venerdì 11 marzo 2011

...il nostro pane quotidiano



A volte capita di fermarsi a mangiare da Brunin. Tutti noi, tutti insieme. Immancabile anche Carmelo il marocchino. Carmelo ha un rispetto assoluto per il cibo. Quasi una fede, una devozione. Adora il pane di Brunin; fragrante, aromatico. Il mio oste è un artista del pane. E della focaccia: quella bassa, unta in superficie come alla base. Croccante ma non secca, ben oliata ma non bisunta, soffice ma non pastosa, salata al punto giusto. Brunin la cosparge d’olio non appena uscita dal forno in modo da far assorbire l’olio solo nella crosta superficiale. Senza lasciarlo penetrare nel mezzo. Solo lui lo fa. Quando la mastichi, l’olio ti arrotonda il palato. Deliziosa. Al termine dello spuntino, capita che qualche tozzo di pane finisca nel cumulo destinato alla spazzatura (la focaccia, invariabilmente, termina in un tempo straordinariamente breve). Carmelo non lo tollera. Loro, per il pane, stanno facendo la guerra...

“È uno tsunami silenzioso”, ha detto Josette Sheeran, del Programma Alimentare Mondiale (Pam) delle Nazioni Unite. Lo disse nel 2008: quasi una profezia.
Un’ondata di aumenti dei prezzi dei generi alimentari sta attraversando tutto il mondo. Per la prima volta in trent’anni stanno scoppiando contemporaneamente in tanti paesi proteste per il cibo. Per il pane. Per la mera sopravvivenza. Per il bisogno primario dell’essere umano: mangiare.
Carestia significa denutrizione di massa. La crisi oggi è fatta di miseria e malnutrizione. I ceti medi dei paesi poveri rinunciano all’assistenza sanitaria e alla carne, per potere mangiare tre volte al giorno. Ma quelli che dispongono di un dollaro al giorno rinunciano a tutto per una scodella di riso. I disperati – quelli che non superano il mezzo dollaro al giorno – hanno davanti a sè la rovina. Il disastro. Ebbene, un miliardo di persone vive con un dollaro al giorno. Facendo una stima prudente, se il costo degli alimenti salisse del 20 per cento, cento milioni di persone potrebbero essere ridotte alla povertà assoluta. In alcuni paesi questo cancellerebbe i passi avanti compiuti nell’ultimo decennio nella riduzione della povertà. La crisi alimentare di questo periodo potrebbe costringere a mettere in discussione la globalizzazione.

Carmelo raccoglie il pezzo di pane e se lo mette nel borsello. Dice che sarebbe un insulto per il suo Paese. Se deve fare una cosa pensa al Marocco, al suo paese, briciola d'universo, sole feroce e polvere. Ringrazia tutti con la sua faccia spigolosa che sembra plasmata da uno scultore ubriaco. Poi apre la porta e se ne va. Silenziosamente. I veri poveri non fanno rumore...