giovedì 16 settembre 2010

La versione di Bruno

Di solito non mi avvisano nemmeno, soprattutto quando si tratta di parenti lontani e amici comuni. Ma quando morì Bruno fui il primo a saperlo, anche se ero diasporato in qualche nazione che non era l'Italia. Quel settembre di qualche anno fa, per me, morì anche la politica.
Bruno mi insegnò che si poteva far del bene anche facendo politica e, secondo la sua versione (che subito feci mia), la strada era quella di diventare socialista.
Partivamo in macchina avvolti dalla spessa nebbia della pianura padana, per andare ad incontri carbonari in sperdute frazioni. Ci chiamavamo tutti Compagni e questo mi dava uno straordinario senso di appartenenza, come mai più mi è successo. Nella nebbia giallastra galleggiavano le osterie, che erano le sezioni del partito da cui partivano le opere di proselitismo che cercavamo di mettere in atto. I rarissimi passanti che si incontravano per strada, molti dei quali inforcavano improbabili biciclette, sembravano soldati di guardia alla trincea del socialismo. Bruno conosceva e salutava tutti e di tutti sussurrava: “Quello è un compagno”. Quando eravamo nei pressi della sezione mi affacciavo dal finestrino per chiedere informazioni, ma ricevevo in cambio solo mugugni e vaghe indicazioni su qualcosa di sempre più prossimo alla meta, ma mai esattamente la meta stessa che raggiungevamo, così, a tentativi. Il circolo tale, la sezione talaltra, erano luci disperse nel cosmo nero e muto della campagna addormentata. Erano porte che si aprivano come d'incanto nel deserto di una strada, spesso nascoste in cortili interni dove la nebbia ghiacciata faceva sudare le pareti delle case. Le sezioni erano di uno squallore talmente tattile da sembrare metafisico. Le pareti - altissime, bianchissime e scrostatissime - erano scaccheggiate dal ritratto di Pertini, dal sorriso rassicurante di Nenni, dallo sguardo intenso di Matteotti.
La prima cosa da fare, quasi un rito iniziatico, era l'accensione della sigaretta. Fumavamo tutti; di solito il segretario di sezione metteva in bocca la pipa (ma su questo, penso, abbia pesantemente influito il carisma di Pertini).
Sotto quei soffitti oramai fradici di riunioni e interventi, uomini con la camicia azzurra di terital, sbracciati e sudati in pieno inverno, agitavano le mani arrossate e le puntavano oltre ogni orizzonte possibile, oltre le loro fabbriche e le loro case. Spesso di trattava di vaniloqui universali sulla raccolta del mais in Sudamerica e la possibile rivolta degli indios. L'epilogo di quelle riunioni era un bicchiere di vino rosso, con una moglie, una figlia o una sorella che metteva su l'acqua per gli spaghetti; quelle stesse donne erano quelle che manufacevano tortelli e abbrustolivano salsicce alla festa dell'Avanti (tutto questo gratuitamente, particolare non secondario). Una macchina perfetta, un laboratorio artigianale di politica, forse anche un ideale di vita.
Già si faceva strada, però, il colpo di cancellino: compagni, sezioni e discussioni sui destini del mondo lasciavano spazio alle cronache giudiziarie dei mariuoli nostrani. Un segno netto, una linea di demarcazione. Era arrivato il momento del Disanganno. Anche per Bruno arrivò il radde rationem, l'abbandono del Socialismo, almeno di quello delle fumose sezioni di periferia.
Per me, già da molto tempo prima spuntò il cinismo del ragazzo di vent'anni con il culo nel burro, la spocchia del pseudo quasi intellettuale. La ritrosia del bambino viziato. Di questo ti devo chiedere scusa, cristosanto, Bruno. Ti devo chiedere scusa tanti anni dopo. Adesso ti lascio e ti saluto.
Ti sia lieve la terra, Compagno.