giovedì 29 dicembre 2011

Pigliati 'na pastiglia



I cittadini della ridente località della Valsalega sono incolleriti: in alcune zone i telefonini non hanno campo. Non prendono, come si dice in gergo. E allora, tempo fa, accecati dalla rabbia, hanno preso carta e penna ed hanno scritto a Giorgio Napolitano. Che è poi il Presidente della Repubblica.

È un po' come se io scrivessi al Papa per lagnarmi del suono delle campane elettroniche che mi infastiscono non poco (che poi è la sacrosanta verità). Preferisco quelle in bronzo, dal suono imperfetto. Non potrebbe il Papa, dico io, tra una enciclica e l'altra, scrivere al parroco vicino a casa mia e intercedere per la mia causa?

Non sottovaluterei tra le tante cause della oramai famosa crisi italiana anche la fragilità nervosa.

Si accendono spropositate ire, si consumano rancori isterici: siamo un nugolo di ego esulcerati, di geni incompresi, che si alzano ogni mattina per battersi (senza nessuna organizzazione con terzi, naturalmente) contro l'ingiusto accanimento dell'universo verso noi stessi.

Mi ricordo molti anni fa, quando, giovane cronista di una piccola Tv privata, feci sessanta chilometri per andare a esprimere tutto il mio disgusto al direttore reponsabile per una non so quale ingiustizia che avevo subito al momento di redigere la scaletta per il notiziario.

Lui mi lasciò parlare poi alla fine mi disse serafico: “Pigliati 'na pastiglia”.
Allora quella risposta provocò la mia ira sorda, che si trascinò per mesi e mesi.
Ora gli dò ragione. Perchè della pastiglia me ne ricordo, del motivo della mia ira, no...

martedì 27 dicembre 2011

Il ritorno di Berlusconi



Non so se capita anche a voi, amici miei, ma sempre più spesso, quando guardo la Tv, mi distraggo.
Così ieri sera quando è ricomparso Berlusconi non ho avuto nessun sussulto.
Oramai da tempo quando sul video si materializza questa intimidazione al botulino, lo spavento è tale da inchiodarmi alla sedia, guardingo come un gatto e teso come una corda di violino.
L'ultima volta invece mi sono scoperto non dico bendisposto, ma senz'latro rilassato (forse anche perchè peggio di così non può andare).

Nessuna sirena di allarme è risuonata nel mio cervello, che si è limitato a segnalarmi la presenza dell'intruso con il più banale dei segnali: “Toh, c'è Berlusconi...”

Un po' come se avessi visto Pippo Baudo, Claudio Lippi, Licia Colò o qualsiasi altro oggetto vagamente famigliare.

E quando lui attaccava a parlare (questa volta in videoconferenza) con quella mai sazia passione di sé e delle proprie opinioni che lo assiste ogni frangente, mi sono sorpreso a pensare se era già arrivata l'ora di dare l'acqua al basilico.
Mentre stava minacciando il suo ritorno in campo mi sono allarmato per la mancata telefonata di mia zia Luciana.
E poi di seguito mi sono concentrato sulla prossima partita del Genoa, sui compiti natalizi di mia figlia e sull'esclusione di Kiran dal Grande Fratello.

Non ho ancora capito se questa distrazione sia segno della definitiva resa oppure dell'imminente salvezza...

lunedì 26 dicembre 2011

Una favola di Natale



Ci siamo incontrati fuori dalla libreria, tutti e tre ingombri di pacchettini rossi.
Riccardo e Angela mi hanno fermato, incuranti della faticosa provvisorietà di quell'incontro. Volevano dirmi qualcosa, volevano stupirmi. Mi hanno detto, guardandosi l'un l'altro con aria complice: “Abbiamo una storia incredibile. Una favola”. Ero già in fibrillazione; a me le favole piacciono, soprattutto sotto Natale. Alla fine, non ve lo nascondo,amici miei, sono rimasto un po' deluso.
In pratica, Riccardo e Angela, volevano annunciarmi che si erano costruiti la casa. La loro casa. Da soli.


Un lavoro ben fatto è ricchezza di tutti, diceva Anselmo, anarchico e muratore fine. Anche lui, nel 1970, la casa se l’era fatta da solo. E la casa dove io sono nato fu costruita da mio babbo. E nel paese dove sono cresciuto ogni contadino si è fatto la sua casa, e si vede bene ancora adesso, quadrati sghembi come sono, con improbabili accessi – qualcuno nei suoi disegni a mente si era dimenticato il posto delle scale – con cucine immense e umidi salotti abbandonati.
Visto dalla Val di Taro – e dal primo dopoguerra -, costruirsi una casa non è una favola e nemmeno una storia che val la pena di raccontare: è solo un pezzo di vita quotidiana (e dura).

Visto dall'oggi farsi una casa, fare qualcosa che occupi nel fisico, nella mente, nell’anima è un'azione eroica. Cominciando con tutti i permessi da chiedere e ottenere. Continuando con tutto ciò che occorre fare giorno per giorno per qualcosa che, se saprai correggere i tuoi errori, vedrai non il prossimo anno ma fra dieci lunghissimi anni, in cui molte cose cambieranno intorno e dentro di te.

Perché alla fine ciò per cui ti sei impegnato accada, perché ciò che alla fine vedrai e ognuno vedrà potrà essere considerato qualcosa di ben fatto, di fatto a regola d’arte, occorrono doti che non compaiono nel prontuario di questa contemporaneità.

Occorre pazienza, dedizione, fedeltà, costanza, fantasia, fisicità, accettazione della fatica duratura, rifiuto del disinganno. Umiltà.
Chi tra i lettori si sente in coscienza di accollarsi la banale ma ciclopica impresa che Riccardo e Angela hanno portato a termine?

Io so che non saprei farlo, che non saprei più farlo. Sulla non favola e non storia dei miei amici ci ho pensato su, e sento che questa è una mia menomazione. Sento che non è bene, né per me, né per gli altri, che io non ne sia capace. Non è cosa buona e giusta.

Avere mani forti e sguardo lungo, pazienza tenace e cuore fedele basterebbe a cambiare il mondo.
Da qualunque punto di vista si guardi al mondo...

venerdì 23 dicembre 2011

Buon Natale, Claudio




Per Natale volevo un post speciale. Un dono. Me lo ha fatto un mio amico.
Anche un dolore può rendere speciale un giorno speciale. Onorato di ospitare nel mio blog il tuo bellissimo scritto, Gerardo.

L’ANNO CHE VERRA’

La cosa a cui dedico maggior attenzione quando scrivo una lettera, una mail o un semplice Sms è l’inizio. Il resto poi viene da se, per me è determinante nel dare un’impronta, a tutto quello che viene dopo.
Questa volta poi, ci tengo particolarmente. È per una causa importate, perciò ho bisogno d’aiuto.
Ho già un’ idea, maturata in una notte insonne, uscita dalle mille pieghe di un povero lenzuolo.
Userò un Jukebox.
Si ma non uno qualunque, ce ne vuole uno speciale, uno con una canzone altrettanto speciale che userò come introduzione e ipotetica colonna sonora nella lettera che ti scriverò.

Ricordi, al Borgo ne trovavi  uno in ogni bar e pensa come ragiona la mia testa, associa ad ognuno, determinate sensazioni, profumi, stagioni, ma ovviamente canzoni. E’ un salto malinconico nel passato.  Ti prego prova a seguirmi.

Chiudi gli occhi, l’estate, la sera e la una terrazza affollata,
Immagina il jukebox all’aperto che suona Zodiacs- A-2 di Roberta Kelly.
Allora? Bello vero, potrebbe essere una calda estate del 1978, ma non è questa la canzone che sto cercando.
Forse se facciamo un salto allo Snack Bar e ci facciamo largo tra  fumo e odore di panini caldi, possiamo selezionare G-8 Eugenio Finardi- La musica ribelle. Forte, bellissima; ma non è nemmeno questa.

Allora, dai, andiamo da Renato, qui ci insinuiamo tra i tavolini, dove i nostri papà giocano a carte, oltrepassiamo la porta modello saloon e qui troviamo un altro jukebox. Beh qui, l’avrò ascoltata mille volte Z-3-Edoardo Bennato-  La torre di babele, 1979.  Che strano, erano anni che non sentivo questo motivo, ma questo viaggio nel passato mi sta regalando sensazioni antiche, mai sopite.

Mi stai seguendo, ci siamo quasi, ti chiedo solo un ultimo sforzo e ti porto dal Mata.
Sì certo, lì non c’erano i quadri alle pareti come oggi, ma le lamiere con sfondo azzurro che illustrano gelati di mille colori.
Appena entravi, sulla sinistra, di fianco al frigo dei gelati, appunto, c’era il jukebox. Dai, ho già pronte le 100 lire. Qui c’è quello che mi serve, quello che stavo cercando.
La moneta scende nell’apposita fessura, selezioniamo T-11 e il braccino robotizzato preleva il 45 giri dal rack, la puntina si abbassa lentamente ed eccoci qua, Lucio Dalla, L’anno che verrà, possiamo iniziare.

Caro amico ti scrivo, cosi mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va…..
Ecco, fantastico, semplice e pulito, dritto al punto. Adesso faccio da solo.

Il 25 Dicembre sarà di nuovo Natale.
Sarà di nuovo messa, aperitivi e risate.
Ricordi quante volte ci siamo ritrovati al bar proprio quel giorno. All’inizio eravamo solo io, te, Orecchia, Panz, il Bore, Wischy e Zanaglia e tutti volevano offrire un giro.
Poi crescendo ci siamo riappropriati dei nostri nomi di battesimo, si sono aggiunti tanti altri e ci siamo fatti accompagnare di volta in volta da fidanzate, mogli e di nuovo da soli, tanto per confermare che nulla è per sempre a questo mondo.
Sono ricordi bellissimi che oggi mi scaldano il cuore.

Volevo dirti che anche quest’anno, nonostante non sarai fisicamente appoggiato al bancone, sarai lì, comunque, in mezzo a noi a brindare, felici.

Volevo solo parlarti di cose semplici, e ho usato tutto questo giro di parole, questa metafora del jukebox, per parlarti di noi.
Volevo parlati del Natale, dei nostri  25 Dicembre.
Immancabilmente passerà anche questo. Arriverà il 25 di Maggio, giorno della tua partenza, e sarà già passato un anno. Chissà se hai fatto buon viaggio, chissà.

Alla fine ti scrivo e davvero vorrei dirti tante cose e qualcuna l’ho detta, ma non riesco a trovare le parole, quelle giuste, per dirti quanto mi manchi.
La vita continua, ma nessuno può negare che non sarà mai più come prima. Un altro mattone è caduto dal muro protettivo delle mie certezze e io mi sento ancor più solo e indifeso nel vento di Dicembre.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sto preparando è questa la novità...


Gerardo Villa


mercoledì 21 dicembre 2011

Fascisti su Cuba




Era dai tempi d’oro di Lando Buzzanca che mancava dalle scene italiane, uno spettacolo di sano svago come quello offerto in questi giorni da Frau Alessandra Mussolini.
È ancora vivo il ricordo delle sue innumerevoli gag – mandare in stereofonia in tutto il Parlamento l’inno di Mameli, il filmato di Bocchino e la Carfagna intenti a parlottare – che la Mussolini se ne è uscita con due battute che non hanno nulla da invidiare al miglior Woody Allen: “Questo è un governo castrista” e “Passera è come Fidel Castro”

Non si sa ancora chi è l’autore dei testi, ma è lecito supporre che l’onorevole comica (Pdl, area Terzo Reich) si ispiri ai Brutos piuttosto che a Moni Ovadia. Quello che appare oramai appurato è che non si avvalga in nessun modo di storici.

Ma questo pool di cervelli capeggiato da Frau Mussolini, che cosa avrà in serbo per allietarci nelle serate natalizie?
I bene informati ci hanno spifferato che è in programma un dibattito sui fascisti su Marte e un convegno sull’opportunità di fare una seconda marcia su Roma con i carrarmati a metano, per rispettare l’ambiente e i nostri polmoni.

È stata cancellata, dopo un lungo briefing con Umberto Bossi, la gara di rutti, perchè giudicata troppo raffinata per i tempi di crisi che sta attraversando il Paese...

martedì 20 dicembre 2011

Monti, l'uomo del destino



Il bello della tecnologia è che tutto è a portata di mano. Non hai l’ansia della diretta. Così che qualche giorno dopo ho potuto apprezzare alcuni brani del discorso del Presidente del Consiglio, Mario Monti.
Ero solo in casa, verso le diciannove. Ho seguito la sua concione in quello stato di torpore crepuscolare nel quale è bello lasciarsi scivolare, soprattutto in inverno.

Specie la parte economica mi è sembrata nobilmente tediosa e mi è sembrato di percepire nell’intero emiciclo, a destra come a sinistra, il diffondersi di uno stato di sonnolenza – disturbato solo dalle pantomime dei leghisti – che risarciva i deputati (e tramite loro il Paese tutto) di lunghi giorni di spasmodica passione.

Man mano che le palpebre si facevano più pesanti, reclinavo la testa sul tavolo della cucina godendomi, nel dormiveglia, la modesta luce dei lampioni sottostanti che rilasciavano una luce arancione, ideale per calarsi nelle braccia di Morfeo. Un abbrivio ineludibile, se accompagnato dalla voce monocorde del nostro Presidente del Consiglio. Il governo guidato da Monti è salito di stima e gratitudine nella mia personale scala di sentimenti.

Mia moglie, rincasando mi ha trovato profondamente addormentato davanti al discreto bagliore azzurrognolo del video, come un cane ronfante davanti al focolare.

“Che cosa ha detto Monti?”
“Non lo so - ho risposto stiracchiandomi – ma è sicuramente Lui l’uomo che stavamo aspettando”...

domenica 18 dicembre 2011

Leghisti all'Arena di Giletti



Ho capito perchè la Lega è tanto incazzata con il governo Monti. L'ho capito sentendo Matteo Salvini (parlamentare padano che va per la maggiore, per qualche particolare che a me sfugge) in collegamento con l'Arena di Massimo Giletti: nella manovra non c'è nessun accenno al federalismo. E, sotto questo punto di vista, mi sento un po' leghista anch'io.

Però coltivo un sospetto inconfessabile, e voglio finalmente rivelarvelo, amici miei. Ma di questo famoso federalismo, gliene frega davvero qualche cosa a qualcuno?
E davvero la questione delle questioni, una scintilla di un memorabile moto rivoluzionario, financo una rivoluzione?
E come mai fino a qualche anno fa i federalisti in Italia erano una trentina, considerati più o meno come gli adoratori del Dio Serpente, ovvero dei simpatici e folcloristici allucinati?

Tutto ad un tratto, per qualche congiunzione astrale, ogni politico – di destra, sinistra o centro poco importa - rassicura il proprio elettorato che sì, certo, lui è un convinto federalista. E ci mancherebbe altro.

Non sarà per caso una mera faccenda tecnico-amministrativa per la maggior parte dei comuni mortali, ma di basilare importanza per Umberto “Polenta” Bossi e la sua residua quindicina di martiri federalisti?

Non sarà che i (tanti) deputati leghisti e i milioni di voti dati al Carroccio, con il federalismo c'entrino pochino e assai più semplicemente si tratta di un voto di protesta fiscale e sociale, poi banalmente attribuiti al centrodestra?

Me lo chiedo, sia chiaro, non per spirito polemico: questo sia ben chiaro.
Ma perchè anch'io, si capisce, sono convintamente federalista.
E che vorrei capire il perchè...

venerdì 16 dicembre 2011

Mussolini a Piazzapulita




Che in Italia le persone di provenienza culturale più disparata disquisiscano di argomenti seri, non è una novità. Quindi nessuno scalpore che Flavio “Naomo” Briatore venga intervistato sul decreto Salva Italia proposto da Monti al Parlamento. E che suggerisca anche emendamenti non mi fa nè caldo nè freddo.

Alla stessa trasmissione (Piazzapulita, la7) fa la sua bella comparsata anche Alessandra Mussolini (Pdl, area Terzo Reich). Ha giustamente voce in capitolo, in quanto parlamentare eletta dal popolo. Personalmente non ho niente contro di lei. In sè e per sè non mi sembra una cattiva persona. Dice, questo è vero, una caterva di idiozie, ma senza volontà di dolo; solo per dare aria ai polmoni. Che non è un reato. Il video è pieno di questi soggetti (e qualcuno sino a poco tempo, governava pure).

Il problema, secondo il mio punto di vista, sta negli interlocutori, i quali quando la Mussolini accenna al nonno come se si trattasse di Gino Bartali o Amedeo Nazzari, avrebbero il compito di rammentarle, così en passant, che il nonno firmò le leggi razziali e fece deportare qualche migliaio di italiani di origine ebrea.

Sì, amici miei, di italiani: questa parola che infiamma Frau Mussolini è, infatti, la connotazione principale di quei nostri concittadini che l’amabile nonnetto spedì in Germania.

Ma nessuno, quando, la Mussolini blatera dell’Italia si prende la briga di rammentarle che cosa il nonno - all’Italia e agli italiani - ha fatto.

Questo silenzio complice, questa compiacenza leggera , vengono spacciate per buone maniere ma sono in realtà, segno di una profonda maleducazione culturale.

Le opinioni vanno rispettate tutte, ma le verità vanno ricordate a tutti. Anche a costo di contravvenire al galateo.

Soprattutto a chi, come Frau Mussolini, ne ha più bisogno di altri...

mercoledì 14 dicembre 2011

Il duro lavoro di Schifani




Oggi, per una volta devo andare contro l’opinione pubblica diffusa e voglio spezzare una lancia a favore di politici, amici miei. Anzi, in favore di un politico in particolare: il presidente del Senato Renato Schifani. Ha espresso nel giro di due giorni addirittura due opinioni politiche. Martedì a favore dei suoi sodali parlamentari (“Difenderemo la dignità del Parlamento”) e mercoledì dissociandosi energicamente (“In Parlamento sceneggiata indegna”).

Deve essere spossato. Anche se la seconda affermazione è servita ad azzerare la prima – riconsegnando Schifani alla sua serena inesistenza – è anche vero che il doppio sforzo, per un temperamento come il suo, deve essere stato da tracollo nervoso.

Collocato alla presidenza del Senato perchè nessuno come lui sapeva dire “la seduta è aperta” e “la seduta è chiusa”, quest’uomo di avvenenza rotariana, giunto oramai (finalmente) al termine della legislatura, deve aver pensato: “Non è educato che io me ne vada senza aver detto nulla”. Al termine di una notte insonne, ha partorito queste due prese di posizione, che in pratica si annullano a vicenda.

L’accordo con il suo staff era quello di dirle contemporaneamente.
Confuso dall’inesperienza, le ha pronunciate separatamente.

Di qua le gravi tensione di queste ore.

Signor presidente del Senato, si faccia forza e si prenda un lungo periodo di riposo. Ne ha proprio bisogno.
Ha tutta la mia comprensione.
E, penso,  anche la vostra amici miei...

martedì 13 dicembre 2011

La morale e l'arte della coltivazione del limone




Niente di più romantico che un cono di castagne. Soprattutto se la nebbia ti avvolge. Soprattutto quando il natale è alle porte.
Ma in tempo di crisi anche questo frutto necessita una scelta (al posto dell’aperitivo? del mini brunch?). Il cartoccio, infatti, ha un costo tranquillamente pagabile in lingotti d’oro. “Colpa dei parassiti che hanno attaccato le piante”, dicono i commercianti quando gli faccio notare l’assurdità del prezzo al consumo di una dozzina di caldarroste. 

Naturalmente mi sono informato. È vero quest’anno le cocciniglie hanno infestato mezza campagna. Non è immune nemmeno il mio limone, che si presenta rigoglioso solo ad un occhio inesperto: infatti nelle pieghe delle sue odorose foglie si annidano questi portatori di morte (vegetale, naturalmente). A nulla solo valsi i miei olii. Il mio limone soffre. Lo sento.

Mi parla attraverso i suoi frutti, quest’anno striminziti e radi. Una nuova generazione di cocciniglie si è destata anzitempo da un fasullo letargo di un fasullo inverno, ed è pronta a sferrare l'ennesimo assalto alle sue deboli difese. E così, da settimane cerco di curare questo mio infermo limone impegnandomi a salvarlo dal suo destino. Ho vinto molte faticose guerre, contro il ragnetto rosso, contro il moschino bianco, contro i pidocchi verdi. Ma le cocciniglie no. Le cocciniglie sono i mostri più schifosi e crudamente vitali che la natura abbia mai partorito; sono una maledizione metafisica, una punizione divina. Come il demonio conoscono mille travestimenti e metamorfosi, come Satana sanno mentire e sopra ogni altra cosa fingere con raffinata arte la loro sconfitta.

Le cocciniglie non muoiono mai. E le schifose, le vigliacche, le assassine, faranno il loro sporco lavoro approfittando della debole costituzione del mio limone, annientando i neonati frutti senza pietà, perchè la pietà non è nella natura della cocciniglia.


Buon senso avrebbe voluto che io eradicassi il mio limone all’inizio di questo inverno consegnandolo alla discarica vegetale, ma non si vive solo di buon senso. E la follia, o la stupidità, possono anche essere premiati. Spero fortissimamente che il mio limone ce la faccia.

Forse mi affiderò alle cure di qualche botanico: loro hanno armi segrete, roba militare immagino, modi speciali, attrezzi particolari, forse, semplicemente, sanno fare quello che io non ho mai imparato a fare: far abbassare la cresta alle cocciniglie.

Ho già messo in preventivo un centinaio di euretti per dare un futuro al mio limone. Immagino che saranno i limoni più cari della nazione, altro che un cartoccio di castagne.

Ma so anche che i miei limoni – e la mia personale guerra contro le cocciniglie - porteranno con sè, nella sua irragionevolezza, una morale, anche se ancora non so bene di che morale si tratti.

E ogni morale ha il suo prezzo, un prezzo che non è mai insignificante...

domenica 11 dicembre 2011

Vittime in attesa di giudizio



Scorrono le immagini dei cortei di protesta mentre sto mangiando le trenette al pesto. Lavoratori. Pensionati. Ma anche ragazzi pieni di rabbia che lanciano slogan terribili contro chi gli sta rubando un futuro che noi non siamo riusciti a garantirgli. Vedo loro e mi rivedo, in selciati diversi ma con lo stesso astio contro il mondo. Allora come adesso i giovani vogliono sapere.
Penso che un ragazzo di oggi dista dalla strage di Via Fani, tanto quanto io, trentacinque anni, fa ero lontano dalla seconda guerra mondiale.

Una generazione oramai è passata. Vite intere. Quanti crateri abbiamo visto. E quanti orologi fermi. Fiumi di lacrime intorno a cicatrici bruciate. In questo paese nerofumo esistono orchi che fanno saltare banche, autostrade, stazioni.
Fanno saltare treni in galleria e precipitare aerei in fondo al mare. Che manovrano l'inmavovrabile, che decidono oltre ogni limite sulle nostre miserabili vite.

Il nostro è un paese dove si mormora da mezzo secolo (sommessamente, mi raccomando) che gli antri dove si nascondono gli orchi sono normali uffici, stanze di pubblici ufficiali odorose di caffè e tabacco, dove l'stantanea della famigliola è in bella evidenza sulla scrivania. Dove, magari, tra una piano e l'altro, si raccontano pure barzellette, prima di decidere il tipo di esplosivo da usare.

Solo nelle ricorrenze, oramai, riusciamo ancora a ficcare gli occhi in quelle altissime tragedie italiane (Ustica, piazza Fontana, stazione di Bologna: non abbiamo che l'imbarazzo della scelta). Solo in quel momento ci rendiamo conto che al fianco dei parenti sfila l'ombra senza riposo delle vittime.

Che ci chiedono qualcosa.
E noi non sappiamo dirgli nulla... 

mercoledì 7 dicembre 2011

Monti, Dio e... il gel



C’è una vecchietta che incontro un paio di volte alla settimana. Mi ci imbatto nei luoghi più demodè: dal pizzicagnolo, davanti al portone dell’oratorio, nei pressi del calzolaio, in biblioteca. Una atmosfera romantica, ottocentesca, mancano solo i lampi di magnesio per le foto ricordo. Oramai è diventata una accettabile ricorrenza della quotidianità. Cerca i miei occhi e mi interroga sugli argomenti più disparati. Ieri mi ha chiesto un giudizio sui sacrifici chiesti anche a lei – che suppongo sia pensionata al minimo o giù di lì – dal Governo Monti. L’altro giorno mi ha chiesto di spalancare una porta pesantissima (“Come si manifesterà Dio in questo secolo?”)
La settimana prima fu decisamente più civettuola (“Cosa ne pensa di quelli che si mettono il gel sui capelli?”).

Il brutto di questo mestiere è che si è costretti a maneggiare troppe cose. Da un certo punto in poi, diventano tutte uguali. Due parole per Dio e altrettante per il gel. Anche il tono nel chiedere i pareri è uguale: fiducioso e cordiale. E hanno anche la certezza che tu sappia risolvere i grandi enigmi della storia (Dio e il gel) con spiritosa prontezza. La gente ha bisogno di risposte, su questo non ci piove. Ti ferma dappertutto, ti bussa dai finestrini della macchina, ti tira la giacca mentre compri il tabacco.

È come un camion di ghiaia che ti sommerge. Ognuno aggiunge la sua bella manciata di pietrisco. Gli occhi ti si riempiono di un fastidioso grigio. Ma non una delle pietruzze che formano il tutto ha una propria forma. Se provi a prenderla in mano ha lo stesso colore grigio: Dio e il gel.

Ora la manovra di Monti è una nuova pietra. L’ha fatta per compiacere alla Germania e a quel borioso di Sarkozy? Perchè ha toccato i pensionati al minimo? Perchè non ha toccato i più ricchi?

Non sentivo il bisogno di questo nuovo ingrediente nella mia insalata emotiva: scaglie di stress, foglie di frustrazione, disperazione grattugiata, complessi al vapore, cubetti di disprezzo, filosofia in scatola, umore secco e una spruzzatina di malinconia.

Perchè quando alla fine gli ingredienti sono troppi, o troppo abbondanti il cervello vomita.
Forse è questa la definizione di follia: il cervello che vomita...

martedì 6 dicembre 2011

Morti silenziose




Angelo, Antonio, Bruno, Giuseppe, Roberto, Rocco, Rosario.
Sette nomi. Sette vite spezzate.
Pochi se lo ricordano, qualche “breve” nella pagina di cronaca locale. Quattro anni fa, la notte tra il sei e il sette dicembre, questi uomini hanno perso la vita nel modo più inconcepibile: lavorando.

Le chiamano morti bianche. Una metafora, accolta da tutti, che le fa apparire ancora più silenziose e lontane. In un limbo.
Ma le cifre che riguardano le morti sul lavoro, assumono le sembianze di un bollettino di guerra. Felice Casson, nel suo libro del 2007 “La fabbrica dei veleni”, definisce questo fenomeno “una guerra di trincea” combattuta “tra operai e padroni, tra sindacati e industriali, con gli organismi pubblici, nel migliore dei casi, nel mezzo, come passivi e imbelli spettatori”.

L’Italia, è la maglia nera in Europa. Da noi chi tira la carretta muore più facilmente rispetto alle altri parti del Vecchio Continente: il doppio rispetto alla Francia, sei volte in più rispetto alla Gran Bretagna.
Ma ce ne ricordiamo solo quando succedono “episodi gravi” (come la ThyssenKrupp, per esempio).

Tra i morti sul lavoro, uno su sei è immigrato: le stesse etnie che sono al centro delle polemiche sulla sicurezza. Le vittime sono in maggior parte marocchini, seguiti dai rumeni e dagli albanesi. Ma i numeri sono in crescita.

Dalle statistiche emerge un altro fattore preoccupante: molti incidenti non vengono nemmeno denunciati. Poi ci sono anche le morti fantasma: per la morte di un lavoratore non in regola, il datore di lavoro corre pochi rischi. E ancora di meno se si tratta di un immigrato.

Dal 2003, il numero approssimativo per difetto delle morti bianche assomma a settemila: un intero paese che silenziosamente sparisce.

In quella forbice di numeri astratti si nascondono realtà più grandi di noi: la malavita organizzata, ma anche le grandi multinazionali. O tutte e due le realtà quando innescano il patto del silenzio. Chi ci va di mezzo sono le categorie più deboli: immigrati e precari.

Vite di serie B, come quella di Khaled, un giovane senegalese. Gli sono bastati tre anni di lavoro in una serra per beccarsi il cancro alla prostata. La causa? Esposizione ai pesticidi.
È stato il suo permesso di soggiorno...

venerdì 2 dicembre 2011

La cucina orizzontale




C’era una insolita nebbiolina e una leggera pioggia che emulsionava i muri delle case. Non era ancora sera, ma il pomeriggio declinava dolcemente, colorando tutto della nuance dell’oro antico. Dentro all’osteria nessun passante, gli avventori eravamo noi quattro: io, Brunin, Anselmo e Lefteris, un giornalista greco-cipriota che ogni tanto mi viene a trovare. Per una volta dietro i fornelli non c’è andato Brunin, ma Lefteris.

Ha imbandito in una mezz’ora scarsa quello che lui chiama il Mezes. Un tempo incredibilmente breve, tanto che, suppongo, si sia fatto preparare il cibo da sua moglie.
Più che una merenda vera e propria è un gioco gastronomico e conviviale. Un gesto di ospitalità che risale ai tempi di Omero, tornato oggi di moda perchè è ben si adatta ad un tipo di vita veloce e attento al cibo. In pratica tutto il desco è stato imbandito di una varietà incredibile di cibo, a porzioni ridotte: pane, formaggio, olive, polpette, cous-cous. In più c’è la sorpresa (quel giorno erano delle foglie di vite ripiene di riso. A me non sono piaciute, ma questo non è il punto.

Secondo un’ingegnosa definizione di ispirazione architettonica (i greci sono maestri in queste cose), la cucina italiana ha una struttura verticale, mentre le altre cucine si sviluppano orizzontalmente. Infatti i vari piatti del Mezes si servono contemporaneamente. La condivisione dei piaceri della vista, dell’olfatto, prima ancora che del palato, ha scatenato commenti e scambi di opinioni e ricordi. Abbiamo anche riso di gusto, ma a questo penso abbia contribuito in maniera determinante il Vermentino.

Nel bel mezzo del Mezes è entrato un cliente, chiaramente imbarazzato per la situazione. Voleva solamente un caffè. Alla fine si è seduto anche lui, sciogliendosi fino a diventare un vecchio amico sparito per troppo tempo. Il trucco è quello di presentare il Mezes come un dono a Giove, che è la divinità che protegge lo straniero (sono parole di Lefteris). Comunque ha funzionato. 

Al di là dei dogmi e delle differenze di pensiero, la condivisione del cibo è un concetto fondamentale per molte religioni. Che si oppone alla xenofobia.

È l’accoglienza dello xenos, dello straniero.
È la porta aperta per l’alieno. L’italieno...

giovedì 1 dicembre 2011

Maledetto ottimismo




Oggi voglio dire una cosa ardita, amici miei: quello che ci frega è l’ottimismo.
Un sentimento italico, mediterraneo. Un sentimento nostro.

L’ho pensato stamattina quando alla radio ho sentito concionare Ignazio La Russa, uno che neanche Nostradamus seppe immaginare nelle sue più lugubri quartine.
L’ho ripensato quando, accendendo la Tv per le prime – brutte – notizie della giornata, ho visto sculettare delle soubrette rifatte e aliene che hanno letteralmente invaso il video (il conduttore sorrideva e ammiccava maniacalmente su di un trespolo).
Il pensiero mi è tornato prepotentemente quando ho preso il giornale fresco di stampa su cui campeggiava una frase del neo premier che chiedeva a tutti (i poveracci), dall’alto del suo stipendio milionario, grossi sacrifici “perchè il momento l’impone”.

In quel momento il primo riflesso condizionato sarebbe quello di disconnettersi dal genere umano e uscire con le valigie rifatte da questa casa del Grande Fratello. Senza neanche passare per la nomination o il televoto.
Uscire, finalmente, in un mondo dove gli unici suoni sono il canto degli uccellini o la risacca delle onde sulla battigia. O il crepitio dei tizzoni che schizzano dal caminetto acceso. Una fredda campagna in mezzo ad un silenzioso nulla.
Ma poi sappiamo che non succede così.

Perchè a volte ci basta un viso. Due chiacchiere con una persona amica con cui fare esercizio di lucido e reciproco autoinganno (“Come va?”. “Bene”.). Nel mare di cose orribili che ci ondeggia intorno basta un turacciolo che ci appare all’improvviso per farci pensare di essere su di un isola salvifica.

No, quello ci frega non è il malumore o il mugugno o il pessimismo cosmico.
Quello che ci fotte è l’ottimismo. Quello che ci fa alzare al mattino, che ci fa andare avanti, chinare la testa davanti all’ennesimo sopruso. Quello che ci fa digerire anche una truppa di banchieri a capo del paese.

Se avessimo uno sguardo un po’ più lucido sul presente, amici miei, saremmo usciti dalla Casa già da parecchio tempo...

martedì 29 novembre 2011

Chi pagherà più tasse?




Tutta questa rivoluzione finanziaria, secondo gli economisti, va stoppata con una sola cura: far pagare più tasse. A ben vedere anche la ricetta del taumaturgo Monti, verte sull’andare a toccare il portafogli degli italiani. E così aspettiamoci – prima di tutto - due lief motif, due punti fermi, dei nostri governi passati, presenti e futuri: aumento di benzina e sigarette. Poi tutto il resto con calma (acqua, luce, autostrada ecc.ecc.). Geniali.
Ma anche questo limbo “tecnico” finirà e si arriverà al clima pre elettorale. Vedrete che qualcuno metterà al primo punto del suo programma l’abbassamento dell’esosità dell’erario. Vedrete.

D’altronde sono stati conquistati grandi regni senza colpo ferire con la storia di far pagare meno tasse (trovatemi un umano sano di mente che non arda dal desiderio di pagare meno imposte).
Per molti tra noi, pagare un po' meno tasse compendia l'impegno di tutta una vita. Dalla notte dei tempi si scontrano due contrapposte scuole di pensiero sul punto cardine, sulla questione principe: a chi far pagare meno tasse? Perché l'idea che nessuno le paghi non è utopia, ma puro delirio.

Prima scuola, la più in voga, la più arzilla, la vincente dai tempi di Nabucodonossor fino alla rivoluzione francese, insegna così: paghino meno i ricchi. Più i ricchi sono ricchi, più i poveri troveranno gran quantità di avanzi sotto le loro tavole. Ai poveri le briciole fanno buon pro, e se gli rimane un po' di appetito, meglio, che così non pensano ad altro che a cercar briciole e non hanno tempo per uggiosi pensieri. Nei tempi moderni, questa teoria viene enunciata con termini meno terra terra, ma la sostanza rimane: se i ricchi spendono tanto c'è bisogno di un mucchio di operai che fabbrichino le cose che loro comprano. L'occupazione aumenta e alla fine tutti vanno a star meglio. Naturalmente a sostenere questa teoria sono i ricchi e gli economisti e i governanti a loro vicini.

La seconda scuola dice così: facciamo pagare il meno possibile i poveracci e il ceto medio. In questo modo decine di milioni di cittadini, e non solo un pugno di privilegiati, potranno soddisfare i loro bisogni. Non potranno mai comperare auto di lusso o yacth, ma una quantità straordinaria di beni e di servizi utili e interessanti.
Saranno milioni di persone più felici e più sane, disposte all'ottimismo e a lavorare meglio e di più. Va detto che questa seconda scuola è assai più giovane della prima e assai meno potente oggi come oggi.

In verità fino a poco più di cento anni or sono, i poveri tendevano a risolvere la questione delle troppe tasse facendo, quando proprio non ce la facevano più, una rivoluzione. Spesso gli andava male, qualche volta invece bene, ma alla fine hanno considerato che mettere su una scuola di pensiero e provare a farla primeggiare era senz'altro più economico e soddisfacente di un putiferio dagli esiti a dir poco nebulosi.

Il vero banco di prova per il governo Monti sarà proprio questo: applicherà la prima o la seconda teoria?
Io penso di avere la risposta, ma non ve la dico...

domenica 27 novembre 2011

Le illusioni del signor B.



L'oramai rattristante onorevole Silvio Berlusconi è andato a far visita al suo sodale Carlo “Volatile” Giovanardi per inaugurare una nuova campagna elettorale. Prende la parola tra il tripudio generale – un centinaio di persone -. Dice che l'opposizione non è ancora pronta (e qui è difficile dargli torto), poi si scaglia contro il comunismo imperante nel Paese (qualcuno chiami il 118). Ma l'uomo vuole strafare, come al solito, e dice che i valori del suo partito di plastica sono quelli più vicini alla famiglia, in senso cristiano. A questo punto occorrerebbe dirgli che su quel argomento è meglio rimanere “schisci” come dicono a Milano (stare calmi, quatti, fermini e buonini), visti i processi che sono in corso per le sue pruriginosità in campo femminile. Che non è esattamente un dogma cristiano.

Sarebbe troppo facile fargli notare questo.

Ma in fondo perchè incrudelirsi contro quest'uomo? Chiede solo di abbandonare la scena politica convinto di essere vittima di un complotto, di un'ignobile congiura messa in atto da tutte le forze mondiali.
Che cosa ci costa dopo tutto rendere meno amara la sua catastrofe politica lasciandolo alle sue illusioni? Pensate, è pure convinto che i suoi amici leghisti siano tutt'oggi solidi alleati. Non togliamogli anche queste ultime, infantili, illusioni. Perchè dire ai bambini che Babbo Natale non esiste e che i neonati non sono traghettati al mondo da una cicogna?

Chi di noi, poi, non si è mai consolato delle proprie debolezze accusando, in cuor suo, la malvagità del mondo?

Io, per esempio, sono convinto che l'autunno arrivi puntalmente ogni anno soltanto per acuire i miei problemi all'apparato dentale e per indolenzire il mio braccio destro, proibendomi così di giocare a tennis.

Certo, ne sono fermanente convinto.
Ma mica lo vado a dire su un palco...

venerdì 25 novembre 2011

La mia Maestra




Trotterellava frettolosamente per le vie del paese. I manici della borsa della spesa le asserragliavano le dita, fino a farle diventare esangui. Guardava poco in giro; lo sguardo era fisso davanti a sè. Fiero. Appena mi vedeva mi sorrideva e mi sbatteva davanti – ancor prima del saluto – i miei (tanti) errori dell’ultimo articolo che avevo scritto. Lei era una mia lettrice indefessa. Non ha mai smesso di essere la mia Maestra delle elementari. “Io non ti ho insegnato così. Vergogna!”. Poi mi dava uno buffetto sulla guancia e tornava a occuparsi di vivande per figli e nipoti.

La mia Maestra era una sostenitrice del lavoro “a regola d’arte”, parlo del suo lavoro che io conosco bene da quarant’anni. Una Maestra è tale per tutta la sua vita, almeno quelle di una volta.

Io e i miei articoli siamo siamo orgogliosi di essere diventati, maldestramente, colleghi suoi. Quelli che la mattina si alzano per lavorare, quelli che credono, anacronisticamente, stolidamente, che scrivere sui giornali non sia una concessione divina al furore creativo del genio, né un polimero semilavorato da mettere in mano all’allegra brigata dell’ufficio marketing, ma un duro, onesto lavoro, da eseguire a “regola d’arte”. Per rispetto a se stessi e alla spettabile clientela dei lettori. Questo me lo ha fatto capire lei. Con l’aggiunta che voleva bene a me e voleva bene alla mia storia, con il di più che ci volevamo bene.

Una Maestra non ha bisogno di giustificazioni, non ci sono ragioni per la sua venuta, men che meno per il suo volerti bene. E tu che devi fare? Niente; assistere allo spettacolo, ridere, sbuffare e godertela. E disperare che si stanchi, che lasci la presa da quello che inutilmente pensavi fosse lontano dalla portata della sua matitina.

A tutti dovrebbe toccare la grazia di una Maestra da essere badati.
Per giocare, per lasciare un giusto spazio ai propri difetti, alla scrittura (la mia, in particolare) un po’ troppo bizzarra. Per ricordarmi ogni volta che il suo duro, onesto lavoro, concerneva il farmi un mazzo così per ogni mio vezzo e errorino. Perchè per me era questione di diventare un giornalista decente senza soffrire troppo e tutto insieme.

In fondo a questa storia, in due righette le dico grazie, ora che non c’è più. Queste due righe le ho sottratte alla sua lettura di Maestra. Me le avrebbe corrette e io non avrei voluto...

giovedì 24 novembre 2011

L'ultimo sondaggio




Siamo accerchiati. Ci hanno tolto anche l’ultimo baluardo: l’idea. Di più: l’opinione, il de gustibus.
Oramai tutte le nostre scelte sono orientate dai sondaggi. Dalla politica alla pizzeria, dallo sport all’abbigliamento fino ad arrivare ai nostri gusti nella pratica sessuale. Tutto. Ma in qualche parte del mondo un sondaggio ci avverte che i sondaggiati si sono rotti le scatole e non rispondono ai sondaggianti. È la rivolta dell’uomo demoscopico, ovvero colui che regge la bussola dell’offerta commerciale e politica.

L’aumento dell’indice di insondabilità mi fa felice: questo genere petulante e sommario di indagine ha il peccato originale di orientare le risposte. O, peggio, di formulare domande la cui asciuttezza esclude di per sè la possibilità di formulare risposte intelligenti e articolate (e soprattutto cancella il dubbio, sale della sapienza).
Ma la mia felicità riguardo alla rivolta dei sondaggiati è bruscamente frenata: pare che l’indifferenza degli interpellati diminuisca in cambio di un piccolo omaggio. I sondaggiati, insomma, ambiscono allo status di semiprofessionisti. Un piccolo esercito prezzolato, efficiente e sempre disponibile, al posto della indisciplinata truppa fin qui adottata.

Un drappello di cavie parlanti che hanno il compito di rappresentare arbitrariamente le nostre opinioni e i nostri gusti.

Resto dell’idea che la sola difesa efficace sarebbe il sabotaggio attivo: dichiarare sistematicamente il falso.
Il comunista si dica fan di Hitler, il calvo consumatore di shampoo.
La donna morigerata si finga partecipante attiva alle orge, chi odia i felini denunci sette gatti. I tesserati di vecchi circoli del Pci dichiarino di votare Berlusconi e i berluscones simulino odio per gli spot, ville in Sardegna e donne.

Non servirà a nulla certo; ma vuoi mettere la soddisfazione personale di mentire al Grande Burattinaio?
D’altronde nemmeno il più abile degli hacker riesce a mettere in ginocchio l’affidabilità dell’intero sistema.

Aspetto da anni che qualcuno mi inserisca nel suo campione per dirgli che il mio politico preferito è Scilipoti, che guardo solo il Tg4, gioco tutti i giorni a freccette, mangio solo filetti di sogliola ancora surgelati e la mia città preferita è Isernia.

Purtroppo nessuno mi chiede mai nulla.
Devono avermi già identificato...

lunedì 21 novembre 2011

Rai Fuori Onda



Due sono le cose che mi hanno accompagnato nel corso degli anni. Due “strumenti” che fanno sì che ogni giornata della mia vita abbia avuto un gusto e una colonna sonora.
La prima è la sigaretta: la Silk Cut a Londra, la Belmond in Sudamerica, la Gitane a Parigi. La Ms fumata sino al filtro della mia adolescenza. Poi le lente volute di fumo della mia pipa Peterson che addolciva la stanza con il suo aroma Vanilla. Mai il sigaro: troppo prepotente il suo gusto. Troppo aggressivo.
Ora sono le sigarette artigianali, con il tipo di tabacco che cambia a seconda della stagione e dell'umore. Un vizio, certo. Ma anche una compagnia unica, per un'esistenza come la mia spesso contraddistinta da grosse polle di solitudine.

L'altra è la radio. Quella scatola meravigliosa che ti lascia libero di pensare. Niente a che vedere con la Tv, strumento despota, assolutamente vicario. Ascolto radio al lavoro, in macchina, quando mi corico a letto, quando mi sveglio. Sempre. Ho un vezzo, probabilmente portato dall'età: ho la predilezione per le onde medie. Specie di notte: musiche e lingue sconosciute, accenti diversi, aromi strani. Brusii, strascichii, scricchiolii. Suoni feltrati.
E le reti Rai.

Ma da anni, oramai, Radio Due e Radio Tre sono state cassate dalle onde medie. È un piccolo grande scandalo che lascia interdetti per la pacifica indifferenza nella quale il doloroso stralcio è avvenuto. Il pretesto è di natura legale: ma viene anche da sorridere se si pensa in che modo il settore delle telecomunicazioni vada avanti in barba a tutte le leggi (vedi Rete 4).

Di fatto il black out delle reti radioniche nazionali sulle onde medie, tradizionale ritrovo degli ascoltatori di lunga data come il sottoscritto, va ad aggravare una situazione già pessima. Infatti anche la modulazione di frequenza è soffocata da una pletora di radioline locali che spesso la oscurano. Per ascoltare in modo accettabile “Tutto il calcio minuto per minuto” occorre avere un polso degno di un giocatore di Shangai, tanto è difficile indovinarne la frequenza giusta.

A fronte di quattro o cinque network privati degni di questo nome, la maggior parte dei segnali che disturbano il servizio pubblico sono petulanti contenitori di pubblicità locale e musicaccia scadente. Per non parlare di Onda Verde, strumento quantomai prezioso per chi guida, che su molte autostrade si trasforma in un flebile gracchio.
Di contro i rosari e le invettive di Padre Livio su Radio Maria sono perfettamente udibili anche sulle mulattiere.

Pensare che questo depotenziamento di Radio Rai sia doloso è probabilmente sbagliato. Ma è sacrosanto protestare ad alta voce (almeno quanto Padre Livio).

Sempre che le voci degli affezionati di Radio Rai abbiano ancora un ripetitore disposto a farle parlare...

giovedì 17 novembre 2011

Malati di bipolarismo



C’è nebbia. Come pure ieri e ieri l’altro. La settimana scorsa c’era un vento assassino e un freddo glaciale. Per non parlare della pioggia, che ha flagellato dall’inizio del mese un paesaggio inerme. Abbiamo tirato fuori dalla naftalina i guanti di pelo e la cuffia da barca. 

Guardo dalla finestra e il paesaggio è sepolto da una bruma inquieta; mi specchio e il vetro mi rimanda il viso di una persona triste e sfiduciata. Mi metto al lavoro in preda ad un insopportabile mal di stomaco; ho anche un sottile mal di denti da una settimana. Beh, allora? C'è una qualche notizia in tutto questo, una qualche rimarcabile singolarità? No, nemmeno l'ombra.

La mia quota di ragionevolezza mi spiega che esistono le stagioni e i tempi; c’è il caldo e c'è il freddo, la pioggia e il sole, e ogni altra cosa come dev'essere nella vita e nell'universo. Mi dice la ragione che la cosa più stupida che un uomo possa fare è dolersi dell'ovvio. Ma tutto il resto di me non ne vuole sapere di ragioni e nel cuore dell'autunno vuole sole smagliante e splendida forma. Come fosse naturale vivere una vita dove tutti i giorni è domenica.

Non varrebbe neanche la pena di parlarne se non fosse che so di non essere solo in questo delirio. I miei più stimati amici invocano un'accelerazione dell'effetto serra, dell'eterna, malata estate di cui fino a due mesi fa si lamentavano come dell'estrema maledizione del genere umano.
Sono sicuro che se in questi giorni indicessi un referendum, la stragrande maggioranza della popolazione voterebbe a favore della desertificazione del globo. Se avessi il coraggio di guardare tutto questo da una prospettiva oggettiva, non potrei che constatare di vivere in una realtà abitata da una folla di bambini fragili ed emotivi, capricciosi e irragionevoli. Io tra loro.

Credo modestamente che questo sia il sintomo - e non è l'unico - di una malattia; non un malessere, ma una malattia vera e propria. Non abbiamo più il termostato, per così dire. Si è rotto l'interruttore che regola la temperatura delle nostre emozioni. O abbiamo troppo caldo o troppo freddo, o siamo troppo asciutti o troppo bagnati, o troppo docili o troppo riottosi. Intolleranti verso tutto perché eternamente a disagio con la fatica di sopportare noi stessi.

Questa malattia ha un nome: bipolarismo. No, non quello parlamentare, ma quello dell'anima. È studiata e curata con terapie chimiche e di sostegno psicologico.

Tutto questo solo perché piove? Rifletteteci un poco e constaterete quanti e quali sintomi potete raccogliere a suffragio della mia ardita teoria...

martedì 15 novembre 2011

Tutta colpa del pesce palla




Perchè non mi sono mosso prima? Perchè non mi sono incatenato davanti al Quirinale un paio di anni fa? Certamente la foto avrebbe fatto il giro del mondo, come quella dello studente di piazza Tiananmen e qualcuno di molto più importante di me si sarebbe mosso. E invece no, ho lasciato che tutto andasse a rotoli, ho lasciato che gli italiani imparassero termini come spread, default, Standard & Poor’s.

Mi chiedo dov’è stata per tutto questo tempo la parte non berlusconizzata del paese. Che fine hanno fatto i sindacati, i cattolici che si definiscono “democratici”.
E poi, dove si sono nascosti i parroci. Il Partito Democratico, i girotondini. E Mario Segni, che ha rotto le scatole a tutti per i referendum sulla foca monaca, in quale magione ha passato gli ultimi anni?

Perchè, poi, gli studenti dell’Onda hanno manifestato solo a macchia di leopardo al posto di occupare stabilmente tutte le piazze di tutte le città? Perchè? Perchè siamo voluti tornare indietro di cinquant’anni?

Ma non voglio puntare il dito contro entità astratte, contro sigle incomprensibili.
Mi chiedo che cosa ci faccio io qui a battere sulla testiera del computer al posto di incatenarmi davanti alla Banca d’Italia.

Tutte queste domande di pietra hanno una risposta. E il colpevole è Brunin, il mio oste. È stato lui. È colpa sua, quando mi chiama per farmi fare da cavia per le sue nuove specialità di pesce. Non mi dice nemmeno il nome del “pescato fresco” che mi propina. Lui è un un talento unico tra i fornelli. E io mi fido. Ma ho sbagliato. Mi ha propinato il pesce palla. Ne sono sicuro. Non c’è altra soluzione al dilemma della mia accidia. Il pesce palla è una prelibatezza, dicono. Che però può essere anche mortale. Perchè contiene tetradotossina, un veleno più potente del cianuro.

La tetradotossina funziona così: non si riesce più a parlare, poi si resta paralizzati, eppure perfettamente coscienti.

Esattamente quello che è capitato a me e a milioni di altri italiani.
La somministrazione del pesce palla sembra essere molto diffusa...

domenica 13 novembre 2011

I delfini e l'arte della sopravvivenza



Sono andato a vedere i delfini. Qualche tempo fa, assieme a Giusy e Chiara. Vicino a Lavagna c'e un grosso delfinario; così si chiamano le piscine che ospitano questi mammiferi. Non sono pesci qualunque, i delfini. Si capisce da come i bambini li guardano e parlano sottovoce con i loro. C'è un flusso di comprensione fisica tra di loro. Parlano un alfabeto a noi - uomini e adulti – sconosciuto.
E quando c'è qualcosa che mi sfugge, il mio istinto mi dice che c'è la fregatura in agguato.
Approfonditi studi ci spiegano che, nella notte dei tempi, delfini e homo sapiens si disputarono il primato “intelligente” del mondo. Al termine della tenzone, il giudizio è stato inequivocabile: i delfini sono gli animali più intelligenti del creato. Intendo tutti gli animali, me compreso. E voi, se mi permettete l'audacia. Sono talmente intelligenti che a un certo punto della loro evoluzione, avrebbero potuto giocarsi il dominio del Terra proprio con noi. Ma loro, i delfini dico, hanno scelto qualcos'altro; se ne sono restati in acqua a pensare a chissà che.

Pensano, e mangiano, e sonnecchiano, e fanno l'amore, e giocano. Nient'altro. Di tutto il resto non sanno che farsene. E il resto è tutto ciò che invece noi abbiamo voluto imparare a fare. I delfini sono gli animali che lavorano di meno in assoluto; dedicano meno tempo di qualunque altro essere vivente superiore ad attività utilitaristiche, azioni volte a scopi pratici. Meno persino dei felini, che ci sembra passino la vita a sonnecchiare. Penso a tutte le volte che vengo redarguito da Giusy perchè passo le domeniche spalmato sul divano a guardare le partite di calcio e capisco quanto la mia indole sia portata più verso il delfino che verso qualunque altro essere vivente.

Guardo i delfini che sorridono eternamente e mi sorge dal profondo una domanda cretina.
Quanto è più intelligente dei delfini l'homo sapiens sapiens, la specie dominante che sta lavorando alacremente giorno e notte con l'unico scopo visibile di distruggere ogni cosa sulla Terra, a partire da se stessa?
Qualcuno sa rispondere? Gli studiosi si limitano a constatare che i delfini hanno fatto una scelta e gli uomini un'altra. Non parlano di scelte giuste o sbagliate, dicono solo che è andata così, e né loro né noi possiamo più cambiare strada.

Ma guardo mia figlia che parla con i delfini e non so cosa darei per sapere quello che si stanno dicendo. Cosa ci tengono nascosto dei loro segreti. Intanto constato che ho dovuto lavorare anche per pagare il biglietto che mi permette di stare a guardare una coppia di delfini che mi sbatte in faccia il suo totale disinteresse per il mio faticare.

Ecco la fregatura... 

giovedì 10 novembre 2011

Una vecchia cartolina da Parma




Giacomo è nato in via Gulli, dalle parti di piazza Matteotti. Giocava nel cortile, a volte a calcio, a volte a baseball. C’era la latteria che vendeva anche le sigarette, il bar che vendeva anche la spuma al ginger: i gelati della Tanara, quelli li vendevano tutti. Lì vicino c’era anche il bar dei grandi, dove era proibito entrare. Tutti fumavano a parlavano di calcio. Si chiamava Kappadue, e teneva banco un signore con i capelli ricci, già impolverati di bianco. Si chiamava Mora. Bruno Mora. Vestiva sempre bene e portava anche il loden, quello verde e con la piega lunga: piccoli particolari che a Parma si era inclini a chiamare lussi. Ma quel signore parlava e parlava

C’era anche un signore che camminava per la strada e salutava tutti, ma proprio tutti. La gente che era in strada appena lo incontrava si dava di gomito. Indossava scarpe dalla suola alta, per non sentire i marciapiedi della vita. I suoi occhi erano due cose azzurre piene di timidezza; uno sguardo lungo, senza appoggi orizzontali; riusciva a formulare pensieri senza dare loro voce. I suoi amici si fermavano e gli offrivano da fumare. E lui accettava: in realtà non è che i poveri fumino oppure no; fumano quando glielo offrono. Era muto e si chiamava Athos. Ma aveva trovato un altro modo di comunicare. E lui parlava e parlava.

C’era anche Missio, un bambino tutta cricla e vivacità. Ad eccezione degli amici di via Gulli, non era mai stato importante per nessuno, come una elevatissima percentuale della popolazione terrestre. Quel gruppetto rimaneva lì fino a che i lampioni disegnavano pozzanghere di luce. Lui parlava, chiassoso e ansioso di rendersi simpatico. Gli altri respiravano lenti, assorbendo solo le sensazioni del luogo e del momento. Poi l’incantesimo era rotto dal fado parmigiano delle madri che chiamavano i figli. Ma lui restava lì nella luce medioevale dell’autunno padano. E parlava e parlava.

Poi c’era quello che non si fermava mai e parlava sempre con un voce carica di fretta. Aveva lo sguardo frenetico di chi cerca qualcuno nella folla. Portava sempre il cappello a falda larga e aveva imprigionata nelle dita una cartella di pelle consunta. I ragazzi della via Gulli lo seguivano sin che imboccava via Imbriani, paletto topografico della vita senza adulti. Parlava di quello che succedeva dall’altra parte dell’Oltretorrente. Sembrava un nobile decaduto, problematico erede di qualche impero scomparso. Il tremolio della sua voce da settantenne era un fragile strumento a fiato che suonava melodie sconosciute ai ragazzi. Lui camminava e parlava. Camminava e parlava.

Parma era una città che assomigliava ad un vecchio seduto che racconta le fiabe ai bimbi. Era tutto vago e senza contorni come un film di dilettanti girato con una telecamera difettosa, dove non si distinguevano bene le facce e le voci erano confuse. Alle spalle dei ragazzi di via Gulli, man mano che gli anni passavano, quel vecchio andava scomparendo in quel modo netto e definitivo che hanno solo le cose amate.

Ora Parma si è alzata a vista d’occhio - la città verticale dicono gli amministratori – come se avesse ingerito una enorme pillola di Viagra. Si è alzato anche il vecchio che si stufato di raccontare delle fiabe a chi non lo sta più a sentire. I ragazzi della via Gulli sono tutti incravattati: le loro menti, con il loro bagaglio di pazzia, hanno preso strade diverse, lontane da via Gulli. Qualcuno ha sciupato il frammento di sogno portato in giro con precauzione, come un pezzo di porcellana  custodito dai personaggi della Parma che fu. I ragazzi sono rimasti soli.

Nessuno ora parla più...

mercoledì 9 novembre 2011

La collera degli dei




Angeli del fango e melma dappertutto. Questo è lo scenario che si presenta a chi abbia l’idea di andare a Genova in questi giorni. Qua e là qualche telecamera (imponente il lavoro fatto questa settimana dai media e da l’emittente Primocanale in particolare). I curiosi sono radi e guardati in tralice da tutti; si possono riconoscere dalle scarpe linde e dalla macchina fotografica a tracolla.
Può sembrare strano ma l’espressione facciale più gettonata in questi giorni è il sorriso. Genova guarda all’alluvione con fierezza, come a dire “guarda che non ci metti in ginocchio”. Testa alta, pala in mano e pedalare.
Una donna un po’ in là con gli anni, all’angolo della strada, scrolla la testa e dice: “È il Cielo che ci punisce”. E questo mi ha fatto incazzare. E non poco.

Un po’ tutta la Liguria è stata attraversata da fenomeni mai visti, almeno con quella intensità. Mareggiate, esondazioni, bombe d’acqua. Monsoni. Se è vero, come annunciato tristemente, che questo sarà il ventennio delle catastrofi e del cortocircuito dell’ecosistema, mi preoccupa assai il prevedibile aumento delle interpretazioni parareligiose, apocalittiche e penitenziali. Esattamente come avvenne per l’Aids.

Quando ci sarà maggior bisogno di saggezza, la strizza (come avvenne all’alba dei secoli) farà straparlare ogni genere di santoni e pirla. Quando ci sarà estremo bisogno di saggezza condita con un po’ di igiene mentale, saranno purtroppo le scorciatoie irrazionali ad avere più seguito. Questo perchè “spiegano” dozzinalmente, consolano e ci mettono a posto con la coscienza. Che ne possiamo noi, se gli Dei si sono inalberati. 

Ma la collera degli dei, ha la pessima abitudine di colpire a casaccio. Non è che incenerisca solo gli avidi o gli stronzi o i criminali delle ecomafie o il potente di turno che se ne infischia delle emissioni nell’atmosfera. O chi semplicemente insozza il selcio per il gusto di farlo.
Manda all’altro mondo anche centinaia di innocenti. Toglie la casa a chi diligentemente fa la differenziata. Mette sul lastrico migliaia di agricoltori che venerano la Terra.

Preferirei, dunque, un altro genere di spiegazioni che possibilmente non implichino lo sterminio come inevitabile morale della favola. Un poco più di scienza mi basterebbe. Magari per una volta qualche indagine approfondita che riesca anche ad individuare un nome terreno, con tanto di carta di identità.
Senza andare a prenderne in prestito uno dal regno dei cieli...

domenica 6 novembre 2011

Le donne di Genova



Assai più dei loro uomini, le donne di Genova hanno fatto parlare di sé nel corso dei secoli. Hanno fatto innamorare una marea di forestieri e ne hanno fatto disperare in egual misura. Montesquieu si è spinto a giurare che fossero le più belle e le più fiere d’Europa.
Le donne di Genova. Che non vuol dire essere nate a Genova. Vuol dire transitare e sostare per un tempo abbastanza lungo sotto la Lanterna per essere plasmate indelebilmente dall'aurea femminea genovese.

Sei di loro hanno pagato il prezzo più alto dall'alluvione di venerdì. Non penso che sia un caso che il sangue che macchia l'acqua dei fiumi straripati appartenga a donne, a donne di Genova. Hanno sfidato l'onda di piena, hanno guardato in tralice il fango che veniva giù per le strade un secondo di troppo.

La strage di Genova è tutta una faccenda di donne. Anche il sindaco è donna, donna di Genova. Penso che quelle morti le abbiano appesantito l'anima in maniera insopportabile. Ha fatto apparizioni in tutte le Tv. Ci ha messo la faccia. Non è da tutti.
Ciò non può togliere le immense colpe che ha nell'aver sottovalutato la situazione (“una tragedia imprevedibile”, ha commentato a caldo, scordando che l'allerta c'era da più di una settimana).

Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare di storie di donne, donne di Genova. Come quella che riguarda Anna, una donna che abita in Borgo Incrociati a pochi passi dal torrente Bisagno. Appena dopo l'esondazione ha lasciato il posto di lavoro e se ne è andata verso il suo focolare in pericolo. Sfidando l'acqua e il fango. Tenendosi per mano con altre donne che andavano a difendere con i denti la propria casa. È arrivata quasi a nuoto con la poltiglia che le impediva i movimenti. Non è neppure salita in casa e si è messa subito a spalare il fango, ha dato il suo aiuto ad altre persone che combattevano con la corrente.

Queste sono le donne di Genova; sono le stesse che chiedono giustizia per altre donne di Genova. E lo fanno con quello sguardo che non ti dà scampo. Con la stessa cristallina fermezza che hanno negli occhi quando guardano i cartellini dei prezzi di un besagnino di Castelletto; le guardi di sottecchi e non vorresti essere nei panni del promotore finanziario che ha osato provarci a tirarle il pacco.

Come puoi non amarle, le donne di Genova? Avremmo potuto amare anche quelle donne che la piena ha portato via. E mi chiedo se quel sangue gridi vendetta per questa città e se questa città abbia mai chiesto vendetta.
Oppure si aspetti solo giustizia...