martedì 17 aprile 2012

I vantaggi di vivere lento




Facendo un rapido conto, nella mia vita e sino a questo istante, sono più le cose che ho imparato camminando per strada che quelle che ho appreso chino sui libri. La più eclatante, nella mia magnifica ignoranza, sono le meravigliose proprietà della lentezza. Più vai lento e più cose succedono, più cose vedi, più cose impari; e più sei dentro la verità delle cose che la velocità ti impedisce di percepire se non nell’illusorio baluginare della loro scia. O della tua.

Viaggio lento, il più possibile a piedi. Comunque cerco sempre di partire per tempo, ovvero lasciandomi tempo e spazio per gli imprevisti. Incontri imprevisti, impreviste visioni, sorprendenti varianti.
È per via della lentezza che ho potuto godere del privilegio di un indimenticabile incontro italiano.

Stavo pensando in maniera soffice e lenta alla vita, con un libro in grembo, su un regionale che, in intimo accordo con me, si trascinava pigramente verso le terre di Toscana per poi arrivare in Liguria, nella speranza di maturare almeno un’ora di ritardo prima di consegnarmi alla stazione di scambio (La Spezia).
Avendo la meritoria società Trenitalia coronato con successo il suo lodevole sforzo – farmi perdere la coincidenza -, ho colto l’occasione per dialogare per un paio di ore con una signora che arrivava dalla Puglia con due valigie dalla stazza sorprendente. Diciamo che il peso di ambedue le valigie sorpassavano abbondantemente il suo peso corporeo. Mi sono offerto da fare da sherpa per il sottopasso spezzino (maledicendomi, però, alla vista della ascesa), per poi affrontare con lento, ma fermo passo da escursionista le marmoree alzate della scala. L’ascensore, infatti, non funzionava.

Una volta indovinato il binario (i cartelloni pseudo-elettronici, infatti, non funzionavano) ci siamo scambiati quattro chiacchiere da ospedale per ingannare il tempo. Il primo approccio è stato un rimbrotto (“non fumi, signore, che fa male”), poi via via che la confidenza si faceva più stretta, la signora Nunzia mi ha raccontato della sua vita. Abitava in Puglia, dove ha vissuto duramente lavorando nei campi e badando alla famiglia. Tanto sudore e privazioni le hanno permesso di costruirsi una casa. Ora quelle quattro mura deve venderle, perchè le nuove tasse le impediscono di mantenerle.
Perchè la pensione è sempre più ininfluente per il carrello della spesa.
Perchè i figli hanno perso il lavoro e il cash serve a loro.
Perchè ormai è vecchia e una casa grande è un lusso così poco italiano.

La signora Nunzia, però, non era per nulla disperata. “Ho quasi ottanta anni e devo ringraziare il Signore per essere ancora in vita – mi ha detto con un sorriso dolcissimo sulle labbra – E poi ho un fratello vedovo a Sestri Levante che è contento di ospitarmi, così dividiamo le spese”.

Non so che cosa veda dalle sue finestre il Professor Monti oppure se mai ha cercato di vivere slow, avendo così modo di scambiare due parole con le signore Nunzie di tutt’talia.
Mi sento di dargli un consiglio: scenda dalla sua torre d’avorio...