giovedì 30 dicembre 2010

La preghiera laica multimediale

Ecco, se devo dire un oggetto che lo identificava, non avrei avuto alcun dubbio: una mazzetta di giornali sedimentata tra l'ascella e il costato. Si aggirava tra i desk con occhi inquisitori. “Ti do una Prealpina per il tuo Eco di Bergamo”. “Fammi dare un'occhiata all'Arena, qui sul Mercantile c'è un articolo che ti può interessare”. Un'emeroteca vivente, un'edicola su due piedi, un notiziario umano.

L'ho incontrato due giorni fa, inaspettatamente privo del suo accessorio. Sembrava nudo davanti alle intemperie della vita.
Oramai è in pensione; ma quel vecchio cronista per nulla al mondo avrebbe contravvenuto alla regola della preghiera laica mattutina. Istantaneamente ho pensato ad uno sciopero improvviso, ma sono tornato in me in breve tempo: sono giornalista anch'io. Ne avrei avuto notizia.
A togliermi di dosso quel fastidioso dubbio ci ha pensato l'adorabile anziano che avevo davanti. “Mi serve un collegamento a Internet in tempo zero. Dammi una mano”. Per meglio esplicare la sua richiesta mi ha mostrato un netbook ultima generazione. Ho sorriso, ma quella era la risposta.

Ci sono parole che meglio di qualsiasi altra riescono a rendere l'idea. Una di queste è stata coniata dagli americani: è social currency, la moneta sociale. Serve ad indicare quelle informazioni spicciole che usiamo per relazionarci con le persone che abbiamo intorno: amici, colleghi, parenti.
Che tempo fa, i malanni vari, le vicissitudini lavorative. Ma anche lo sport, la politica, la cronaca cittadina, i programmi della Tv. Fino a poco tempo fa, il principale veicolo di social currency erano i quotidiani.
Ogni mattina lo sfoglio dei giornali forniva gli argomenti di cui parlare in ufficio, a pranzo, a scuola. Oggi non è più così (e mai più lo sarà).

Secondo uno studio internazionale commissionato dall'Associates Press, la banca centrale della moneta sociale è diventata la Rete, il Web, l'E-mail, i Blog. Prima chi voleva darsi un tono, andava in giro con il quotidiano preferito sotto il braccio. Oggi apre una pagina su Facebook...

lunedì 27 dicembre 2010

Quando cala il sipario

Si avvicinava di soppiatto nei perimetri degli improvvisati crocchi che si formano vicino al bancone di Brunin. Ordinava un caffè “basso e leggermente macchiato caldo” e si sedeva nel tavolo più appartato. Aspettava solo l'orario della parrucchiera, nel negozio di fianco all'osteria. Ogni tanto scrollava la testa, come per togliersi di dosso la polvere dei pensieri molesti.

Amelia è un'attrice di teatro. Nel suo viso, i segni della vecchiaia sono solo una debole maschera della bellezza straordinaria di qualche anno fa. Quasi si vergognava si raccontare del suo passato, dei suoi lavori con Mariangela Melato e Alberto Lupo. Della grama vita delle compagnie itineranti, della concorrenza sleale della prima Tv targata Mike Bongiorno. Poi un bel giorno è implosa: ha raccontato, liberando nell'aria il profumo inebriante dell'assito del palcoscenico. “Oggi – dice - è quasi una vergogna dire che si è vissuto di arte e cultura ”. E pericoloso, aggiungo mentalmente. Si rischia di passare per disperati.

La cultura è forse il problema più spinoso per la società d'oggi. Non tanto l'accettarlo, ma il come risolverlo. Con la nuova Milleproroghe, il Governo ha pensato di rottamare tutti gli intellettuali. Resta da decidere dove stoccare tutti gli intellettuali di sinistra e come smaltirli. Il guai arrivano dalle barbe altamente infiammabili e dalle giacche di tweed che sprigionano pericolosi vapori di alcol e zaffate di fritto da pessima trattoria. Dovendo giocoforza scartarne l'incenerimento, gli uffici tecnici governativi ne sconsigliano anche l'utilizzo nell'alimentazione animale, vista l'età avanzata degli intellettuali (giovani esemplari non se ne vedono in giro).

Non rimane che la rieducazione in centri per il lavoro manuale situati in Brianza e nel trevigiano. Là attori, scrittori, scultori, musicanti e cantanti, pittori e saltimbanchi saranno avviati allo schiacciamento del chiodo e alla tecnica denominata “picca e pala”. Sullo sfondo una gigantografia di Sua Bassezza con l'elmetto giallo da carpentiere allieterà i lavori. Alla fine del corso a tutti gli intellettuali sarà consegnato l'attestato “Ghe pensi mi” e un set di attrezzi da muratore. A richiesta, anche un avviso di garanzia per abuso edilizio.

Questa simpatica soluzione al problema della cultura nel nostro paese, pare sia stata suggerita al Primo ministro da un suo vecchio amico: Vladimir Putin. Lui, in queste cose, è un vero esperto...

venerdì 24 dicembre 2010

Briciole di politica

Può capitare in un momento di irreversibile vacuità e svogliatezza di leggere addirittura le cronache di una riunione dell'Api (acronimo che sta per - penso ma non ci metterei la mano sul fuoco - Alleanza per L'Italia).

La foto che campeggia sull'articolo della cronaca congressuale basterebbe per giustificare la rottamazione del quotidiano, per destinare quelle pagine al più consono ruolo di involucro per uova. La foto è quella di Francesco Rutelli, l'uomo (politico mi sembra una parola enorme) che viene da uno dei più impressionanti filotti negativi che la storia repubblicana ricordi. Dopo aver perso lo scontro elettorale con Sua Bassezza e consegnato la Capitale a Gianni Alemanno, Rutelli si appresta ad affondare il neonato e speranzoso Terzo Polo.

Leggendo tra le righe – lo ammetto: non ho accartocciato quella pagina – scopro che perfino un evento così accessorio della vita nazionale riesce a riassumere il clima di furiosa inconcludenza che domina il Paese. Ognuno è in disaccordo con qualcun'altro, si litiga anche con il cameriere del piano bar, si accusa governi nazionali ed esecutivi di altri Mondi, come se quanto verrà deliberato da questo nobile ma modico partitino, che in qualunque altra parte del mondo conterebbe meno di una bocciofila, potesse veramente influire sulla storia unversale.
Ma Rutelli, sentendosi dopo tanto tempo ascoltabile e ascoltato, continua a concionare, riuscendo perfino a abbozzare un programma per le future elezioni: “La nostra prima battaglia sarà per il lavoro e il futuro dei giovani”. Incredibile, mai sentito prima d'ora: la dichiarazione è riportata anche dall'agenzia Apcom, evidentemente attonita da tanta arguzia e lungimiranza.

Ogni ambiente, oramai, riproduce al proprio interno i segni del disastro, che non riguarda più soltanto i ceti sociali, ma i singoli individui, convinti che le loro ragioni siano imprescindibili, mentre tutto il resto sia inutile e relativo.

Presto arriveranno le telecamere della Cbs per le riunioni del Rotary e quelle della Bbc per gli incontri dei boy scouts. Anche gli inquilini del più misero dei condomini si frammenteranno per meglio interpretare le anime del verbo politico.

Tutti contro tutti, in una sorta di corsa all'autodistruzione. Di questo passo non è più in forse l'unità d'Italia, ma l'unità di Francesco Rutelli...

mercoledì 22 dicembre 2010

L'ultimo tabù

Siamo tutti con il fiato sospeso. Accendiamo la Tv e guardiamo se nelle anteprime dei telegiornali si intravede la foto di quella bambina di 13 anni che manca da casa da tanto – troppo, perlamiseria, troppo – tempo.
La tragedia di Bergamo non è un fatto eccezionale. Ogni anno, dicono le statistiche sempre pronte a rispondere ad ogni nostro dubbio, duecento minori sono inghiottiti nel nulla. Duecento; quasi due al giorno. Uno, forse, mentre sto scrivendo, uno mentre voi state leggendo. Tutti drammi enormi. La differenza lo fa il numero e l'importanza dei cronisti che si occupano del caso.

Molto fa anche il trend dell'informazione. Tempo addietro l'audience era calamitata dagli stupri. Ora è tutto sopito; ma le violenze sulle donne, ahimé, non sono terminate e nemmeno, penso, diminuite. Solamente non se ne parla più.

Qualche giorno fa mi è capitata sotto il naso un'indagine su un argomento un po' demodè: l'usura. Quello che mi stravolge di questo triste fenomeno è l'ammontare della cifra fatale che porta alla catastrofe le vittime. C'è gente che si è rivolta ai futuri boia per 5.000 euro. Come è possibile, ci si chiede ascoltando queste sordide storie, che un italiano per quanto in difficoltà, non riesca a mettere insieme in altri modi una somma che non basta nemmeno a comprare uno scooter del cavolo?
A parte quelle (blindate) delle banche, quante altre porte chiuse (parenti, amici, colleghi) deve aver trovato quel poveretto, per dover infilare la testa nel cappio degli strozzini?
Quanto sordo è diventato l'egoismo sociale se un nostro simile e connazionale arriva a distruggere la vita sua e dei suoi famigliari per 10 merdosissime banconote da 500 euro?

Ma il punto è un altro.
Il tabù del danaro (l'unico rimasto, almeno nel mondo occidentale) è diventato così forte che solo di questo ci si vergogna: ammettere di essere senza un quattrino è un'onta incancellabile. Perchè tutte le debolezze sono concesse e giustificate, tutte le schifezze, turpiloqui e bestemmie, tutte le sconfitte. Tutte tranne una: non aver soldi in tasca...

domenica 19 dicembre 2010

Il Grande Cambio

Questa settimana sono successi fatti epocali; neve al sud, Berlusconi che si salva ancora, l'Inter che vince la coppa del mondo per club contro una (quasi) invicible armada del Congo. Ma per me è stata la settimana del Grande Cambio: dopo estenuanti briefing famigliari, incursioni in decine di mobilifici e riunioni per gli accostamenti cromatici è arrivato il giorno di rottamare la vecchia cucina in favore di un'altra, più giovane e pimpante.

Il fatto è che mi ero affezionato ai suoi difetti. Questa è la verità. E così mi ritrovo al centro della stanza piena di scatoloni, con le mani all'altezza delle tempie accarrezzando con lo sguardo la cappa obsoleta che non ne voleva sapere di accedersi. Solo Giusy, con un abile tocco in un punto esatto riusciva ad avviare il ronzante motore. Altro che Fonzie e il suo juke box...

Ci sono cose dalle quali sembra impossibile staccarsi. Invece eccomi qui, nel momento terribile e unico, dove è impossibile rimangiarsi le decisioni prese e l'assegno per l'acconto è stato già staccato. E la nuova cucina è là, in un anonimo magazzino, impacchettata e distante. Vuota di significati. Il cambio di un arredamento è un lutto: gli psicologi dicono che è il lutto maggiore di una vita, escluso la morte dei parenti stretti.

Lo so che è così, lo sento dentro lo spaesamento, il senso di vuoto. L'angoscia di ciò che verrà. E se la nuova cucina mi respingesse? E se non potessi penetrare la sua intimità? Entrare tutti giorni in una cucina nuova non è cosa da poco. È un matrimonio, un mistero di intese, un patto per la vita. Sento attraverso le tubature, questa cucina piangere. Piango anch'io per questa stanza che mi ha sfamato, protetto, sostenuto. Vorrei che la nuova cucina fosse già qui, nel suo sgargiante vestito arancione e marrone. Ma un arredamento è come un grande Monopoli, dove si pesca sempre la carta degli imprevisti. Al cospetto di tutte queste ragioni non capisci nemmeno perchè l'hai fatto. Lo sguardo mi finisce fatalmente sulla montagna di cartoni che stanno al centro della stanza: ma come hanno fatto tutte queste cose a entrare nella mia cucina? Perchè l'ho comprata, l'ho messa via, conservata e dimenticata? Allora penso che, se non altro, il Grande Cambio serve per fare ordine nella mia vita. Distinguere l'utile dal futile.

Per un nuovo lungo viaggio si deve partire leggeri. Ciò che ti serve è l'essenziale. E ti metti a pensare ancora un po'. Dici che questo ti serve proprio, che quell'altro non puoi buttarlo con tutto quello che ti è costato. E quest'altro ancora? Potrebbe servire, un domani...

Naturalmente non sei più capace di pensare alla tua vita, priva della moltitudine di inutili chincaglierie che con cui hai cercato di renderla tollerabile, se non piacevole. I mille oggetti di pura illusione con cui hai pensato di farti forte. La muraglia dietro a cui, stupidamente, hai pensato di poterti barricare e respingere le imprevedibili incertezze della vita.

Ma la vita va avanti e ad una pausa di riflessione segue la meccanicità della vita. Si continua ad imbustare, insacchettare, preparare. Poi arriva il giorno del Grande Cambio. Aspetti che il citofono suoni. Vai ad aprire e scendi per accogliere i montatori. L'ultima immagine prima delle nebbie dell'ira è un cartello che penzola dall'ascensore: “Fermo per manutenzione”. L'estrema vendetta della vecchia cucina. Ma vaffanculo...

venerdì 17 dicembre 2010

Stupore giornalistico

Prima di esprimere il mio concetto, mi corre l'obbligo di fare un doveroso preambolo.

Le ore sono formate da sessanta minuti, i cani non parlano ma abbaiano, è impossibile passare tra una goccia e l'altra quando piove così come un cammello non entrerà mai nel diametro formato dalla cruna di un ago.
Berlusconi è un uomo ricchissimo.
Affermazioni apodittiche.

Quindi rassegnamoci. Anche se spalare la neve rappresenta, per noi italiani, una sfida tecnologica insostenibile. Gli spazzaneve, gli spargisale, i guantoni di lana, le scarpe con le suole di para, le catene per auto sono diavolerie futuristiche per le quali non siamo ancora pronti. Mi basterebbe solo una cosa: che mi venisse risparmiato il desolato stupore con il quale cronisti e autorità ogni inverno descrivono l'inverno.

Bisogna accettarlo: in Italia, in dicembre, nevica. E fa freddo. Da qualche milione di anni, ogni anno. E spesso nevica anche “sulla riviera adriatica”, come annunciano i giornalisti con l'espressione allibita di chi annuncia che Berlusconi è indagato in qualche procedimento. La costa adriatica, infatti, appartiene all'Italia del nord. E appartiene, secondo gli atlanti geografici, alla fascia del mondo denominata “temperata”, dove in estate fa caldo, in inverno fa freddo. E nevica (Marina, amica mia, fattene una ragione).

Da quando sono nato vedo al telegiornale “le insolite immagini di Rimini sotto la neve”, con immancabile corredo di pedalò imbiancati e castelli di neve sull'arenile.

Prima di morire, sogno di passare un inverno, almeno uno solo, durante il quale a Rimini nevichi senza che nessuno lo venga a sapere. 

mercoledì 15 dicembre 2010

Colletti bianchi, incazzati neri

Si stanno letteralmente scannando per inezie politiche. Non è un'eccezione; è la prassi del dibattito di oggi. Intanto per le strade succede qualcosa che assomiglia sinistramente alla guerriglia: roghi, manganelli, molotov. Assetti da guerra.

La gente è povera, depressa e confusa. Lo dicono tutte le statistiche che ogni giorno ci vengono portate all'attenzione. Ma nemmeno questi tre aggettivi rendono bene l'idea; la verità è che siamo incazzati, incazzati neri. Dico noi che siamo il ceto medio; i privilegiati, i tranquilli, gli speranzosi. Il nerbo progressivo del Paese. Gli ex di tutto questo.
Ovviamente è meglio non spingersi a dare un'occhiata al ceto basso: non aprite quella porta. Quelli sono carne bruciata, gente che non compare nemmeno nelle statistiche, malignamente predisposta com'è a dare un'immagine distorta del Paese. Fa talmente schifo il ceto da 800 euro al mese che c'è da sporcarsi solo ad ammettere che ha qualche problema. Nessuno perde tempo per loro. Il fatto è che il ceto medio, ora, sta andando incontro a quello basso.

All'appuntamento ci sta andando in picchiata. Cominciamo ad andare in giro con un dente sì e uno no, perché i soldi per tutti non li abbiamo più. Per via della nostra scarsa sorveglianza sull'andamento dell'economia, come dice il nostro (ricco) presidente. Stiamo diventando anche ignoranti; perché i soldi per l'altro dente li abbiamo sottratti al conto in libreria. Serpeggia un pestilente senso di colpa di chi ha perso l'abitudine a pensare al bisogno come a un fatto della vita reale, vera e concreta, di chi si è abituato a vederlo col binocolo, incartato nelle brutte notizie, assieme al maltempo e alla scomparsa di ragazzine.

Naturalmente i ricchi sono più ricchi, visto che il denaro non ha la proprietà metafisica di svanire nel nulla. La Fiat diminuisce la produzione delle sue macchinette, la BMW aumenta quella delle sue fuoristrada da 100.000 euretti. Non tutto va male nell'industria, non in quella del sollazzo d'alto bordo.

Il ceto basso intanto continua a pulire le strade, a infilare le lettere nelle cassette, a mungere le vacche, a tornire bulloni, con la certezza di non potersene mettere nemmeno la metà di denti, senza la speranza di potersi fare una risonanza al fegato in tempo per non lasciarci la pelle. Senza la forza contrattuale di poter prendere a schiaffi chi gli dice: “fammi ancora un po' più ricco, che poi quello che mi avanza è tutto per te”. Mentre noi, orgoglio del paese, abbiamo smesso da tempo di fare quello che dovevamo: almeno studiare, almeno inventare, almeno saper trovare qualche buona idea. Tanto buona da poterci governare un paese...

domenica 12 dicembre 2010

Ovile Italia

Ho pagato una contravvenzione. L'ho pagata per la seconda volta, visto che la prima è arrivata nelle casse comunali con 48 ore di ritardo; questo non per pigrizia, quanto perchè, per motivi di lavoro, mi sono dovuto assentare dal luogo in cui risiedo per parecchio tempo.
Ho ripagato l'intero importo della multa, e non, come la logica potrebbe (erroneamente) portare a pensare, l'interesse di mora per il colpevole ritardo di 48 ore. La multa primigenia mi è stata comminata a Pisa (città che, ovviamente, non voglio vedere più, nemmeno in cartolina).
Le mura pisane sono tenute sotto stretta sorveglianza da occhi elettronici, in paziente attesa di turisti da spennare. Il navigatore satellitare mi ha portato dritto dritto nella bocca del leone. Svantaggi della tecnologia.

Il pagamento della multa per la seconda volta (totale 200 euro circa) non mi provocato rabbia, né frustrazione; anzi, ho fissato il cielo con un sorriso ebete e mi sono sentito migliore.
Come la maggior parte dei cittadini italiani, verso oramai in uno stato di sospensione che si avvicina all'ascesi. Cammino leggero di fianco a quel cimitero di logica che è l'Italia e sento che il mio corpo, giuridicamente parlando, non ha più consistenza. Tutto il paesaggio ha perso la forza, il colore delle cose depigmentati, le espressioni della gente rallentati in una enorme moviola. La testa era piena di pensieri che scivolavano uno sull'altro andando a rompersi in tutte le direzioni.
Potevano farmi di tutto (multe, tasse, balzelli, una tantum, fustigazioni), ma la mia anima è altrove.
Ciò che i grandi martiri hanno ottenuto con le pratiche mistiche e la mortificazione della carne, io l'ho ottenuto semplicemente vivendo con il pesante cilicio di pratiche fiscali e burocratiche. Cavilli e vessazioni sono, per l'uomo che sappia coglierne il provvidenziale significato, un prezioso tirocinio: espletarle tutti, fino alle sue più persecutorie insulsaggini, avvicina al Grande Vuoto e, infine, porta dritto all'Estasi.

Con il mio bollettino postale ripiegato in tasca (trenta minuti di attesa), ho camminato a lungo sotto al fradicio cielo padano, sentendomi, finalmente, parte del Grande Nulla...

mercoledì 8 dicembre 2010

Lezioni di cafonaggine

Anche lui aveva la sua bella Olivetti lettera 22 avvinghiata alle dita. Sotto quel punto di vista l'esame di abilitazione alla professione giornalistica è estremamente democratico. Eravamo tutti e due in fila: l'uomo politico del momento (Walter Veltroni) e il praticante che veniva dalle nebbiose lande dell'appennino tosco-emiliano (io...). Tutti facevano capannello intorno a lui, uomo di punta del Pds e illuminato direttore dell'Unità. Nella mia carriera ho avuto occasione di conoscere parecchi politici: ma l'educazione e la disponibilità di Veltroni era unica. Parlava con tutti, dispensava consigli e distribuiva pacche sulla spalla.

L'ho rivisto nei giorni scorsi Chez Floris: non è cambiato di una virgola, anzi è addirittura diventato più buono. Sembrava un primigino di fronte alle matricole goliarde di Lega e Pdl. Non ha imparato nulla. Nulla. Egli è ancora orribilmente buono.

Possibile che nessuno degli esperti di marketing elettorale non gli abbia mai consigliato di condire con qualche accento di malcreanza i suoi interventi? Che ne so, potrebbe macchiare la sua persona con qualche lampo di malvagità. Oppure macchiare la sua camicia con una macchia di sugo; ma basterebbe anche un dito nel naso, una risposta greve ogni dieci, una citazione di Bukowski ogni tre di Bob Kennedy. Un rutto come risposta alle insulsaggini di Cota.

Niente da fare, è più forte di lui. Nel formare la squadra elettorale che andrà a sfidare Sua Bassezza e la sua compagnia di giro, il gotha del centrosinistra dovrà tener conto di inserire anche quel tanto di intolleranza e maleducazione, che comunque fanno parte del Dna della sinistra italiana.

Mi propongo per allenare Veltroni. Sono montanaro, generazione spontanea dell'asfalto. So le parolacce e talvolta sputo per terra. Ho smesso di bestemmiare da quando il parroco mi ha cacciato a calci in culo dell'oratorio di Borgotaro. Ma per il bene della sinistra e con un po' di allenamento posso anche ricominciare...

domenica 5 dicembre 2010

L'insostenibile pesantezza dell'essere intelligenti

Sono convinto che la spinta decisiva a Mario Monicelli sia stata opera della sua straordinaria intelligenza.
Qualche anno fa, un grande scrittore alle soglie dei novant'anni scelse un altro modo, ma anche lui decise di dire arrivederci a tutti: anche in quel caso ho la netta sensazione che il dito spinse il grilletto di una pistola dietro suggerimento di una straordinaria intelligenza. Un dono, in tutte e due i casi, spoporzionatamente grande rispetto all'esile trama della vita.

Sandor Marai, geniale scrittore ungherese (ah, “Le Braci” che bel romanzo: lo raccomando al mio amico Dario, lui capirà il perchè...), lasciò le povertà di una esistenza terrena, senza un apparente motivo.

Le persone come loro, instancabili ricettori di ciò che accade nell'Universo, sono colpite più facilmente di altri da solitudine, stanchezza e malcreanze altrui. Cercano nel prossimo interlocutori per dividere le tante – troppe – cose che hanno capito, ma raramente riescono a trovarli. Allora subentra il vuoto, quel male sottile che nessuna medicina può curare.

Dicono gli amici di Monicelli che i troppi ricoveri in ospedale e la prospettiva di una inevitabile non-autosufficenza, gli abbiano inflitto profonde ferite morali.

Penso che la troppa intelligenza sia una iattura, uno zaino pesante che nessuna schiena può trasportare per troppi anni. E se è vero quello che immagino della loro fine – di Monicelli e Marai – allora è altrettanto vero che la stupidità del mondo sia il quotidiano scandalo che loro hanno deciso di abbandonare e di denunciare.

Sarebbe già molto se noi, per cercare di essere loro vicini e evitare altre tragedie, imparassimo a dirla e scriverla questa criminale stupidità che ci accompagna ogni singolo giorno, in ogni singola azione, in tutto quello che diciamo e scriviamo.
E questo non basta: dobbiamo denunciare la stupidità con minore distrazione, conformismo, pressapochismo. Non dare scampo né giustificazioni alla stupidità.

È un modo per sollevare queste menti eccelse dal peso che, da soli, faticano a sopportare.

mercoledì 1 dicembre 2010

Il terrore del vuoto

Devo dare ragione a Berlusconi. Per una volta Sua Bassezza non dice astruserie. Ha ragione: il giornalismo politico, almeno in Italia, è pettegolo, approssimativo, spesso fazioso, quasi sempre inutile. Lo stesso sfogo lo ebbe anche Massimo “Inciucio” D'Alema qualche anno fa, se non sbaglio quando ricopriva la stessa carica di Berlusconi.

D'altro canto nemmeno Toqueville riuscirebbe a scrivere articoli epocali ogni giorno, soprattutto rubando mezze frasi nei ristoranti frequentati da politici, nei locali che ospitano parlamentari, rubacchiando due righe nei tabulati telefonici. Di più: nella maggior parte delle occasioni, i giornalisti se ne stanno comodamente seduti al desk, facendo il refresh alle ultime notizie delle agenzie di stampa. Segue il classico pastone con le notizie che si ritiene più succulente.


Ma il problema – se questo stato di cose si può catalogare nella categoria “problemi” - non interessa solo la politica. Spesso anche i calciatori si lamentano per un caso “montato ad arte”, così come attori, cantanti e tronisti denunciano la vita impossibile che sono costretti a vivere a causa di paparazzi e giornalisti un po' troppo appiccicosi. D'altronde bisogna anche ammettere che senza i giornalisti e le prime pagine, difficilmente le categorie sopraelencate (politici, calciatori, tronisti) riuscirebbe a condurre la vita dorata che i cronisti raccontano ogni giorno. Gli uni ostaggi degli altri: un'arma a doppio taglio a causa della quale non si capisce più chi è ostaggio di chi.

Un rimedio c'è, ma è improponibile: basterebbe ammettere che non sempre, almeno non ogni giorno, si ha qualcosa a dichiarare e conseguentemente costringere i cronisti a recarsi dai propri direttori per proporre un triste “nulla di notiziabile”.

Ci sono giorni che la vera notizia è il silenzio: la pagina vuota, terrore di tutti gli operatori dell'informazione. Una sorta di “giorno bianco”, utile per ricarire le pile e per fare stagionare pensieri e parole. Ma è utopia, non-senso alla stato puro, soprattutto nell'era della quantità, dove l'assenza è vista come una colpa. Così, quotidianamente, giornalisti, politici, nani e ballerine, producono parole per puro horror vacui.

Chilometri di inchiostro per paura che il vuoto ci inghiotta. Proprio quel vuoto che potrebbe salvarci. 

sabato 27 novembre 2010

I padri dell'Onda

Qualche volta Adelmo passa da Brunin l'Oste.
Si vede verso le sei di sera, appoggiato al bancone con il bicchiere a mezz'aria e lo sguardo assente. Potrebbe sembrare un vagabondo esistenzialista, ma Adelmo è uno che lavora duro, da mane a sera sulla sua barca, a tirare su orate e branzini, acciughe e scorfani.

Ieri è arrivato con suo figlio, un amante della musica sincopata dai testi durissimi, incapucciato sino al mento. Padre e figlio si guardavano usando lo specchio del bancone; erano sguardi con una scia di domande e risposte solo pensate. Il figlio era di ritorno da Genova, dove aveva partecipato alla contestazione studentesca.

Adelmo mi piace; parla con il tono, oggi raro, delle persone che non hanno nulla da vendere. Discutevamo sul Mondo: ragionamenti che producevano schegge e scaglie di idee.

Ad un tratto, Adelmo è saltato fuori con una frase che deve far riflettere: “Io potrei rinunciare a tutto, ma non a far studiare i miei figli”, ha detto. È solo una battuta rubata in un'osteria. Magari molte altre non me le ricordo, risucchiate, come possono essere state, dalla musica da supermarket del locale. Ma mi ha fatto pensare.

Mi fa ha fatto pensare che non tutte le proteste sono uguali, né per obiettivi, né per sensibilità. In una Italia che, forse per la prima volta, si sente in pericolo per quanto riguarda l'istruzione dei propri figli, il pescatore (ma potrebbe essere benissimo il giornalista o il bottegaio o il piccolo imprenditore), pone tra i beni irrinunciabili non l'auto nuova o la casa in montagna o la vacanza esotica, ma la scuola superiore per il proprio figlio.

Questo concetto mi rimanda ad un'antica idea di dignità che pensavo fosse scomparsa. Il benessere ci evita un destino di povertà. E l'auto nuova non va schifata. Ma sognare un figlio dignitoso, non è la stessa cosa che sperarlo ricco.

Per tutte e due le cose occorre denaro, certo. Ma i soldi non bastano, occorre anche un padre come Adelmo che sappia quanto costa la dignità.

mercoledì 24 novembre 2010

Di rotonde, fontane e Cultura

Ora chi scende dal treno a Lavagna ha di che sollazzarsi. È pronta la nuova rotonda, ingentilita da una fontana a cascata che di notte si fa notare con luci psichedeliche. L'amministrazione ha operato bene: Lavagna è una cittadina civile e democratica, a forte vocazione turistica. Un occhio sensibile al bello non può che trarre piacere dal constatare come la nuova opera bilanci mirabilmente la vetusta presenza della stazione ferroviaria, smorzando con la gaiezza dei suoi zampilli la mestizia di stampo littorio della stazione ferroviaria. La sfera luccicante da cui esce l'acqua - che ricorda tanto le discoteche dei miei tempi -, è la classica strizzatina d'occhio per i giovani che approdano nel Tigullio.

Sui giornali è raccontata la legittima soddisfazione di sindaco e giunta: in questi tempi di ristrettezza economiche anche uno scivolo in un parchetto è una vittoria.

Dopo aver detto tutto ciò (e con la riconoscenza di un ospite grato), voglio rivolgermi ai cittadini; le istituzioni, per dogma, non devono e non possono essere intelligenti.

Siete mai venuti a conoscenza di altri modi (esotici? bizzarri?) con cui gli uomini, in Europa e nel Mondo, hanno inteso qualificare il territorio urbano, sconfiggendo il degrado urbano e innalzando la qualità del vivere? Nel tragitto che va dall'osteria di Brunin alla mia macchina (parcheggiata nell'area asservita ai pendolari), ho pensato ad una videoteca di repertorio mondiale aperta fino a notte fonda con caffè annesso. Oppure ad un centro di documentazione per le nuove generazioni indigene che intendono sperimentare le loro manifestazioni artistiche. Oppure ancora ad una biblioteca letteraria italiana, magari corredata da una piccola bouvette o una saletta da the.

Non sono un organizzatore culturale e nemmeno un emulo di Sgarbi; mi ricordo solo quello che ho visto scarpinando per l'Europa, anche in cittadine assai spesso di aspirazione più modesta di Lavagna. Alternative frutto dell'iniziativa privata e anche del concorso pubblico. Non speculazioni, ma onesto ricavo. I costi per la comunità sono assai limtati, senz'altro inferiori a quelli sostenuti per la costruzione e la manutenzione di una rotonda con annessa fontana zampillante e coronata di aiuola fiorita. È un investimento che dà interessi altissimi in termini di qualità della vita e crescita culturale dei giovani.

Questo succede però, purtroppo, lontano da Lavagna, dalla Liguria, dall'Italia...

lunedì 22 novembre 2010

Alle urne! Alle urne!

Non ci si scappa più. Prepariamoci ad un'altra campagna elettorale. Timidamente qualche esponente politico abbozza qualche stralcio di programma. Visto la bassezza del dibattito politico odierno, c'è chi si lascia andare a manifestazione di giubilo. Devo ammetterlo, sono contento anch'io: niente più escort, né scantinati a Montecarlo. In tempo di pochezza culturale, basta poco per farci felici.

Escono dalla naftalina personaggi che, speravamo, si fossero dedicati ad altri e più confacenti hobbies. Ma la disponibilità di Berlusconi e Bersani in odore di elezioni è quasi commuovente. Stanno a sentire tutti. E allora anch'io, voglio scendere in campo, voglio giovarmi di questo cristiano stato d'animo dell'emiciclo politico.
Mi preparo a scendere in campo con la mia personale coalizione. Ho le mie buone frecce nella faretra: il mio bacino elettorale è grande almeno quanto quello dei vari Rutelli & Rotondi: me stesso. 
Ne approfitterò per suggerire qualche punto programmatico da inserire nel faldone che andremo (io e Bersani o io e Berlusconi: non sono schizzinoso) a proporre agli elettori.

  1. Scudetto al Genoa e convocazione immediata di Marco Rossi in Nazionale (tornante sulla destra e titolare inamovibile: B&B, non fate i furbi!);
  2. Protezione assoluta delle fasce deboli (telespettatori di Barbara D'Urso e Carlo Conti);
  3. Frammentazione di tutti i plastici di Bruno Vespa (se qualcuno polverizza anche Vespa, sono diposto a fare il Ministro);
  4. Riasfaltatura della strada che porta a casa mia, che è piena di buche e gibbosità. Visto che ci siamo, un paio di lampioni in più non mi schiferebbero.


Se queste proposte non verranno accolte in toto, abbandonerò la coalizione e attuerò lo sciopero della fame, sperando di non essere battuto sul tempo da Marco Pannella. Però, sono certo che B&B mi riceveranno e ne discuteremo tranquillamente insieme (sul Genoa scudettato, però, non transigo). Se ha voce in capitolo Follini, perchè non dovrei averla io?

Consiglio a tutti gli aventi diritto di attuare questa strategia.
Mettiamoci tutti in fila, prima che risvegli dal letargo anche Walter Veltroni. Meno siamo, più possibilità abbiamo...

venerdì 19 novembre 2010

Made in China

Pioveva che Dio la mandava; acqua che veniva giù come se fosse stata l'ultima. Genova è terribile quando piove, l'acqua ti accerchia da tutte le parti. Dopo anni di onorato servizio il mio mini-ombrello si è trovato inaspettatamente orfano sul regionale Sestri Levante-Savona. Dimenticanze.

Avevo bisogno di un altro ombrello. Sono andato in giro a cercarne uno simile: un oggetto affidabile, semplice, durevole, di univoca interpretazione; così come deve essere un accessorio che dovrebbe starti accanto (nello zaino o nel vano portabagagli della macchina) per anni, magari per buona parte della vita, se non sei invischiato in fastidiose amnesie.
Ero disposto a spendere una cifra adeguata, ma non ci sono ombrelli a cifre adeguate, sul mercato ci sono solo ombrelli cinesi. Di marche diverse, ma solo cinesi. A basso costo, ma sempre e solo ombrelli cinesi.

L'ho comprato di un bel color verde-mare, ma tempo due ore l'ho buttato nel primo cassonetto utile. Inservibile.

Non ho nulla contro i cinesi e la loro meravigliosa società, ma odio profondamente e visceralmente i loro ombrelli. Odio le cose che non funzionano, che non dicono la verità. Odio le cose che sono solo di passaggio tra il cliente e la spazzatura. Quello che restava del mio ombrello (un triste spaventapasseri metallico) mi faceva rabbia.

Avrei speso dieci volte tanto per un buon ombrello pieghevole. Certe cose devono costare per durare. Ma il fatto è che per certi generi di merci non esiste più possibilità di un buon acquisto. Come se produrre cose fatte bene ad un giusto prezzo non fosse più interessante per chi produce, per chi vende e, evidentemente, per chi acquista. Come se gli acquirenti non avessero più la necessità di ripararsi decentemente dalla pioggia. E io non ci credo.

Abbiamo ancora bisogno di cose ben fatte; probabilmente farle bene non costerebbe una follia, ma non farebbe guadagnare quanto hanno imparato a guadagnare quelli che ora li vendono. Ci stiamo circondando di oggetti malfatti e tra dieci anni saremo letteralmente sommersi da discariche di oggetti inutilizzabili, solo perchè in questo modo c'è chi si arricchisce oltre la più fervida immaginazione di un industriale dei tempi passati, quel genere di imprenditori che non disdegnava la ricchezza, ma si sentiva obbligato a guadagnarsela, offrendo sul mercato buoni prodotti in concorrenza con altri buoni prodotti.

In attesa di un capitano d'industria vecchia maniera, non ci resta che sperare in un miglioramento della situazione meteo. Ma qui, accidenti, continua a diluviare...


mercoledì 17 novembre 2010

Gorilla e dintorni

Ognuno è libero di sfogare il proprio voyeurismo come più gli aggrada, ci mancherebbe altro.
Ci sono, ad esempio, rispettabili professionisti che, appena il lavoro concede loro una tregua, si dilettano ad ammirare gli uccelli con l'ausilio di potenti cannocchiali. Osservano le loro abitudini, il loro modo di vivere, i loro stravaganti metodi di accoppiamento.
Si chiama “birdwatching”, ed è una pratica diffusa nelle grandi pianure, soprattutto nelle vicinanze delle oasi naturalistiche.

Certo è che il Dottor Vattelapesca non si sogna nemmeno di far partecipe una nazione intera del suo innocente hobby.

Marco Frittella, conduttore del Tg1, la pensa diversamente, facendo irrompere un servizio nel bel mezzo del notiziario, momento in cui gli italiani si apprestano a portare il boccone alla bocca.

E ora occupiamoci del baby-gorilla...”, dice con aria complice il giornalista.
Ma perchè, Frittella, ce l'ha ordinato il dottore? È scritto nella convenzione di Ginevra? Te l'ha prescritto la commissione di vigilanza della Rai? E perchè mai dovremmo occuparci (tutti insieme, poi) degli affari privati e delle abitudini sessuali di quel povero animale? Ci occupiamo forse, io e il mio amico Giovanni, del tuo stile di vita e delle tue copule, sulle quali vige – sino a quando non deciderà di occuparsene Feltri con uno dei suoi scoop – un civile e sacrosanto silenzio?

Ultimamente mi sono ridotto a litigare con la televisione, come i matti delle barzellette. È la mia personale dfesa, se non dalla valanga di balle e fregnacce che ci propinano, almeno da quel “ci” appiccicoso, copulativo e collettivista che pretende di annoverare tutti noi nella lista degli appassionati di idiozie.

Ma occupatene tu, Frittella, tu e quel babbeo del tuo direttore.

P.s. : Nota di servizio per i rilevatore dell'Auditel. Togliere in fretta, per i prossimi quindici giorni, un nominativo dagli spettatori del Tg1: il mio...

domenica 14 novembre 2010

Schizzi di fango

Non comprate i giornali perchè raccontano solo bugie”. Premettendo un sobrio “mi rivolgo a quei pochi che ancora li comprano”. I cronisti avrebbero raccontato di presunte contestazioni a Sua Bassezza in occasione di qualche sua apparizione-spot. L'enunciatore è, manco a dirlo, Silvio Berlusconi in persona, immortalato in diretta nel bel mezzo del Tg di Canale 5 (che, se non sbaglio, a lui appartiene).

A parte la violenza della frase, che in qualsiasi altra parte dell'universo-mondo avrebbe provocato una sommossa popolare, questa affermazione è così idiota che persino uno come me, che gode ogni volta che Sua Bassezza si fa del male da solo, si sente mortificato.

C'è un paletto oltre il quale destra, sinistra e centro non c'entrano più. E non è nemmeno un problema politico. È l'autentico punto di non ritorno, quello oltre il quale ogni singola bassezza (aridaje...), infamia, bugiarderia, non fa più male solo chi proferisce la cazzata, ma veramente a tutti. È il territorio nel quale la montagna dell'umiliazione collettiva frana addosso a tutti. Non c'è più modo di addossare la colpa a qualcuno, non si intravede la strada della salvezza. Nessuna presa di posizione, nessun programma televisivo, nessuna raccolta di firme: gli schizzi di merda che ci colpiscono quotidianamente hanno la stessa puzza e lo stesso color ocra.

Che S.B. non sappia quello che sta dicendo è ampiamente dimostrato. Che non conosca la portata dello schiaffo alla memoria dei suoi farneticanti teoremi è altrettanto noto (Giuseppe Impastato, Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, Carmine “Mino” Pecorelli, Carlo Casalegno, Ilaria Alpi: questi sono alcuni nomi di giornalisti che sono morti per raccontare sui giornali: studiare la Storia, please...).

Il fatto però che se ne vanti in conferenza stampa, non riguarda più le sue miserie private, ma il pubblico sfascio di un Paese, del mio Paese, cristosanto. Anche l'insulso silenzio dell'Ordine dei Giornalisti (organismo al quale sono fiero di appartenere da vent'anni), mi indigna profondamente.

Tregua.
Pietà.
Basta. Basta. Basta.
Interrompiamo tutto, almeno per quel tanto che basta per vergognarci e per toglierci da dosso i frammenti di materiale organico.
Basta. Basta. Basta...

giovedì 11 novembre 2010

Quando l'Apocalisse slitta

A volte basta un attimo per toglierti di dosso certezze granitiche. Basta sfogliare distrattamente un settimanale nella sala d'aspetto di un dentista. Dopo aver scansato un “Gente e Motori” del 2002 e un “Famiglia Cristiana” di due anni più recente, mi è capitato in mano un periodico incredibilmente recente.

A pagina 46 di “Oggi” dei primi di novembre (probabile sedimento di un paziente distratto), campeggia un titolo che ha del sensazionale: “Il 2012? Niente paura, la fine del mondo è stata rinviata”. A piè pagina, il conduttore di Voyager, Roberto Giacobbo (che su questa profezia ha calamitato i suoi – pochi – telespettatori), insiste sulla veridicità del vaticinio.

Il teorema è, quindi, che moriremo (bella scoperta) e l'assioma è che non si sa quando (altra banalità da Guiness dei primati).
Confermandomi le mie desolanti incertezze, il dilatorio Memento Mori di Giacobbo, riesce ad allietarmi, specie se raffrontato alle implacabili datazioni delle religioni più rigide e settarie, secondo le quali la vita, come lo yogurt, ha una scadenza.

Fa eccezione (lodevole) il Buddismo, secondo il quale la cognizione della fine è posta generosamente nel vago: nascere e morire sono dettagli che si stemperano nel Grande Tutto. Sono nient'altro che divertenti, di contro, i pronostici da Totocalcio delle più svariate compagnie di sventura che spostano in avanti la data dell'imminente Apocalisse, quando la precedente trascorre senza danni.

Pensate che delusione prepararsi in pompa magna al trapasso (per giunta collettivo), e accorgersi che, ancora una volta, tocca rimandare. Alla luce di questa incredibile notizia avvallata da Giacobbo, confido di celebrare il 21 (o era il 23?) dicembre del 2012 alla maniera del vecchio capo indiano del Piccolo Grande Uomo: si dice ai propri cari che l'ora è giunta, si sale sulla cima di una montagnola, poi, all'imbrunire – complice un certo appetito – si prende atto che la fine tarda a giungere. Ci si rialza e si torna a casa, giusto in tempo per la ghigliottina di Carlo Conti. 

lunedì 8 novembre 2010

VotaVale, VotaVale, VotaVale...

Il commento più arguto al frammento di intervista a Antonio Di Pietro andato in onda su una rete nazionale, è stato quello del mio amico Brunin l'Oste: “E allora perchè non fa politica anche Valentino Rossi?”.
Dopo tutto se l'obiettivo è quello di far trionfare la non-politica sulla politica, il Vale nazionale ha lo stesso indice di gradimento dell'ex Pm, lo stesso candore lessicale che fa tanta simpatia, lo stesso sorriso. Tutti e due parlano con l'intervistatore di turno come se fosse la cosa più naturale del mondo, strafalcionando (volutamente o meno) per il pubblico ludibrio. Andando alla ricerca di altre similitudini, mi vien da pensare che Di Pietro fu eletto al Mugello, territorio toscano noto per il suo autodromo, terreno sul quale, Vale, è idolo mondiale incontrastato.
D'accordo, Rossi non è nemico di Sua Bassezza: ma per questo basta attendere. La capacità di Berlusconi di costruirsi nemici è inarrivabile; il suo unico scopo nella vita parrebbe quello di dividere il mondo in berlusconiani e anti berlusconiani. Persino quelli come lo scrivente (al quale di Sua Bassezza non interessa un fico secco) sono costretti a schierarsi.
Però, ecco, penso che essere nemici di Sua Bassezza, in sé, non dovrebbe bastare per acquistare valenza politica nazionale.
E gli esempi non mancano.
Su Veronica Lario, la santa donna che ebbe la sfiga di dividere il talamo con S.B. per parecchi anni (probabilmente non in esclusiva), piovve una proposta di candidatura da parte del Pd di Ualter Veltroni. La qualità politica più pregnante della Lario era quella di aver parecchio in uggia l'ex marito.
Andando indietro nel tempo, Cecchi Gori si ritrovò ulivista, senza aver capito che cosa possa essere un ulivo (nemmeno sotto il profilo meramente botanico: lui stipendiava un giardiniere).
Perchè non pensiamo, almeno, ad un test di ammissione?
O dobbiamo rassegnarci a dipendere in eterno da Berlusconi, al punto da considerare un amicone chiunque abbia l'ardire di pestare i calli a Sua Bassezza?
Ci meritiamo questo?...

venerdì 5 novembre 2010

Ospizio Italia

Magari un bel giorno si incontreranno tutti insieme, i grandi del Mondo Occidentale; i Grandi Burattinai, insomma.
Un simpatico convivio tra Primi Ministri, innaffiato da buon vino bianco ghiacciato e infarcito di vassoi di canapes.
E capiterà anche che, dopo aver esaurito argomenti pregnanti come l'estinzione della foca monaca e l'assenza del gelato alla soia nelle buvette, si parlerà anche delle Riforme. Di quelle che potrebbero cambiare il mondo; di quelle che, per portarle a termine e soprattutto per applicarle, occorrono ampie vedute e intelligenza vivace. Essere anziani, certamente, non giova.
E allora prenderà la parola Angela Merkel (tedesca, 56 anni), la quale proverà a iniziare il discorso assieme a Nicolas Sarkozy (francese, 55 anni, portati bene, ma suonati). Però saranno subito zittiti da Dmitry Medvedev (russo, 45 anni), il quale gli spiegherà che, forse, per loro, è arrivato il momento di farsi da parte: la carta di identità è impietosa. José Zapatero (spagnolo, 50 anni) e Barak Obama (statunitense, 49 anni) assentiranno, facendo tintinnare il ghiaccio nel flute.
Quando il russo avrà terminato, sarà la volta di David Cameron (britannico, 44 anni), seguito a ruota dal danese Anders Rasmussen (46 anni) e dal canadese Stephen Harper (51 anni). Qualche contributo arriverà anche, siamo sicuri, da Julia Gillard (Australia, 49 anni) e dall'olandese Mark Rutte (43 anni). Mary Kuvinemi (finlandese di 42 anni), spenderà parole di spensierata giovinezza. La Merkel e Sarkozy, saranno relegati in un angolo ad ingerire quantità industriali di tartine, sempre più imbronciati e fuori luogo.
Ma ecco che, tra una barzelletta e una palpatina sul culo di qualche sventurata hostess, farà la sua apparizione S.B. (Sua Bassezza).
Berlusconi (aimè, italiano, 74 anni) enuncerà alla platea attonita la sua personale ricetta per cambiare il mondo, le famose tre I: Inglese, Internet e...boh.
Sua Bassezza è accompagnato dal Presidente Giorgio Napolitano (Italia, 85 anni), che a sua volta è sorretto dal badante (filippino, 28 anni). Eppoi si dice che gli extracomunitari non servono (ad abbassare la media)...

mercoledì 3 novembre 2010

Pezzi di cronaca

Mi stavo rotolando sulla polvere del pavimento. C'è stato un attimo in cui ero sicuro di aver avuto, finalmente, la meglio. Ma all'ultimo istante, è sfuggita. Ed è ripresa la lotta.
Prima di iniziare, quando tutto era tranquillo ed il mondo accadeva e basta, ho chiesto a mia moglie e mia figlia di non entrare nella vicenda: dovevo cavarmela da solo.
Il gineceo familiare era ai bordi del ring: la loro unica partecipazione era un lieve scrollamento della testa.
Papà sei un imbranato...”, sentenzia mia figlia (otto anni appena compiuti). Forte di questo insulto, dò uno scossone disperato al viluppo dei muscoli e tendo ogni nervo dell'avambraccio. Con una insolitamente abile torsione dell'attrezzo che ho in mano, riesco ad avvitare anche l'ultima vite, bloccandola nell'apposita scanalatura. E voilà, la mia libreria Billy targata Ikea, è pronta. Dritta, orgogliosa e agghindata di un civettuolo color blu-mare. Guardo con fare smargiasso mia figlia.
L'avventura è iniziata la settimana prima, entrando nell'enorme porta girevole del più grande supermercato del mobile (purtroppo) fai-da-te. All'interno è una brulicante Pechino dei carrelli, con persone all'affannosa ricerca mensole, sturalavandini, cucine complete, spremiaglio. Fuori, i residenti del quartiere (cioè quei pochi che non facevano razzia di faretti alogeni in offerta speciale), erano barricati in casa. Sia benedetta la ricerca del superfluo; penuria e fame, almeno in Italia, sono un ricordo ancora vivo per fare gli schizzinosi.
E allora anche noi, abbiamo partecipato a quell'enorme autoscontro tra carrelli: volevamo una libreria. E l'abbiamo presa, assieme a dieci lampadine, due schiaccianoci (perchè due? Non chiedetemelo...), tre scatole portatutto, un tavolino da esterno (non abbiamo il giardino, ma questo è un particolare secondario), un cuscino portacomputer e tre confezioni di salmone affumicato.
A parte le lampadine – sul salmone vi farò sapere: è ancora in frigo -, tutto era fratturato in due o più parti da assemblare, calibrare, assestare e fissare. Un inferno per chi, come me, ha una manualità prossima allo zero. E, a giudicare dagli sguardi preoccupati degli altri esemplari maschi presenti all'Ikea, non ero l'unico in quella spiacevole condizione.
Dopo ore di affannosa ricerca e selvaggio acquisto arriviano alla cassa. Gli addetti alla riscossione sono estremamente cortesi e disponibili. La ragazza alla cassa prende la mia carta di credito e capendo al volo il mio dramma interiore, mi sorride.
Il suo fare riverente non riesce, però, a bloccare il mio recondito retropensiero: “Cazzo ridi”...  

domenica 31 ottobre 2010

Tele Imbonimenti

C'è voluta qualche linea di febbre per accorgersi di quello che potenzialmente è in grado di fare “Pomeriggio sul Cinque” ad un innocuo e febbricitante telespettatore.
E la faccenda si complica ulteriormente in relazione al fatto che a quell'ora, davanti allo schermo, stazionano sono le cosidette categorie più deboli, ovvero anziani, ammalati e infanti.
Il servizio più sobrio e credibile parla di una povera donna che sostiene di esere miracolata dall'effige di una Madonna.
Delitti e miracoli, ammalati terminali che, invece di consegnare i propri drammi a dei professionisti si affidano a qualche santino. Mai una parola di professionale distacco da parte della conduttrice (Barbara “Trash” D'Urso).
E lei, la D'Uso trascende, è quasi in tranche, come se anche lei fosse toccata da quel miracolo. I suoi occhi si riempono di lacrime che hanno l'afrore del peggior collirio.
Ma non è un miracolo: è la differenza che passa tra informazione e imbonimento, tra cultura e ignoranza. Tanto l'ago della bilancia pende dalla parte dell'entusiasta scelta in favore di ignoranza e imbonimento, tanto più il programma è “popolare”.
Per sdoganarsi da tutti gli impicci e le complicazione che una trasmissione come questa dovrebbe portarsi dietro (critiche, scomuniche, anatemi, sommosse), l'abile conduttrice nell'edizione domenicale mette sul trespolo un personaggio come Vittorio Sgarbi, il quale sposta l'attenzione dei telespettatori sulla sua iracondia. Ci riesce, ma non basta.
Se un giorno il popolo dovesse mai accorgersi di quello che gli stai facendo, cara D'Urso, non basterebbe a salvarti nemmeno Padre Pio in persona...

giovedì 28 ottobre 2010

In memoria del povero Paul

Il Tg dell'altra sera apriva con tre notizie tutt'altro che rassicuranti; la spettacolarizzazione forzata di uno squallido omicidio intrafamiliare, un povero anziano con problemi psicologici che spara in petto al suo medico condotto e la cittadinanza di un comune campano che inscena una intifada per problemi legati alla spazzatura. Una giornata qualunque con la sua dose di ansia repressa.
Subito dopo, come un consumato attore, lo speaker ricompare con il volto meno contrito.
La notizia è impagabile: l'avvenuto decesso del Polpo Paul. La notizia della dipartita del povero Paul ha avuto, non me ne vogliano gli animalisti, il miracoloso effetto di lenire in un colpo solo le ferite del cattivo umore. Come la maggior parte degli italiani il mio pensiero è andato alle patate, al prezzemolo e ad un pizzico di aglio (meglio servirlo tiepido...).
Sappiamo bene che lo speciale talento grazie al quale il nostro Paese riesce a virare una tragedia in farsa non è certo una virtù, ma piuttosto un imbarazzante difetto. Nonostante questa consapevolezza, un copione che riesce a stabilire misteriosi nessi tra una strage e Giuliano del Grande Fratello, tra i più crudeli delitti e la sagra degli agnolotti in brodo, è semplicemente irresistibile.
Subito dopo il servizio sul tentacolato indovino, quei geni della comunicazione di massa, hanno mandato in onda un particolareggiato reportage sul decimo compleanno di Geronimo Stilton, con tanto di attore – vi giuro: è vero – che soffia sulle candeline della torta per il suo genetliaco. Segue festicciola e canzoncina beneaugurante.
Stilton, che se non sbaglio è pure giornalista (e questo spiega un sacco di cose), è chiamato a portare a termine la sua più facile delle imprese: quella di sotrarre definitivamente l'Italia al giudizio della Storia , consegnandola a quella dell'avanspettacolo...

lunedì 25 ottobre 2010

La dignità del lavoro

Alle 20 e 23 di un venerdì qualunque, dopo 23 minuti di nullagine assoluta, la signorina bionda lancia un servizio degno di nota sul telegiornale della prima rete del servizio nazionale.
Arriva via etere dal Cile e, purtroppo, è narrato con toni da Grande Fratello. La sciampista di turno non si rende conto che sta informando il paese con una notizia che parla, dopo un silenzio secolare, della Dignità del Lavoro. Di qualunque lavoro.
I minatori cileni sono stanchi dei flash, delle comparsate in Tv, delle prime pagine dei quotidiani. Vogliono tornare nelle viscere della terra per guadagnarsi il loro tozzo di pane. Difendono la dignità del loro lavoro. E questo è abbastanza ovvio.
Difendono la loro cultura scura, pericolosa e povera, il loro secolare underground. E questo è meno ovvio.
Rinunciano a cachet milionari. E questo è sensazionale.
Ce ne è abbastanza per far lavorare i tuttologi. Come nelle vicende dei minatori del Sulcis o dei camalli di Genova, gli uomini in giacca e cravatta vanno in tilt cerebrale. Pensano che tutto ciò sia anacronistico.
Oggi non capiscono perchè questi indios delle profondità rifiutino di abbandonare la loro selva fredda, malsana e, spesso, omicida. La vicenda cilena sembrava una fiction, ma era - vivaddio, per una volta – cronaca vera.
Minatori come dinosauri; come se la povertà e la durezza del campare appartenessero al più profondo, rimosso passato della nostra vita. Pensate che miracolosa truffa abbiamo perpetrato negli ultimi cinquanta anni. Ci siamo mostrati solo ricchi, vincenti e lieti. Una immensa famiglia del Mulino Bianco.
Televisioni, giornali e persino il chiuso benessere dei centri metropolitani hanno forgiato un inossidabile immaginario dell'agio come una unica possibilità di vita.
I minatori estratti uno alla volta con un cilindro, sembrano risalire da una doppia oscurità: quella della miniera da dove ora pretendono di tornare e quella da dove noi li abbiamo dimenticati.
Ci siamo scordati per lungo tempo di loro e della dignità del lavoro. Di qualunque lavoro. 

venerdì 22 ottobre 2010

Sotto quel ghigno

Non so voi, ma a me, quel ghigno lievemente sorridente che appartiene a chi, con un pugno, ha ucciso una donna, mi ha reso di pietra. Più di mille particolari agghiaccianti, più di un milione di fatti di cronaca nerissima. Quel ghigno beffardo.
Uccidere una donna con un pugno. O massacrare un taxista per aver involontariamente investito un cane. O lanciare un masso da un cavalcavia dell'autostrada, finchè – finalmente! - si accoppa una madre di famiglia. O dare fuoco ad un barbone nell'antro desolato di una stazione ferroviaria.
Gli autori sono tutti eterni bambini che sfrecciano sull'asfalto con le loro jeep pulsanti di musica, poi spengono il motore e massacrano qualcuno.
“Perchè l'hai fatto?”
Non lo so...”.
Ed è vero: non lo sanno. Decine di fatti efferati, retrocessi immediatamente nel rango infimo dei “gesti insensati”, descritti dagli speaker dei telegiornali e dai parenti dell'omicida (pardon, dell'indagato) con accenti incredibilmente simili: nessuno di loro, nemmeno Vespa con tutti suoi plastici, è in grado di dire perchè l'ha fatto.
La scena è sempre la stessa: sulla panca di una questura, il criminale si tiene la testa ciondolante di orecchini, dicendo a voce bassa che non l'ha fatto apposta, che non poteva immaginare, che voleva solo finire la giornata in qualche modo. Ecchecazzo, in fondo ognuno si sceglie l'hobby che vuole, compreso quello che impone la morte cruenta di una persona.
Passano tutti davanti alla telecamera, ammanettati e inquadrati nel rettangolo della Tv della cucina, magari coperti dal cappuccio di una felpa, che fa tanto ribelle. Sfileranno davanti a tutti, questi assassini-non criminali, questi stragisti incolpevoli, che non volevano sovvertire niente, che non odiavano proprio nessuno. Non c'è nulla da aggiungere alla frase preconfezionata del cronista di turno: “un folle gesto che non trova spiegazioni”.
Davanti allo schermo con la forchetta in mano, mi ritrovo a sperare che almeno uno di loro rompa il cordone dei poliziotti, alzi fieramente il viso verso i cameraman e dica: “L'ho fatto perchè mi state tutti sul cazzo”, lasciandomi inebetito con il bicchiere di vino all'altezza del gomito. Almeno ci sarebbe una ragione, un radicato astio verso la società, il desiderio insano e irrazionale di cambiamento che mi lascerebbe con il dubbio che sono io a non capire, non lui. Ma non dirà nulla e io resterò con la mia paura priva di ragioni, la mia paura “che non trova spiegazioni”. Alla fine, però, penso che in qualche mostruosa regione del cervello di questi ragazzi-criminali, ci debba essere un ordine che ancora mi sfugge, un sistema di inibizioni, una rudimentale pratica del giudizio che sprigiona da quel ghigno beffardo. Ci deve essere, manifestata in qualche maniera che io, ancora, non capisco.
Ma loro, lo sanno. Devono saperlo, cristosanto. 

martedì 19 ottobre 2010

Lacuna Rossa

I politici si stanno scaldando i muscoli. Sentono odore di elezioni, come i cani da caccia percepiscono la selvaggina a chilometri di distanza.
L'altra sera ho visto e sentito Niky Vendola. Un fuoriclasse della ars retorica, con solide basi di sintassi e di grammatica. Ha surclassato tutti. Difficile, se non impossibile, coglierlo in castagna o individuare un buco nella sua preparazione.
Vendola, a buon titolo, fa parte della sinistra illuminata che rivendica l'egemonia culturale sul Paese.
Diciamo che, questa gauche nostrana, tendenzialmente, è formata da persone oneste, piuttosto sobrie nella vita privata e piuttosto civili in quella pubblica. Abili parlatori, sono inclini alla cultura e dotati di una intelligenza vivace e versatile.
Sono impareggiabili nell'organizzazione delle feste e delle manifestazioni di massa; insomma, nella difficile arte della convivialità sono un'eccellenza. Non disdegnano nemmeno l'alta moda: le mise di Bertinotti sono un must e le scarpe di D'Alema sono un cult.
Non parliamo poi del primato assoluto nelle arti più disparate. Molti di loro sono eccellenti registi, grandi attori, ottimi scrittori, pittori di gran talento. Non si contano gli intellettuali che godono di gran prestigio all'estero, e i loro salotti sono da sempre i più ambiti.
Clamoroso il gap con il resto dell'arco costituzionale e extraparlamentare per quanto attiene al giornalismo (vuoi mettere Santoro con Vespa? Ma va là. E Floris con Fede? Lasciamo perdere....).
Tutto ciò premesso, c'è una cosa che proprio non riesco a capire: perchè si ostinano ad occuparsi di politica, se è l'unica cosa che non sono assolutamente capaci di fare? Perchè?

sabato 16 ottobre 2010

Guida pratica alla (dis)informazione

Ieri per tutto il giorno sono stato impossibilitato a guardare la televisione, leggere giornali e collegarmi a Internet. Una incredibile congiunzione astrale sfavorevole, ha messo fuori uso anche la mia autoradio.
Per una volta, tutta una serie di cause e concause (anziani da accudire, bambini da rifocillare, amici da non deludere) hanno fatto sì che abiurassi la preghiera quotidiana dell'operatore dell'informazione. Potrebbe essere successo di tutto: la terza guerra mondiale, un'improvvisa afasia di S.B. (Sua Bassezza), fors'anche una vittoria della Roma.
Ebbene, vi posso assicurare, è stata un'esperienza straordinaria. Tutto era incredibilmente lieve, ogni cosa sfumava nel vago, nel forse, nel chissà. La moltitudine di notizie – tutte orribili – che fino al giorno prima erano la sola realtà possibile, sfumavano dolcemente grazie alla brezza benefica dell'ignoranza di un giorno. Camminavo leggero, sulle strade salutavo più cordialmente, non sacramentavo al volante della macchina. Avvertivo la leggerezza quasi impalbabile di una dichiarazione di Bossi, capivo l'inutilità dello sfogo dell'allenatore del Sassuolo, quantificavo esattamente la levità incorporea di Rotondi. Percepivo addirittura la dimensione umana di Fabio Frizzi.
Si dice che i giornalisti vivano in un mondo parallelo, dove il valore di quelle metastasi di nozioni casuali, incontrollabili e presuntuose che chiamiamo informazioni, appaiono ingigantite a dimisura o svilite senza nessun motivo. Nelle redazioni, le ore sono scandite da quell'inossidabile anticorpo che è l'ipocrisia.
Mi viene voglia di chiedere scusa per la gran massa di arroganti futilità con le quali bombardiamo lettori, telespettatori e navigatori del Web.
Ma non lo facciamo apposta: come tutti gli spacciatori, siamo drogati anche noi. 

mercoledì 13 ottobre 2010

Abbi dubbi

L'altra sera guardavo una delle Tv del Presidente del Consiglio. Andava in onda uno spot che caldeggiava la visione di una partita di calcio: protagonista dell'incontro era la squadra del Presidente del Consiglio. In un breve frame, era inquadrata la pelata del presidente della squadra di calcio, che è un amico intimo del Presidente del Consiglio.
Con un dubbio in testa ho spento la Tv e ho preso in mano un quotidiano di proprietà del Presidente del Consiglio; l'apertura parlava di un dossier uscito su un giornale del fratello del Capo di Stato (la tecnica giornalistica impone di non ripetere troppe volte la stessa parola: trovare un sinonimo, please...).
Lo stesso dubbio mi trapana il cervello. Butto via il giornale e prendo in mano un libro, impaginato con caratteri che uscivano da una casa editrice del Capo di Stato. Riappoggio il libro sulla mensola (comprata in un grande magazzino del Capo di Stato) e mi appresto ad ucire di casa.
L'alternativa è quella di andare al cinema, magari a vedere un film distribuito da una società del Capo di Stato, interpretato da un gruppo di amici del Presidente del Consiglio (quando non sono parlamentari o ministri, proprio perchè amici del nostro).
Scarto l'ipotesi, ma esco lo stesso, visto che ottobre ci regala ancora delle serate corrusche.
Ma quel dubbio mi arrovella la mente. Appena valico il portone di casa, mi imbatto in una sfilata di manifesti, irregimentati su di un muro scrostato. Tra le reclame della sagra del fungo e della fiera del peperone, troneggia, un po' spiegazzato ma senz'altro egemone, un rimasuglio della campagna elettorale per il rinnovo del consiglio regionale. Il poster invita i cittadini a votare per un partito (non importa il nome: Pdl o Forza Italia o Ranch Camillo; trattasi sempre di partito di plastica). In mezzo al logo stilizzato campeggia il nome e il cognome del Presidente del Consiglio o del Capo di Stato o Silvio Berlusconi o S.B. (Sua Bassezza).
E quel dubbio diventa sempre più martellante: saremo mica su “Scherzi a parte” (trasmissione peraltro in onda su una delle televisioni di Sua Bassezza)?
Per inciso: il computer sul quale sto scrivendo è mio. Di questi tempi occorre sottolineare anche la minima proprietà privata...

domenica 10 ottobre 2010

Distruggete quell'uomo!

Lasciando da parte gli agghiaccianti episodi di cronaca nera e il terribile bollettino di guerra, due sono le notizie che colpiscono gli italiani.
1) L'infinita tenerezza che provoca lo sciopero degli immigrati e quell'improponibile foglio spiegazzato che tenevano in mano con un sorriso: “Non lavoriamo per meno di cinquanta euro”, naturalmente in nero. Solerti ispettori Inps dove siete?
2) Gli scolari che sono scesi in massa per le strade di tutte città per manifestare contro i tagli alla scuola. Erano oltre un milione in tutt'Italia; ventotto, compresi i bidelli, per le autorità.
Ma la settimana peggiore l'ha passata il mio amico Peppino “il Meccanico”. Il suo grosso sbaglio è stato quello di essere chiaramente più alto e con più capelli del Primo Ministro. Inoltre Peppino non aveva nessun procedimento penale in atto. Troppo, anche per il più mansueto dei giornalisti del Giornale. È già pronto un dossier contro l'artigiano manigoldo. Peppino non fa più vita. Il rovello che lo angoscia giorno e notte lo porta a fare tutte le ipotesi sui contenuti dei dossieraggi in mano agli infallibili cronisti di Feltri.
Forse è per quel precedente di un suo cugino di secondo grado, che è stato pizzicato ad un posto di blocco con addosso qualche grado alcolemico di troppo. Gran brutta storia, quella.
Oppure quella partita di vernice metallizata che Peppino riuscì ad avere in nero grazie ad un amico che faceva lo spallone da e per la Svizzera. Ma può essere qualsiasi cosa, con quei giornalisti d'assalto non si sa mai.
Intanto tutta Italia – e parte del Cile: Peppino ha parenti che hanno aperto una pizzeria al taglio a Santiago – è in subbuglio per l'uscita del dossieraggio.
La Sciarelli è oramai piazzata da sei giorni davanti all'autofficina “Carta vetrata e dintorni”. L'inviata, camuffatasi da cameriera, sforna a ciclo continuo frittelle di bianchetti (Peppino quando è nervoso non mangia altro).
Il fruttivendolo di fianco all'officina ha già presentato regolare denuncia in Procura; giornalisti e cameraman, infatti, hanno fatto incetta di cachi senza passare dalla cassa.
L'attesa è spasmodica, ma il verdetto per Peppino è già scritto: distrutto.
Così impara, con tutti quei capelli...

venerdì 8 ottobre 2010

Spiccioli di attualità

È stata la prima volta dopo anni e anni. Ma dovevo farlo. Un'angoscia tattile mi percorreva tutto il corpo. Cercavo di evitare lo sguardo della ragazza. Tutt'intorno ogni cosa si asteneva dall'accadere. Volevo fuggire, subito e velocemente, ma oramai era troppo tardi.
A complicare ancora di più la situazione c'era lo sguardo attonito della signora in fila dietro di me che aveva visto chiaramente che cosa avevo stretto in mano. Arriva anche il mio turno, ineludibilmente. Il parallelepipedo di gomma con la scritta gotica e vagamente sinistra “prossimo cliente” annaspa nel fine corsa del rullo rotante. Oramai nulla mi divide dalla cassiera.
Appoggio lamette e schiuma da barba (prendo freneticamente anche una barretta di cioccolato). I numeri verdi del registratore di cassa mi informano che spendo 6 euro e 28 centesimi. La ragazza non parla e mi guarda interrogativamente. Apro il palmo della mano e le consegno una banconota verde da 100 euro. L'odio sprizza dai suoi occhi. Mi chiede con astio “almeno 1 euro e 28 centesimi”. Mi vergogno come un cane e le mostro una moneta bronzea da 5 centesimi e una da 2. Sento che potrebbe tranquillamente lapidarmi come un'adultera araba.
È la prima volta in anni di spese nei supermercati, che mi presento all'appuntamento finale con la cassiera con una banconota di grosso taglio. Di solito mi premunisco di un foglio che si avvicina al presumibile importo. Oppure presento la tessera Bancomat.
Quel giorno volli sfidare la sorte. Volli sovvertire la regola degli spiccioli, una fisima tutta italiana. Mi sono voluto documentare, usando lo strumento dei forum in rete. Ma il mistero italiano rimane insoluto. In compenso ho appreso le ipotesi più svariate. Qualcuno ipotizza che è tutta colpa dei turisti stranieri, le cui spese alimentano una parte importante dell'economia italiana. I poverini sono costretti a ritornare in patria tascate di spiccioli e banconote di piccolo taglio, in quanto gli uffici di cambio degli aeroporti accettano solo i tagli più grandi.
Ma questa spiegazione non è del tutto esaustiva. Forse è un retaggio mentale che i negozianti si portano dietro dagli Settanta, quando il fenomeno aveva preso le sembianze del delirio. La mancanza di spiccioli – a quel tempo reale – aveva riempito le tasche degli italiani di caramelle (preferibilmente le More di liquirizia) e i portafogli dei consumatori di mini assegni, il cui importo variava dalle 50 alle 350 lire.
Alle fine, però, nessuna di queste spiegazioni affronta il problema vero; cioè l'idea (ancora una volta tutta italiana) che cambiare i soldi sia compito della persona che compra un prodotto o un servizio e non dell'addetto alla vendita. I commercianti si comportano come se facessero un favore ai clienti prendendo i loro soldi.
E continueranno a farlo finchè noi glielo permetteremo.