giovedì 30 giugno 2011

Appunti quotidiani di un bullo




Chissà come si svolge, concretamente l’attività del bullo che picchia i musicisti. Chissà dove si dà appuntamento con i sodali della banda e con quali parole intavola un discorso (va beh, una concatenazione di frasi).
Chissà in quale locale mangia, prima di dedicarsi al suo hobby. Chissà se fa parte di uno specialissimo club che raggruppa idioti di tutte le categorie: lanciatori di sassi dal cavalcavia, profanatori di tombe ebraiche, suonatori di campanelli a tradimento, urinatori nel muro delle chiese. Chissà.

Chissà se esiste una qualche forma di destrezza o come si dice oggi, professionalità: se è considerato prioritario accanirsi contro la chitarra o sputare sugli spartiti o scalciare il corpo esanime quando è già a terra. Se viene stilata – prima o dopo – una dettagliata relazione dai componenti del branco.

Ultimo gradino della ben lunga scala della vigliaccheria, il bullo che picchia i musicisti, avrà pure una casa, una famiglia, una banco di scuola o un luogo di lavoro. Un suo habitat naturale dove sentirsi, dopo una serata da bullo, serenamente vigliacco.

Forse ne conosciamo uno, lo salutiamo mentre esce di casa, la sera. Chissà, magari indossa fuori in qualche scantinato la divisa di ordinanza fatta di borchie e metalli vari. O magari è vestito con polo e jeans; tanto normale da essere scambiato per un ragazzo che va al cinema.

Ogni volta che vedo un documentario sui campi di sterminio, la cosa che mi sembra più atroce non sono le immagini di forni e dei morti.
Sono le casette dei villaggi intorno. Sono fiorite, pulite. C’è il cane che abbaia festosamente. La mamma cuoce la torta alla marmellata e il papà, sdraiato su un lettino, che legge il giornale...

9 commenti:

  1. Infatti Aldo questo si chiama l'incredibile banalità del male, l'essere umano paradossalmente può abituarsi alle cose più atroci e viverci accanto come se nulla fosse..ed è qui in questo suo modo di calarsi nell'osceno che sta il vero pericolo e per appoggiare la mia argomentazione voglio citare un libro che ha pubblicato la filosofa Ana ARENTH , relazionato con l'esperienza dei campi di concentramento e che s'intitola se la mia memoria è buona :

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  2. riprendo il seguito del mio commento precedente a cui manca il titolo del libro che ho citato che è il seguente :

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  3. incredibile Aldo nei miei due commenti sono stata censurata a livello del TITOLO DEL LIBRO DI Ana Arenth...

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  4. chissà......è vero chissà quando si comincia ad essere bullo....già da piccolo quando si torna a casa dalla scuola materna con un gioco che non ci appartiene e nessuno ci obbliga a restituire, ma quella dei campi nazisti....ecco che mi si ghiaccia il sangue...le case attorno linde e felici......mentre da quelle rovine...se si presta orecchio con attenzione...si odono ancora i dolori silenti di vittime innocenti.by Bruna

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  5. anch'io mi chiedo sempre se i genitori del bullo sanno ... se sanno perchè non impediscono e se non sanno mi chiedo perchè non sanno ...

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  6. Sono cambiati i tempi... o forse no. Sempre meno pupe... per fortuna e sempre più bulli, purtroppo. Bulli con la cattiveria e il cinismo tipica di chi si sente faraone del mondo e tiene in ostaggio l'altro diverso da lui.Tutto questo mentre il mondo unano inforchetta bocconi a tavola e pensa ai BUNGA BUNGA del satrapo di passaggio...
    Tutto questo in un mondo dissipato senza grafemi e senza fonemi.
    Cordialmente Mariaconcetta

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  7. il bullo non si fa domande e non si da risposte..è bullo e basta..

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  8. Qualche tempo fa sono andato a trovare un amico e, con stupore (io sono uno che alla mia età riesce ancora a stupirsi), ho notato che i muri interni della sua rimessa erano letteralmente coperti da graffiti: “è mio figlio che si esercita in garage”, fu la serafica riposta al mio sguardo interrogativo.
    Lui era fiero del figlio “writer”, noi Italiani tendiamo sempre di nobilitare le porcherie con un termine esotico, sicché writer ha il pregio di far tanto intellettuale e suona più figo di “imbrattamuri”, o “mascalzone”.
    il bullo nasce tra le pareti domestiche ogni qualvolta un capriccio viene tollerato come espressione di personalità; tutte le volte che a scuola prendiamo le parti del figlio contro l’insegnate; quando indulgiamo o, peggio, incoraggiamo i comportamenti asociali della sua adolescenza. L’aggregazione ed il branco fanno il resto mentre noi siamo troppo presi dal lavoro o dai nostri impegni di adulti, per trovare il tempo di parlare con i nostri figli. Non dimentichiamo poi che questi, ancor muovendosi gattoni, sono spugne ed assorbono tutto ciò che diciamo e facciamo, mentre per loro ancora siamo degli dei.
    Il bullo, quindi, nient’altro è che il frutto infetto delle nostre famiglie avvelenate, dei nostri comportamenti deviati, delle nostre idee confuse, delle nostre tante debolezze. Salvo meravigliarci d’averne fatto un bullo, un tossico, un malfattore e scaricare le nostre responsabilità sulla società e sulle Istituzioni.

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