giovedì 10 novembre 2011

Una vecchia cartolina da Parma




Giacomo è nato in via Gulli, dalle parti di piazza Matteotti. Giocava nel cortile, a volte a calcio, a volte a baseball. C’era la latteria che vendeva anche le sigarette, il bar che vendeva anche la spuma al ginger: i gelati della Tanara, quelli li vendevano tutti. Lì vicino c’era anche il bar dei grandi, dove era proibito entrare. Tutti fumavano a parlavano di calcio. Si chiamava Kappadue, e teneva banco un signore con i capelli ricci, già impolverati di bianco. Si chiamava Mora. Bruno Mora. Vestiva sempre bene e portava anche il loden, quello verde e con la piega lunga: piccoli particolari che a Parma si era inclini a chiamare lussi. Ma quel signore parlava e parlava

C’era anche un signore che camminava per la strada e salutava tutti, ma proprio tutti. La gente che era in strada appena lo incontrava si dava di gomito. Indossava scarpe dalla suola alta, per non sentire i marciapiedi della vita. I suoi occhi erano due cose azzurre piene di timidezza; uno sguardo lungo, senza appoggi orizzontali; riusciva a formulare pensieri senza dare loro voce. I suoi amici si fermavano e gli offrivano da fumare. E lui accettava: in realtà non è che i poveri fumino oppure no; fumano quando glielo offrono. Era muto e si chiamava Athos. Ma aveva trovato un altro modo di comunicare. E lui parlava e parlava.

C’era anche Missio, un bambino tutta cricla e vivacità. Ad eccezione degli amici di via Gulli, non era mai stato importante per nessuno, come una elevatissima percentuale della popolazione terrestre. Quel gruppetto rimaneva lì fino a che i lampioni disegnavano pozzanghere di luce. Lui parlava, chiassoso e ansioso di rendersi simpatico. Gli altri respiravano lenti, assorbendo solo le sensazioni del luogo e del momento. Poi l’incantesimo era rotto dal fado parmigiano delle madri che chiamavano i figli. Ma lui restava lì nella luce medioevale dell’autunno padano. E parlava e parlava.

Poi c’era quello che non si fermava mai e parlava sempre con un voce carica di fretta. Aveva lo sguardo frenetico di chi cerca qualcuno nella folla. Portava sempre il cappello a falda larga e aveva imprigionata nelle dita una cartella di pelle consunta. I ragazzi della via Gulli lo seguivano sin che imboccava via Imbriani, paletto topografico della vita senza adulti. Parlava di quello che succedeva dall’altra parte dell’Oltretorrente. Sembrava un nobile decaduto, problematico erede di qualche impero scomparso. Il tremolio della sua voce da settantenne era un fragile strumento a fiato che suonava melodie sconosciute ai ragazzi. Lui camminava e parlava. Camminava e parlava.

Parma era una città che assomigliava ad un vecchio seduto che racconta le fiabe ai bimbi. Era tutto vago e senza contorni come un film di dilettanti girato con una telecamera difettosa, dove non si distinguevano bene le facce e le voci erano confuse. Alle spalle dei ragazzi di via Gulli, man mano che gli anni passavano, quel vecchio andava scomparendo in quel modo netto e definitivo che hanno solo le cose amate.

Ora Parma si è alzata a vista d’occhio - la città verticale dicono gli amministratori – come se avesse ingerito una enorme pillola di Viagra. Si è alzato anche il vecchio che si stufato di raccontare delle fiabe a chi non lo sta più a sentire. I ragazzi della via Gulli sono tutti incravattati: le loro menti, con il loro bagaglio di pazzia, hanno preso strade diverse, lontane da via Gulli. Qualcuno ha sciupato il frammento di sogno portato in giro con precauzione, come un pezzo di porcellana  custodito dai personaggi della Parma che fu. I ragazzi sono rimasti soli.

Nessuno ora parla più...