe forse meglio?

Ve lo ricordate quando i comunisti – quelli con un dito di barba, la pipa in bocca e Marx sotto il braccio – si autodefinivano “professionisti della Rivoluzione”?
Beh, visti i risultati, non sarebbe stato più prudente chiamarsi “dilettanti della Rivoluzione”?...


mercoledì 8 maggio 2013

Il ritorno di "O' Ministro"




Non so che capita anche a voi, ma ultimamente quando guardo la Tv, mi distraggo. Sere fa, per esempio, è ricomparso sui teleschermi di tutta Italia, Paolo Cirino Pomicino, noto negli ambienti che contano con l'agile soprannome di “O' Ministro”. Da anni, quando ricompaiono queste intimidazioni ingrigite dal tempo, lo spavento è tale da inchiodarmi alla poltrona, guardingo come un gatto e teso come una molla.

L'ultima volta mi sono ritrovato, invece, non dico bendisposto nei suoi confronti, ma senz'altro più rilassato. Nessuna sirena ha risuonato nel mio cervello, nemmeno quando ha fato riferimento ai tempi della vecchia Dc, oppure quando ha rispolverato qualche “convergenza parallela”.

Mi sono limitato a dire a mia moglie, indaffarata nella creazione di una terrina di melanzane alla parmigiana, un semplice “toh, c'è Cirino Pomicino...”. Un po' come se avessi visto Maria Giovanna Elmi o Nicoletta Orsomando o qualsiasi altro arredo quotidiano.

E mentre lui attaccava a parlare con quella mai sazia passione di sé e delle sue passioni politiche, mi accorgevo di star pensando ad altro.
Ho bagnato il basilico?
Quanto tempo è che non sento mia zia?
Ho fatto la giustificazione a mia figlia?

Non ho ancora capito se questa distrazione sia il segno delle definitiva resa oppure della imminente salvezza...

sabato 20 aprile 2013

Il mistero della sinistra italiana




Da anni è in atto una disputa sulla superiorità intellettuale tra destra e sinistra. Permettetemi di mettere la parola fine alla tenzone.
Da sempre la sinistra ha l'egemonia per quello che attiene arti e cultura.

Anche in campo musicale le migliori band e i più acclamati cantautori hanno fatto outing dichiarando ai quattro venti la propria appartenenza culturale alle più svariate nuance del rosso di sinistra.

Vogliamo parlare di gastronomia?
Gli stand eno-gastronomici della Festa dell'Unità sono un'occasione unica per il sollazzo delle papille gustative. Il risotto di Massimo D'Alema ha fatto il giro di tutte le emittenti nazionali.

E poi volete mettere i salotti di sinistra? Chi non ambisce a parteciparvi almeno una volta? All'interno potete ragguagliarvi sulla situazione dei raccoglitori di cotone del Sudamerica o disquisire sull'ultimo discorso di Obama sull'importanza della coltivazione degli orti.

Se avete il (brutto) vizio di guardare la Tv, vi accorgerete che i migliori conduttori strizzano l'occhio alla sinistra; quelli che hanno l'ardire di dichiararsi ostili alla gauche hanno le sembianze di una caricatura di Prosdocimi.

La lista di pittori, poeti, scrittori, filosofi proto-comunisti sarebbe troppa lunga e rischierebbe di tediare anche il più affezionato lettore di blog.

E allora mi chiedo e vi chiedo, amici miei: perchè si ostinano a fare politica, se è l'unica cosa che non sanno fare? 

martedì 9 aprile 2013

Scopri le differenze




Mi ricordo una donna che andava avanti contro tutto e contro tutti.
Ho letto di lei in un resoconto di un congresso dei conservatori inglesi: mezzo partito la contestava, ma lei, Margareth Thatcher, disse che “la Lady non torna indietro”. E così fece.
Pensi a lei e colleghi ogni sua azione alla determinazione di un politico a portare avanti azioni impopolari che hanno portato la sua nazione sull'orlo di una guerra civile.

Pensi a lei e comprendi quanto un politico possa entrare nella storia solo portando avanti le sue idee. Anche sbagliate, come nel caso della Thatcher.

Poi è anche logico fare paragoni.
La Lady di ferro mandò una flotta con la bandiera della Union Jack a riprendersi le Falkland, il governo italiano ha calato le brache e ha dato in pasto due militari per paura di perdere qualche commessa. E lì capisci la differenza.

Successe anche che incontrò l'allora segretario del partito comunista russo Leonida Breznev. Appena lo vide si affrettò a stringergli la mano e gli disse: “Mister Breznev, buongiorno. Spero che avremo un proficuo colloquio di lavoro, ma deve sapere che io odio profondamente il comunismo”. Quando venne Gheddafi in Italia, i vari governanti facevano la fila per baciargli l'anello.
E lì cogli un'altra differenza.

A torto o a ragione usò parole di fuoco durante un memorabile discorso ai Comuni nei confronti della moneta unica. Pronunciò tre secchi No in favore della sterlina. Tre secchi No che decretarono la fine dello sbarco dell'Euro aldilà delle bianche scogliere di Dover.
Ed ecco, ti dici, da chi ha imparato a far politica Romano Prodi...

sabato 23 marzo 2013

Un consiglio a Berlusconi




“Intanto qualche ora gli restava. E qualche ora non sono un pezzo di vita? Avrebbe camminato da solo, ancora, fermandosi quando voleva, guardando quello che voleva. Sputando il resto del sigaro e grattandosi tra le scapole quando gli pareva”. Così si immagina le ultime ore di Umberto I il geniale Guido Morselli nel libro “Divertimento 1889”. Un affresco senza edulcorazioni delle piccole cose abbinate ai potenti.

Ecco, sarei proprio curioso di sapere che progetto di vecchiaia può essersi fatto un uomo come Silvio Berlusconi. Uno che ha sempre avuto un potere enorme (eccessivo, penso io, come tutti i poteri), e quindi inevitabilmente circondato più da serventi che da amici. Mi sono sempre chiesto se i mezzi – enormi - che mette a disposizione il potere facilitano quella necessaria selezione di valori ed affetti che ognuno in vecchiaia compie oppure se, viceversa, la impediscano.

In letteratura, le vecchiaie di molti re e principi assomigliano a vere e proprie infanzie ingrigite, curve e canute. Ma ve lo immaginate Silvio a giocare a scopone nel circolo dopolavoro degli ex parlamentari? Oppure andare a controllare i lavori di asfaltatura della strada provinciale di Segrate? O ancora andarsi ad anfrattare nei cinemini a luci rosse di periferia, assieme ad altri sodali? Chissà se gli mancherà questa fase della vita?

E invece è lì, impossibilitato anche a mettersi un paio di occhiali scuri, sempre circondato da guardie del corpo, frementi di rabbia repressa. Se avrà avuto occasione di leggere il libro di Morselli, invidierà un po' anche Umberto I.
Forse anche quella lettura può diminuire la sua smania di potere.
Perchè non ti fermi un attimo, Silvio e scrolli l'albero della tua vita? Vedrai che neanche uno dei frutti necessari che rimangono sui rami assomiglia nemmeno lontanamente a Brunetta.

E invece sei lì, costretto a non sputare per terra e nemmeno a grattarsi tra le scapole per non apparire nei titoli di Studio Aperto...

lunedì 18 marzo 2013

Grazie, Francesco




Da buon padrone di casa, è da una decina di anni che cerco di fare conoscere il mondo a mia figlia.
Da quando, cioè, ho contribuito a catapultare sull'universo quei due occhi azzurri pieni di curiosità.

Ho provato a spiegarle quanto meraviglioso possa essere il tramonto, quando il cielo si colora di oro antico, per poi virare nelle varie tonalità di grigio.
L'ho portata su uno scoglio, proprio sulla punta, in quella posizione spuria, tra l'igneo e il liquido, dove più forte è il subbuglio dell'acqua contro la roccia. Lei sembra aver capito il messaggio e mi ha stretto la mano, fessurando un po' gli occhi per meglio apprezzare lo spettacolo. “Che bello”, mi ha sussurrato alla fine, rompendo il silenzio solcato solo dalla risacca.

Ho provato a spiegarle quanto vicino a Dio possa portarti una pianticella di basilico, quando all'inizio di maggio nascono le prime foglioline. Ci alterniamo, io e lei, nell'abbeverare la nostra creatura, e ci perdiamo ore a vezzeggiarla e ad incamerare il suo profumo, ad occhi chiusi – questo perché lei è convinta che gli odori svaniscono, se solo tenti di guardarli.
Mi guarda con una severità eccessiva quando spezzo le sue foglie per farne il pesto. Forse ha capito meglio di me che quelle foglie possono accorciare la distanza tra il cielo e la terra, tra l'uomo e Dio.
Può sembrare patetico, lo so, ma non è così, amici miei.

L'impresa più ardua è stata quella di mostrarle un nostro simile che possa competere con un tramonto o con una pianticella di basilico. Una persona che le possa rendere più sopportabile, in futuro, la sua esistenza terrena.
È dieci anni che mi arrovello, provo con tutti quelli che penso possano suscitare in lei sentimenti assolutamente positivi. Lei dopo un po' si stufa e il suo sguardo prende la via più semplice, quella dell'I-Pad.
Forse aveva capito che neppure io ci credevo tanto; è incredibile quanto i bambini abbiano sviluppati ricettori sensibili a tutte le incrinature della voce.

Ieri stavo guardando la Tv e c'era un signore che parlava con un buffo accento straniero. Diceva cose semplici e tutti applaudivano.
Qualcuno piangeva, pure.
Di felicità, penso.
Mia figlia si è seduta di fianco a me, per tutta la durata della trasmissione. Alla fine mi ha preso la mano e me l'ha stretta forte. “Che bello, papà”, mi ha sussurrato.

Grazie, Francesco. 

domenica 17 marzo 2013

Predicare bene, razzolare male




E allora eccoci qua , a predicare bene e a razzolar male. Ma come, dico io, mi spertico a difendere il commercio al dettaglio, la grande suggestione delle piccole botteghe, il rapporto diretto con il vecchio besagnino o il barista Alfio e poi...

E poi mi ha fregato l'ingordigia di libri. Non l'amore per i libri, che è altra cosa. Mi ha fregato la voglia di aggiungere un altro titolo alla mia traboccante biblioteca. Ma che bisogno c'era? Che differenza faceva l'aspettare un paio di giorni in più? Non lo so, ma tant'è...

Sono passato per la seconda volta in una settimana dal mio libraio di fiducia. A dire il vero ci passo anche se non ho nessun libro in ordine. Ci passo per scambiare due chiacchiere o per attingere dalla sua inesauribile sapienza in capo editoriale. Ma quella volta volevo ardentemente avere tra le mani il libro che avevo ordinato - American Dust di Richard Brautigan -. Niente da fare, ripassa la settimana prossima, mi sono sentito ripetere.

Allora a casa, ho peccato di ingordigia. Ho visto il libro su un portale di vendita on line. L'ho visto lì, invitante, con tanto di recensione, sinapsi (il prezzo era addirittura più basso che in libreria). Tempo di consegna due giorni, comodamente a casa tua. E allora, click, l'ho fatto. Ho acquistato il libro per mezzo di un libraio virtuale, che non potrà consigliarmi la bravura di quello scrittore sconosciuto.

Con il mio gesto frettoloso penso di aver danneggiato il piccolo commercio locale. Di aver cancellato tutta quella suggestione che a me piace tanto.

Di questi tempi non sarà certo una colpa massima, ma pur sempre di colpa di tratta...

mercoledì 6 marzo 2013

L'importanza di un frullato




“Certo che è grave, non ve l'hanno detto?”. Certo, la dottoressa è stanca. Ha fatto la notte, è nervosa e i lineamenti della suo viso sono chiaramente appesantiti. Certo. Ed è altrettanto certo che io, Aldo Boraschi, non posso sapere in che grado di gravità galleggia mio padre. Quando la vita è appesa ad un filo, noi comuni mortali, non possiamo nemmeno immaginare quanto fragile sia, quel filo. Allora si prova a chiedere a quei dottorini giovani già pieni di sé (“Parlo solo dopo la visita”, dice, senza guardare altro che il suo nuovissimo I-Phone).

Il decorso post operatorio va bene, dicono. Quello che non va bene è tutto il resto: il cuore o quelle tre macchie nel cervello - “Ischemie”, specificano “è un rischio che si corre quando si è operati a quella età. Non ve l'avevano detto?”. No, nessuno ce l'aveva detto.
Quello che ci ha detto un bel giorno un medico dopo la visita – non ci siamo più azzardati a interloquire fuori dai paletti – è che mio padre, dopo qualche giorno poteva mangiare una specie di frullato di mela, di una marca sconosciuta, ma che a lui sembrava nettare.
Immaginatevi cosa è stato il pensiero di quel frullato in scatoletta per il signor Beppe, come se l’è dipinto, e quante volte se l’è pappato con la fantasia. E la sera, all’ora del passaggio del carrello, quando il cigolante arcaico trabiccolo della sussistenza si ferma al suo capezzale, la sorpresa: non ci sono più frullati. Non ci sono abbastanza frullati in dispensa per accontentare tutti i famelici degenti.

Un frullato non è niente. Ma proprio perché non è niente, trovo che sia imperdonabile che gli sia stato sottratto. Il mondo dove lui ha diritto di vivere, il sistema dove lui ha diritto di essere assistito – lui e chiunque altro, me compreso – non può dimenticarsi della povera cena del vecchio signore.

Curare è prendersi cura. E non ci si prende cura sbadatamente, ma avendo e prestando attenzione. Questa è la differenza tra la pubblica carità dei lazzaretti e un sistema assistenziale pagato con il sudore dei contribuenti.
Dimenticarsi di uno schifosissimo frullato non è ammissibile, non averlo in dispensa altrettanto. In un sistema civile – e ce ne sono, incredibile che possa sembrare, nel mondo ce ne sono – il direttore generale, avvisato dalla grave carenza, sarebbe andato lui a comprarlo e l’avrebbe consegnato al signor Beppe con mille scuse per il ritardo.

Può succedere, si dirà. C'è di peggio, si aggiungerà.
Peccato che abbiamo lavorato un paio di secoli per illuderci di aver costruito una società un pochettino più sofisticata di quella così ben narrata da Victor Hugo, Vasco Pratolini, Ignazio Silone...

giovedì 28 febbraio 2013

A proposito di clown...


 
Ma credete proprio che ne valga la pena. Di avvelenarsi il sangue, di perdere il sonno per questi  politicanti, dico. Di stare a sentire quel tedesco che ci definisce un popolo di clown. Proprio loro, che con un clown imbianchino hanno innescato la più terribile ecatombe che l’uomo ricordi. Proprio loro che indossano i calzini bianchi sotto i sandali o che mettono la marmellata sulla pizza. Ma siamo proprio sicuri che ne valga la pena?
Stamattina mi sono affacciato alla finestra. C’era il sole e il panorama era riposante, dopo giorni di nuvole e pioggia. Colori tenui, linee perfette. Vele pallide solcavano il mare. Il fumo dai comignoli saliva dritto senza compromessi – una fune stesa tra la terra e il cielo. Arriva mia figlia che mi schiocca un bacio prima di andare a scuola. Un bacio antico, sonoro e allegro. Pieno di vita. Sincero. Si diverte a fare rumore, quando mi bacia sulla guancia. Per me quella è la prova acustica dell’esistenza della parola amore. Lo schiocco: smack!

Quel rumore così dolce è la prova di quanto poco importano le esternazioni di un tedesco (tanto alla prossima partita gliene diamo ancora tre). Mentre cogito,  sullo schermo c’è un politico che gesticola rabbiosamente verso qualcuno, mentre il conduttore cerca di calmarli – “Altrimenti non si capisce nulla”, dice.

 Ma ne vale veramente la pena? Siamo sicuri?

martedì 26 febbraio 2013

Ecco perchè il Pd ha stravinto le elezioni




Ad un certo punto della notte è apparso sul video Enrico Letta che ha detto: “Abbiamo vinto sia al Senato che alla Camera. E non è vero che il Movimento Cinque Stelle è il primo partito”. E non c'è che dire: ho fatto i conti e ha ragione.

Perchè al risultato del Pd occorre aggiungere la percentuale del collega greco-cipriota Stavros Malas (42%) e andiamo ad un settanta abbondante. Poi però bisogna sottrarre i sei punti di penalizzazione del Siena Calcio (per via del Monte Paschi) e torniamo al 64. Per andare al 65 ecco che viene in soccorso Rutelli (altrimenti a che cosa servono gli amici) che regala a Bersani un punto percentuale, che è poi l'indice di gradimento a Roma di Cicciobello.

Ma le insidie sono sulla strada: Bersani deve stare fermo un turno per smacchiare il giaguaro: dopo un'ora toglie due macchie ed ecco che andiamo al 67. A questo aggiungiamo la soddisfazione di aver fatto fuori Ingroia, che non ha prezzo (per tutto il resto c'è Mastercard): per nulla sentimentali, quelli del Pd però attribuiscono a questa vittoria quattro punti percentuali. Siamo a 71.

Il rush finale, quando oramai lo spoglio si stava per chiudere, è stato affidato Toni “Il Meccanico” che alle undici di sera ha trovato il macellaio che uccise il toro che bevve l'acqua, che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato per due soldi (73% ndr) mio padre compròòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòò....  

lunedì 25 febbraio 2013

Le facce della politica





Ci sono almeno una decina di facce che mi vengono in mente questa mattina. E sono tutte facce di vecchi. Vecchi amici di sinistra: alcuni di loro decisamente antipatici, alcuni sempre gioviali e ironici.
Alcuni importanti, alcuni che in tutta la loro vita hanno contato come il due di picche. Molti che hanno la matematica certezza di avere la ragione in tasca. Tutti un po' su di età. Hanno un minimo comun denominatore: i loro rappresentanti non hanno quasi mai governato. E quando lo hanno fatto è stato per brevissimo tempo e per mezzo di compromessi da far rizzare i capelli anche ai più moderati.
Questa mattina ho pensato a loro, alle loro rughe discrete, ai loro giornali di sinistra spiegazzati nella tasca del cappotto.

Lo so, in tutte le elezioni che si rispettano, è un delitto non mettere al primo posto “il futuro dei giovani” - e ci mancherebbe altro. Ma oggi penso ai miei vecchi amici di sinistra e al loro breve futuro. Breve, ma pur sempre futuro. Molti di loro guardano l'infinito e aspettano i giornali del giorno dopo ((non si fidano né di internet, né della Tv) per vedere se almeno quest'anno hanno vinto e per vedere (di nascosto) l'effetto che fa.

Anche la gente di centrodestra, razza padrona per vocazione, sa che può perdere. Ma se l'antagonista è la sinistra, sa anche che “quelli non hanno mai vinto”. Per una volta dopo mesi, sono sinceri, dopo giorni passati ad accusare quella sinistra “che spadroneggia e che manovra la magistratura”. Questa volta, li vedo dalla faccia, anche loro hanno paura di perdere.

Ma a differenza dei miei amici di sinistra, non ci sono abituati...