giovedì 29 dicembre 2011

Pigliati 'na pastiglia



I cittadini della ridente località della Valsalega sono incolleriti: in alcune zone i telefonini non hanno campo. Non prendono, come si dice in gergo. E allora, tempo fa, accecati dalla rabbia, hanno preso carta e penna ed hanno scritto a Giorgio Napolitano. Che è poi il Presidente della Repubblica.

È un po' come se io scrivessi al Papa per lagnarmi del suono delle campane elettroniche che mi infastiscono non poco (che poi è la sacrosanta verità). Preferisco quelle in bronzo, dal suono imperfetto. Non potrebbe il Papa, dico io, tra una enciclica e l'altra, scrivere al parroco vicino a casa mia e intercedere per la mia causa?

Non sottovaluterei tra le tante cause della oramai famosa crisi italiana anche la fragilità nervosa.

Si accendono spropositate ire, si consumano rancori isterici: siamo un nugolo di ego esulcerati, di geni incompresi, che si alzano ogni mattina per battersi (senza nessuna organizzazione con terzi, naturalmente) contro l'ingiusto accanimento dell'universo verso noi stessi.

Mi ricordo molti anni fa, quando, giovane cronista di una piccola Tv privata, feci sessanta chilometri per andare a esprimere tutto il mio disgusto al direttore reponsabile per una non so quale ingiustizia che avevo subito al momento di redigere la scaletta per il notiziario.

Lui mi lasciò parlare poi alla fine mi disse serafico: “Pigliati 'na pastiglia”.
Allora quella risposta provocò la mia ira sorda, che si trascinò per mesi e mesi.
Ora gli dò ragione. Perchè della pastiglia me ne ricordo, del motivo della mia ira, no...

martedì 27 dicembre 2011

Il ritorno di Berlusconi



Non so se capita anche a voi, amici miei, ma sempre più spesso, quando guardo la Tv, mi distraggo.
Così ieri sera quando è ricomparso Berlusconi non ho avuto nessun sussulto.
Oramai da tempo quando sul video si materializza questa intimidazione al botulino, lo spavento è tale da inchiodarmi alla sedia, guardingo come un gatto e teso come una corda di violino.
L'ultima volta invece mi sono scoperto non dico bendisposto, ma senz'latro rilassato (forse anche perchè peggio di così non può andare).

Nessuna sirena di allarme è risuonata nel mio cervello, che si è limitato a segnalarmi la presenza dell'intruso con il più banale dei segnali: “Toh, c'è Berlusconi...”

Un po' come se avessi visto Pippo Baudo, Claudio Lippi, Licia Colò o qualsiasi altro oggetto vagamente famigliare.

E quando lui attaccava a parlare (questa volta in videoconferenza) con quella mai sazia passione di sé e delle proprie opinioni che lo assiste ogni frangente, mi sono sorpreso a pensare se era già arrivata l'ora di dare l'acqua al basilico.
Mentre stava minacciando il suo ritorno in campo mi sono allarmato per la mancata telefonata di mia zia Luciana.
E poi di seguito mi sono concentrato sulla prossima partita del Genoa, sui compiti natalizi di mia figlia e sull'esclusione di Kiran dal Grande Fratello.

Non ho ancora capito se questa distrazione sia segno della definitiva resa oppure dell'imminente salvezza...

lunedì 26 dicembre 2011

Una favola di Natale



Ci siamo incontrati fuori dalla libreria, tutti e tre ingombri di pacchettini rossi.
Riccardo e Angela mi hanno fermato, incuranti della faticosa provvisorietà di quell'incontro. Volevano dirmi qualcosa, volevano stupirmi. Mi hanno detto, guardandosi l'un l'altro con aria complice: “Abbiamo una storia incredibile. Una favola”. Ero già in fibrillazione; a me le favole piacciono, soprattutto sotto Natale. Alla fine, non ve lo nascondo,amici miei, sono rimasto un po' deluso.
In pratica, Riccardo e Angela, volevano annunciarmi che si erano costruiti la casa. La loro casa. Da soli.


Un lavoro ben fatto è ricchezza di tutti, diceva Anselmo, anarchico e muratore fine. Anche lui, nel 1970, la casa se l’era fatta da solo. E la casa dove io sono nato fu costruita da mio babbo. E nel paese dove sono cresciuto ogni contadino si è fatto la sua casa, e si vede bene ancora adesso, quadrati sghembi come sono, con improbabili accessi – qualcuno nei suoi disegni a mente si era dimenticato il posto delle scale – con cucine immense e umidi salotti abbandonati.
Visto dalla Val di Taro – e dal primo dopoguerra -, costruirsi una casa non è una favola e nemmeno una storia che val la pena di raccontare: è solo un pezzo di vita quotidiana (e dura).

Visto dall'oggi farsi una casa, fare qualcosa che occupi nel fisico, nella mente, nell’anima è un'azione eroica. Cominciando con tutti i permessi da chiedere e ottenere. Continuando con tutto ciò che occorre fare giorno per giorno per qualcosa che, se saprai correggere i tuoi errori, vedrai non il prossimo anno ma fra dieci lunghissimi anni, in cui molte cose cambieranno intorno e dentro di te.

Perché alla fine ciò per cui ti sei impegnato accada, perché ciò che alla fine vedrai e ognuno vedrà potrà essere considerato qualcosa di ben fatto, di fatto a regola d’arte, occorrono doti che non compaiono nel prontuario di questa contemporaneità.

Occorre pazienza, dedizione, fedeltà, costanza, fantasia, fisicità, accettazione della fatica duratura, rifiuto del disinganno. Umiltà.
Chi tra i lettori si sente in coscienza di accollarsi la banale ma ciclopica impresa che Riccardo e Angela hanno portato a termine?

Io so che non saprei farlo, che non saprei più farlo. Sulla non favola e non storia dei miei amici ci ho pensato su, e sento che questa è una mia menomazione. Sento che non è bene, né per me, né per gli altri, che io non ne sia capace. Non è cosa buona e giusta.

Avere mani forti e sguardo lungo, pazienza tenace e cuore fedele basterebbe a cambiare il mondo.
Da qualunque punto di vista si guardi al mondo...

venerdì 23 dicembre 2011

Buon Natale, Claudio




Per Natale volevo un post speciale. Un dono. Me lo ha fatto un mio amico.
Anche un dolore può rendere speciale un giorno speciale. Onorato di ospitare nel mio blog il tuo bellissimo scritto, Gerardo.

L’ANNO CHE VERRA’

La cosa a cui dedico maggior attenzione quando scrivo una lettera, una mail o un semplice Sms è l’inizio. Il resto poi viene da se, per me è determinante nel dare un’impronta, a tutto quello che viene dopo.
Questa volta poi, ci tengo particolarmente. È per una causa importate, perciò ho bisogno d’aiuto.
Ho già un’ idea, maturata in una notte insonne, uscita dalle mille pieghe di un povero lenzuolo.
Userò un Jukebox.
Si ma non uno qualunque, ce ne vuole uno speciale, uno con una canzone altrettanto speciale che userò come introduzione e ipotetica colonna sonora nella lettera che ti scriverò.

Ricordi, al Borgo ne trovavi  uno in ogni bar e pensa come ragiona la mia testa, associa ad ognuno, determinate sensazioni, profumi, stagioni, ma ovviamente canzoni. E’ un salto malinconico nel passato.  Ti prego prova a seguirmi.

Chiudi gli occhi, l’estate, la sera e la una terrazza affollata,
Immagina il jukebox all’aperto che suona Zodiacs- A-2 di Roberta Kelly.
Allora? Bello vero, potrebbe essere una calda estate del 1978, ma non è questa la canzone che sto cercando.
Forse se facciamo un salto allo Snack Bar e ci facciamo largo tra  fumo e odore di panini caldi, possiamo selezionare G-8 Eugenio Finardi- La musica ribelle. Forte, bellissima; ma non è nemmeno questa.

Allora, dai, andiamo da Renato, qui ci insinuiamo tra i tavolini, dove i nostri papà giocano a carte, oltrepassiamo la porta modello saloon e qui troviamo un altro jukebox. Beh qui, l’avrò ascoltata mille volte Z-3-Edoardo Bennato-  La torre di babele, 1979.  Che strano, erano anni che non sentivo questo motivo, ma questo viaggio nel passato mi sta regalando sensazioni antiche, mai sopite.

Mi stai seguendo, ci siamo quasi, ti chiedo solo un ultimo sforzo e ti porto dal Mata.
Sì certo, lì non c’erano i quadri alle pareti come oggi, ma le lamiere con sfondo azzurro che illustrano gelati di mille colori.
Appena entravi, sulla sinistra, di fianco al frigo dei gelati, appunto, c’era il jukebox. Dai, ho già pronte le 100 lire. Qui c’è quello che mi serve, quello che stavo cercando.
La moneta scende nell’apposita fessura, selezioniamo T-11 e il braccino robotizzato preleva il 45 giri dal rack, la puntina si abbassa lentamente ed eccoci qua, Lucio Dalla, L’anno che verrà, possiamo iniziare.

Caro amico ti scrivo, cosi mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va…..
Ecco, fantastico, semplice e pulito, dritto al punto. Adesso faccio da solo.

Il 25 Dicembre sarà di nuovo Natale.
Sarà di nuovo messa, aperitivi e risate.
Ricordi quante volte ci siamo ritrovati al bar proprio quel giorno. All’inizio eravamo solo io, te, Orecchia, Panz, il Bore, Wischy e Zanaglia e tutti volevano offrire un giro.
Poi crescendo ci siamo riappropriati dei nostri nomi di battesimo, si sono aggiunti tanti altri e ci siamo fatti accompagnare di volta in volta da fidanzate, mogli e di nuovo da soli, tanto per confermare che nulla è per sempre a questo mondo.
Sono ricordi bellissimi che oggi mi scaldano il cuore.

Volevo dirti che anche quest’anno, nonostante non sarai fisicamente appoggiato al bancone, sarai lì, comunque, in mezzo a noi a brindare, felici.

Volevo solo parlarti di cose semplici, e ho usato tutto questo giro di parole, questa metafora del jukebox, per parlarti di noi.
Volevo parlati del Natale, dei nostri  25 Dicembre.
Immancabilmente passerà anche questo. Arriverà il 25 di Maggio, giorno della tua partenza, e sarà già passato un anno. Chissà se hai fatto buon viaggio, chissà.

Alla fine ti scrivo e davvero vorrei dirti tante cose e qualcuna l’ho detta, ma non riesco a trovare le parole, quelle giuste, per dirti quanto mi manchi.
La vita continua, ma nessuno può negare che non sarà mai più come prima. Un altro mattone è caduto dal muro protettivo delle mie certezze e io mi sento ancor più solo e indifeso nel vento di Dicembre.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sto preparando è questa la novità...


Gerardo Villa


mercoledì 21 dicembre 2011

Fascisti su Cuba




Era dai tempi d’oro di Lando Buzzanca che mancava dalle scene italiane, uno spettacolo di sano svago come quello offerto in questi giorni da Frau Alessandra Mussolini.
È ancora vivo il ricordo delle sue innumerevoli gag – mandare in stereofonia in tutto il Parlamento l’inno di Mameli, il filmato di Bocchino e la Carfagna intenti a parlottare – che la Mussolini se ne è uscita con due battute che non hanno nulla da invidiare al miglior Woody Allen: “Questo è un governo castrista” e “Passera è come Fidel Castro”

Non si sa ancora chi è l’autore dei testi, ma è lecito supporre che l’onorevole comica (Pdl, area Terzo Reich) si ispiri ai Brutos piuttosto che a Moni Ovadia. Quello che appare oramai appurato è che non si avvalga in nessun modo di storici.

Ma questo pool di cervelli capeggiato da Frau Mussolini, che cosa avrà in serbo per allietarci nelle serate natalizie?
I bene informati ci hanno spifferato che è in programma un dibattito sui fascisti su Marte e un convegno sull’opportunità di fare una seconda marcia su Roma con i carrarmati a metano, per rispettare l’ambiente e i nostri polmoni.

È stata cancellata, dopo un lungo briefing con Umberto Bossi, la gara di rutti, perchè giudicata troppo raffinata per i tempi di crisi che sta attraversando il Paese...

martedì 20 dicembre 2011

Monti, l'uomo del destino



Il bello della tecnologia è che tutto è a portata di mano. Non hai l’ansia della diretta. Così che qualche giorno dopo ho potuto apprezzare alcuni brani del discorso del Presidente del Consiglio, Mario Monti.
Ero solo in casa, verso le diciannove. Ho seguito la sua concione in quello stato di torpore crepuscolare nel quale è bello lasciarsi scivolare, soprattutto in inverno.

Specie la parte economica mi è sembrata nobilmente tediosa e mi è sembrato di percepire nell’intero emiciclo, a destra come a sinistra, il diffondersi di uno stato di sonnolenza – disturbato solo dalle pantomime dei leghisti – che risarciva i deputati (e tramite loro il Paese tutto) di lunghi giorni di spasmodica passione.

Man mano che le palpebre si facevano più pesanti, reclinavo la testa sul tavolo della cucina godendomi, nel dormiveglia, la modesta luce dei lampioni sottostanti che rilasciavano una luce arancione, ideale per calarsi nelle braccia di Morfeo. Un abbrivio ineludibile, se accompagnato dalla voce monocorde del nostro Presidente del Consiglio. Il governo guidato da Monti è salito di stima e gratitudine nella mia personale scala di sentimenti.

Mia moglie, rincasando mi ha trovato profondamente addormentato davanti al discreto bagliore azzurrognolo del video, come un cane ronfante davanti al focolare.

“Che cosa ha detto Monti?”
“Non lo so - ho risposto stiracchiandomi – ma è sicuramente Lui l’uomo che stavamo aspettando”...

domenica 18 dicembre 2011

Leghisti all'Arena di Giletti



Ho capito perchè la Lega è tanto incazzata con il governo Monti. L'ho capito sentendo Matteo Salvini (parlamentare padano che va per la maggiore, per qualche particolare che a me sfugge) in collegamento con l'Arena di Massimo Giletti: nella manovra non c'è nessun accenno al federalismo. E, sotto questo punto di vista, mi sento un po' leghista anch'io.

Però coltivo un sospetto inconfessabile, e voglio finalmente rivelarvelo, amici miei. Ma di questo famoso federalismo, gliene frega davvero qualche cosa a qualcuno?
E davvero la questione delle questioni, una scintilla di un memorabile moto rivoluzionario, financo una rivoluzione?
E come mai fino a qualche anno fa i federalisti in Italia erano una trentina, considerati più o meno come gli adoratori del Dio Serpente, ovvero dei simpatici e folcloristici allucinati?

Tutto ad un tratto, per qualche congiunzione astrale, ogni politico – di destra, sinistra o centro poco importa - rassicura il proprio elettorato che sì, certo, lui è un convinto federalista. E ci mancherebbe altro.

Non sarà per caso una mera faccenda tecnico-amministrativa per la maggior parte dei comuni mortali, ma di basilare importanza per Umberto “Polenta” Bossi e la sua residua quindicina di martiri federalisti?

Non sarà che i (tanti) deputati leghisti e i milioni di voti dati al Carroccio, con il federalismo c'entrino pochino e assai più semplicemente si tratta di un voto di protesta fiscale e sociale, poi banalmente attribuiti al centrodestra?

Me lo chiedo, sia chiaro, non per spirito polemico: questo sia ben chiaro.
Ma perchè anch'io, si capisce, sono convintamente federalista.
E che vorrei capire il perchè...