martedì 17 agosto 2010

Quel tram chiamato desiderio



Delocalizzare” sembra essere la parola più in auge negli ultimi tempi. Per indorare un po' la pillola la chiamano anche outsourcing; spruzzare qualche parola di idioma straniero serve ad ottenebrare la mente. Si delocalizza, però, solo dal basso: in pratica ci rimettono solo le manovalanze, che, quando non sono esautorate dal proprio lavoro, sono spostate come pedine in una scacchiera universale.
Nel nome della globalizzazione, le industrie sono riuscite a delocalizzare di tutto. Senza che nessuno si lamentasse più di tanto.
La prima categoria che si è approfittata di questo nuovo vocabolo sono stati i giornalisti (furbi li siamo sempre stati, questo è indubbio). Un reporter del New York Times, fu licenziato qualche anno fa: diceva di essere in un posto, mentre invece era comodamente seduto nella poltrona di casa sua. Si era delocalizzato, insomma.
Ma il punto non è questo.
Quando cominceremo a delocalizzare anche gli amministratori delegati? Magari un manager cinese ha uno stipendio più ragionevole dell'intero Cda di Metroparma, per esempio.
E che dire di un sano outsourcing anche per gli amministratori? Vuoi vedere che un sindaco indiano (che, con i tempi che corrono, sarebbe stato senz'altro assunto con un parco co.co.co.) non avrebbe gettato alle ortiche trenta milioni di euro per una metropolitana che non si farà mai, come invece hanno fatto a Parma?
Perchè non delocalizziamo dall'alto, per una volta?