venerdì 4 novembre 2011

Il teatro della vita




Franco è fatto così. Ogniqualvolta si parla di sport lui prende e se ne va. Anche se nell’osteria si parla di freccette. Per non parlare poi del calcio: in questo caso sbatte la porta e ci vomita addosso qualche cosa di orribilmente malaugurante. Io per Franco non provo rabbia, ma pietas. Mi spiace che si privi di sentimenti tanto profondi che solo i drammi e i trionfi dello sport ti possono innescare.

Le prime lacrime le ho versate alla notizia che Roberto Bettega poteva finire anzitempo la carriera a causa di una polmonite. Era il 1972.
L’anno seguente sentivo la perdita di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen come un lutto difficilmente elaborabile. Le immagini di Monza continuavano a frullarmi nella testa. 
Ancora adesso mi riesce difficile guardare le immagini del Capitano Gianluca Signorini, bello come il sole nel prato del Ferraris.

Ma lo sport è anche poesia. 
Come quella di Marco Pantani che si toglieva la bandana all’inizio della salita e si arrampicava con il turbo. E poi i pugni di Mike Tyson, la danza sul ring di Sugar Ray Leonard. L’imprendibile Pietro Mennea. La potenza di Alberto Tomba. E poi l’uomo che ha sconfitto la gravità, Michael Jordan. Un teatro incessante della vita, un turbinio di emozioni

Ma è inutile parlare con Franco. Un muro di gomma. L’altro giorno, però, pensavo di aver trovato il grimaldello giusto per fare breccia nella sua apatia. Era la scena di un giocatore di calcio della seconda serie inglese. Dopo un gol da antologia si toglie la maglia da gioco e mostra a tutti una maglietta con su impresso il viso di sua figlia, morta a due anni. Metaforizzando è l’agnizione finale delle tragedie dell’antica Roma, quando l’attore alla fine della rappresentazione, si toglie la maschera e mostra a tutti il vero volto (l’ho messa un po’ sul sofisticato, non si sa mai).
Glielo ho detto, a Franco. Laconica la sua risposta: “Ogni giorno decine di bambini muoiono di fame e di malattie banali”.

Eravamo seduti intorno al tavolo da Brunin. 
L’ho guardato e mi è sorta spontanea una frase: “Franco... ma vaffanculo và”...