mercoledì 27 luglio 2011

Rivoglio il Tour de France!




La frustrazione è come la malinconia. È vigliacca, ti assale quando meno te lo aspetti. Quando, per esempio, ti metti davanti alla televisione per goderti in pace la tappa alpina del Tour de France. È un appuntamento, quella della corsa in giallo, che ti allieta la giornata, che ti toglie per un attimo dai problemi, dalle piccole uggie quotidiane, dalle dichiarazioni di Rutelli. Non serve tanto: una televisione, una sedia (in redazione non abbiamo poltrone) e un telecomando. Un telecomando. Fino a pochi anni fa serviva SOLO un telecomando. Ora, ogni luogo che si rispetti ne ha in dotazione almeno quattro. E qui scatta la frustrazione, la completa rovina di una giornata virtualmente trascorribile tra le vette del Galibier e l’Alpe d’Huez. Ammetto di non essere in grado di orientarmi tra i vari decoder, parabole, digitali e analogici, antenne e cavi pencolanti. Lo ammetto: ho sentito la tappa per radio, pur avendo a disposizione due schermi che mi potevano restituire immagini perfette.

Essendo già penosa la tossicodipendenza da sport, il penoso brancolare tra canali oscurati, reti indecriptabili, fottuti decoder, telecomandi non idonei, non aiuta certo a recuperare la dignità di non essere al passo con i tempi. In buona sostanza paghiamo dieci volte quello che versavamo per il vecchio canone Rai in cambio di un telegiornale del Congo o per il campionato mondiale di freccette. Se questo vi sembra un sfogo settoriale di un patetico appassionato di sport, provate ad analizzare il problema e non vi potrà sfuggire un vizio di fondo.

Dai tempi in cui la lampadina elettrica ha sostituito la lampada a petrolio, tutte le scoperte si misurano in praticità. Qualsiasi oggetto messo in commercio nei primi empori era atto a semplificare la vita. Il classico progresso. Al contrario, trasformare gli uomini in deliranti e impreparati tecnici per potersi guardare una tappa al Tour de France, che cappero di progresso è?

Sappiano i vari Antivirus e Antitrust che non ci brucia solo l’enorme spedita di denari (telecomandi, decoder e parabole hanno già riempito in casa mia una gerla per la raccolta della legna), quanto la dose massiccia di impotenza, di nervi logorati, di fronte ad una operazione che dovrebbe essere di una semplicità elementare.

Schiacciare un pulsante è moderno (è rock, come direbbe Celentano) essere costretto a pigiarne forsennatamente sedici, digitare codici in aramaico, districare cavetti, staccare e riattaccare la spina (vi giuro, è il consiglio degli operatori telefonici), indovinare pertugi spazio-temporali per inserire una scheda, ebbene tutto questo è roba da spelonca preistorica.

A parte quella forte sensazione di presa per il culo che lega l’uno all’altro tutti gli evi della storia...