martedì 20 marzo 2012

L'orgoglio di essere uomo



È la mia anima la prima ad accorgersi che la primavera è arrivata, prima ancora della collina di Santa Giulia che mi guarda con occhi spalancati da Levante. Non è un segno tangibile, ma una specie di brezza che mi risveglia l’anima. Annuncia che è arrivata: turgida, madida, odorosa. Colorata.

Ma la primavera è una mera faccenda di profumi e colori. Il verde smorto della salvia, quello brillante del basilico, quello serioso e setoso degli ulivi. Migliaia di nuance per lo stesso colore.
E poi il blu dei narcisi. Dei miei narcisi, che fino a due settimane fa erano appena foglie in germoglio e oggi a guardarle mi viene da piangere. Tutti in fiore, tutti assieme; e io che l’ho pregato e ripregato di fare con moderazione, a turno, di regalarmi il miracolo di un fiore alla volta. Che è il lusso più squisito e proibito che io sappia immaginare. Macché, eccolo, all’unisono in fiore. Decine di campanelle, che se ne infischiano dell’avvedutezza e della parsimonia, vogliono solo essere fiori e godere del loro giorno di splendore. Mi fanno un dispetto ma hanno ragione. Vogliono esistere per la loro stessa funzione: quella di colorare il mondo e la vita.

Tra un po’ anche i petali delle rose planeranno sulle creuze che portano alle pievi di collina. Serviranno ad accompagnare le orme delle spose che si avvieranno agli altari in pietra, mentre gli uomini aspettano sul sagrato rasati e odorosi di una qualche colonia in voga, con la cravatta stretta ad un collo che dal giorno dopo dovrà tollerare pesi che fanno finta di aver dimenticato. 

So ancora immaginare tutto questo, anche se la scena è un po’ desueta: una antica primavera di un’umanità innocente e colma di attesa.
So ancora immaginare il tempo delle fate, il tempo degli incantesimi d’amore, dei canti che finiranno a notte sotto la prima luna del mese, sotto la luna dove tutto cresce.

Vorrei continuare a immaginare tutto questo sino all’ultimo respiro. Vorrei essere un uomo capace di essere testimone di ciò per cui si vive senza l’agonia del sopravvivere.

Ci sarà ancora tra cent’anni e cento ancora qualche chiesa aperta sulla collina, qualche fiore ancora capace di fiorire per me.

Che altro sperare da un giorno di marzo, se ancora mi resta un poco di innocenza e abbastanza orgoglio di essere uomo?...