mercoledì 29 agosto 2012

Lettera firmata - Racconto




Signor direttore, le scrivo questa lettera per mettere al corrente i lettori di una situazione che sta diventando per me, insostenibile. In-so-ste-ni-bi-le. Si tratta di crimini che nessuno ha il coraggio di porre fine.

Una parentesi. Io amo il mare. Amo immergermi nelle acque cristalline, sfiorare il fondale sabbioso, librarmi, riemergere. L’acqua è il mio elemento naturale. A parte il fatto che ultimamente sembra proprio che qualcuno si stia divertendo a buttare nel mare immondizia, rifiuti tossici, fiumi di solventi, liquami, cannucce e lattine, cicche di sigaretta e borse di plastica; insomma una discarica liquida.
A parte questo, dicevo, io nel mare ci sto proprio bene. Ma sono una che mi accontento, mi ambienterei anche in un qualsiasi altro specchio acqueo. Che so, un lago, un fiume, uno stagno, un canale; anche una qualsiasi polla di acqua. Sento che mi fa bene alla salute, l’acqua rafforza la mia costituzione, mi rigenera. Oramai sono un po’ anziana. Senza contare, poi, il lato psicologico: in acqua mi sento un'altra. Davvero. Poi mi sdraio sulla battigia. Dio, che bello crogiolarsi al sole o riposarsi sotto ad un anfratto di uno scoglio per sfuggire alle folate di tramontana. È fantastica la spiaggia all’imbrunire, quando è popolata di canti di gabbiani, che sono richiami, quasi domande e risposte in musica. Sembra che nulla possa succederti in riva al mare. Tutto è rimandato.

Non vorrei essere fraintesa, io non chiedo niente a nessuno. Sono autosufficiente, signor direttore, è bene che si sappia. Non ho mai chiesto niente a nessuno. E mai lo chiederò. Invece no. Qualcuno si prende la briga di venirmi a cercare, ovunque io sia. Cercano di millantarmi con strani monili metallici. Le provano tutte quei loschi figuri. Ma io non cedo alle lusinghe, signor direttore, non mi faccio comprare. Però mi sono voluto togliere una soddisfazione.
Un giorno ho seguito quei signori che erano al settimo cielo perché erano riusciti a convincere la mia amica Rachele. Quella lì è un po’ facilona, è bene specificarlo. È sempre in cerca di avventure, sempre afflitta da bovarismo, insoddisfatta. “Ma cosa ci facciamo qui, sempre la solita vita, perché non andiamo a vedere che cosa succede in giro e bla e bla e bla e bla” , tutti giorni la solita solfa.
Non che sia antipatica, Rachele, ma diciamo che l’ambiente dove vive le sta un po’ stretto. Secondo me non hanno fatto neppure troppa fatica a convincerla. Allora, dicevo, li ho seguiti, dico Rachele e quei signori; volevo capire dove la stavano portando. E allora ho visto, signor direttore.
Un ristorante a cinque stelle. C’erano i camerieri che sembravano figuranti del film “Titanic” (Dio, che bello quel film lo avrò visto decine di volte. Volevo anche andare a visitare il luogo dove si è inabissato, e non è detto che prima di morire non lo faccia davvero). L’arredamento in stile marinaro, come piace a me; tutto tek e ottone.

Ma torniamo a noi. I camerieri portavano in giro Rachele per tutto il locale. I clienti che l’ammiravano, se la mangiavano con gli occhi. Ma non erano clienti qualunque: uomini in giacca e cravatta e dame impellicciate e ingioiellate. Per qualche minuto, lo devo confessare, ho invidiato la mia amica. È stata questione di un attimo; Rachele era alla ricerca di una serata speciale, in un ambiente chic. Il suo sogno si era avverato, si vedeva che era in estasi. Veramente. Poi tutto ad un tratto, un signore in doppiopetto con il sigaro in bocca, chiama da parte il cameriere e continua a segnare Rachele con il dito. E io che penso, che cosa vorrà mai quel tipo che è accompagnata da una “signora” – si noti bene le virgolette – che avrà più o meno un terzo della sua età. Vuoi vedere che sta finendo in un brutto giro, quelle porcherie che si fanno a tre, quattro persone (non so se mi spiego, signor direttore. Ma lei avrà già capito, essendo uomo di mondo…). Vuoi vedere, ho pensato, che quei due maiali si vogliono solo divertire per una sera alle spalle della mia amica? Ero già pronta a intervenire. Sono piccola, ma robusta; ho due dita che sembrano due tenaglie. Ero oramai sul piede di guerra, quando vedo il cameriere che prepara la vasca per farla divertire un po’ in acqua. E allora mi sono tranquillizzata. Anche Rachele, in fondo, ama il mare anche se si lamenta sempre. Ha la mia stessa fissazione, siamo della stessa specie, non c’è nulla  da fare. Il cameriere accompagna delicatamente Rachele verso la vasca, fino a farla immergere completamente. Lei si trastullava, giocava sulla  superficie, si calava sul fondo, riemergeva. E intanto l’acqua fumava e fumava. Ad certo punto negli occhi di Rachele ho visto un ombra di preoccupazione, tanto che cercava di uscire dalla vasca.
Ma le pareti della vasca erano viscide e il cameriere non ha mosso un dito per aiutarla. E lei scivolava e ritornava sempre a pelo della superficie. I clienti che avevano chiesto di Rachele rimanevano a guardarla dibattersi e poi rituffarsi e poi riemergere per poi riscivolare. E intanto l’acqua fumava e fumava. L’irreparabile era oramai dietro l’angolo, signor direttore. Pochi secondi, e il corpo di Rachele era esanime nell’acqua che bolliva e bolliva. Camerieri e clienti erano soddisfatti, quasi entusiasti del crimine commesso. L’acciottolio di piatti e bicchieri – quasi un applauso sinistramente metallico – ha coperto anche l’ultimo grido di dolore di Rachele. Che brutta fine, signor direttore. Le sembra giusto tutto questo?
Firmato
Una aragosta
(Mantengo l’anonimato per eventuali atti di rivalsa da parte dei criminali)