martedì 7 giugno 2011

Lezioni di politica




Enzo Forcella, scrittore e giornalista, sosteneva che non più di millecinquecento lettori si soffermavano sulla pagina della politica. Questo sui grandi giornali. Nelle testate locali il numero si assottiglia. Tra quel pugno di lettori che seguono le mie note politiche ho avuto la sfiga di imbattermi in un giovane rampante che non gradiva le mie considerazioni.

E, sfiga nelle sfighe, l’ho pure incontrato in un freddo bar del centro città. Confesso di avere il terrore di parlare con un giovane rampante, di qualsiasi area politica egli appartenga. In questo caso trattavasi di una nuova leva della sinistra moderata che prende il nome di Partito Democratico.

Dopo aver fatto i conti per anni con innumerevoli convergenze parallele e con decine di anatre zoppe, dovrei aver accumulato una dose massiccia di anticorpi che dovrebbero proteggermi dal lessico politichese. Ma non è così. Ogni volta mi sento terribilmente a disagio.

Secondo la prassi consolidata da anni di frequentazione alla scuola della Frattocchie, il nostro rampante denunciava il grave ritardo con il quale il giornale in cui lavoro riesce a percepire il movimento democratico che sta nascendo. Mentre il monologo si stava spostando in avanti, io mi sentivo sempre più indietro. Sempre più in ritardo.
Congiuntura, decentramento delle funzioni decisionali, democrazia partecipata, la demistificazione del linguaggio.

La rincorsa mi sembrava improba, la lotta impari. La guerra perduta per sempre. Cercavo di fare mente locale e capire il punto esatto in cui avevo iniziato a perdere terreno.

Se mai avessi avuto la fortuna di capirlo, il nostro rampollo rampante, ha provveduto a materializzarmi un altro ostacolo invalicabile: il nuovo che avanza. E nella mia mente angosciata è subentrato il panico puro. Tentavo di immaginarmi come fosse il nuovo che avanza. Cercavo di capire che forma avesse, perchè avanzasse e con quali intenzioni. Per quanto mi sforzassi, l’unica figura metaforica che mi veniva in mente era un camion pieno di lucette e di santini. Uno di quelli che ogni volta che usano il clacson sembra di essere al concerto di Capodanno. Più che di capirlo mi venne voglia di scansarlo.

Dopo un paio di ore di lezioncina sulla politica, si alzò dallo sgabello e si smaterializzò, accompagnato da una scia di aromi provenienti da empori lontanissimi. Mi avvio anch’io verso casa, scrutando nella notte piena di neon per vedere se, nel frattempo, il nuovo fosse ulteriormente avanzato.
Ma tutto, fortunatamente, mi sembrò al punto di prima...