domenica 11 dicembre 2011

Vittime in attesa di giudizio



Scorrono le immagini dei cortei di protesta mentre sto mangiando le trenette al pesto. Lavoratori. Pensionati. Ma anche ragazzi pieni di rabbia che lanciano slogan terribili contro chi gli sta rubando un futuro che noi non siamo riusciti a garantirgli. Vedo loro e mi rivedo, in selciati diversi ma con lo stesso astio contro il mondo. Allora come adesso i giovani vogliono sapere.
Penso che un ragazzo di oggi dista dalla strage di Via Fani, tanto quanto io, trentacinque anni, fa ero lontano dalla seconda guerra mondiale.

Una generazione oramai è passata. Vite intere. Quanti crateri abbiamo visto. E quanti orologi fermi. Fiumi di lacrime intorno a cicatrici bruciate. In questo paese nerofumo esistono orchi che fanno saltare banche, autostrade, stazioni.
Fanno saltare treni in galleria e precipitare aerei in fondo al mare. Che manovrano l'inmavovrabile, che decidono oltre ogni limite sulle nostre miserabili vite.

Il nostro è un paese dove si mormora da mezzo secolo (sommessamente, mi raccomando) che gli antri dove si nascondono gli orchi sono normali uffici, stanze di pubblici ufficiali odorose di caffè e tabacco, dove l'stantanea della famigliola è in bella evidenza sulla scrivania. Dove, magari, tra una piano e l'altro, si raccontano pure barzellette, prima di decidere il tipo di esplosivo da usare.

Solo nelle ricorrenze, oramai, riusciamo ancora a ficcare gli occhi in quelle altissime tragedie italiane (Ustica, piazza Fontana, stazione di Bologna: non abbiamo che l'imbarazzo della scelta). Solo in quel momento ci rendiamo conto che al fianco dei parenti sfila l'ombra senza riposo delle vittime.

Che ci chiedono qualcosa.
E noi non sappiamo dirgli nulla...