domenica 3 aprile 2011

Professione: disturbatore



Adelmo è insopportabile quando ci si ritrova assieme ad altre persone. È un disturbatore di professione. Ogni anno si presenta l'occasione per mettere in mostra le sue indubbie qualità in questa antica arte. È quando ci ritroviamo assieme ai genitori di altri bimbi che, come i nostri, frequentano un circolo pseudo parrocchiale. È senz'altro un incontro meritorio: arrivano bambini, accompagnati da papà e mamma, un po' da tutta Italia.

Il lavaggio del cervello di Adelmo inizia già da quando si sale in macchina. Non che dica cose sbagliate, ma amplifica i concetti. Io considero questi incontri un piccolo supplizio. E sorrido, ipocrita ma solidale, ogni qualvolta mi si decanta le qualità pedagogiche dei raduni. Quando arriviamo a destinazione (di solito un prato e una catapecchia riattata) Adelmo è già furente e inizia a imitare (è un buon imitatore, lo ammetto) le insulse melensaggini del raduno precedente. Come se fosse colpa mia, poi. “Perchè ogni volta ci veniamo allora?”, chiedo. “Salsicce e vermentino”, risponde, facendo un gesto incomprensibile oltre il finestrino.

La giornata stava trascorrendo relativamente bene (a parte lo spudorato tacchinaggio di Adelmo nei confronti di una mamma di Milano). Ma non poteva andare tutto liscio, lo sapevo per esperienza. Infatti. Il peggio di sé Adelmo l'ha fornito durante i discorsi dei genitori (i bambini erano liberi di scorrazzare per i prati, gozzovigliare e procurarsi bernoccoli). Come d'abitudine si alternano sull'improvvisato tavolo dei relatori papà e mamme ospiti del nostro gruppo. Adelmo, sottovoce, fa le solite battute, obbligandomi a guardare le sue facce di corredo. “Senti la trentina, che cazzate”, “C'è anche il sardo, siamo a posto”. Poche cose sono più insopportabili di un amico che si mette dietro a te e cerca di richiamare la tua attenzione con smorfie e lazzi. Questo atteggiamento potrebbe far pensare ad Adelmo come ad un sordido razzista. Ma non è così. Altrove è generoso e solidale con tutti. A questi raduni, no. L'unica cosa che vorrei fare in queste occasioni è comunicare al resto della platea che io, con Adelmo, non c'è entro nulla.

Vi giuro che speravo che Adelmo, complice le salsicce e il vermentino, si fosse appisolato dietro le lenti nere dei suoi occhiali. Mi stavo rilassando. La prova dell'esatto contario lo ebbi quando si mise a concionare un signore con un ridicolo riporto che partiva da un orecchio all'altro. Aveva un aura quaresimale e il suo golfino nero era ingentilito da un triste tappeto di forfora. Adelmo si avvicina e sibila: “Secondo me, quello non tromba da due anni”. A parte la trivialità dell'affermazione, trovai fuori luogo l'ipotesi: ma che ne sa lui dei flussi ormonali altrui? Parte la replica, antichissima e sempre pedagogica: “Magari ha trombato proprio ieri sera con tua moglie”. E qui che si distingue il dilettante del disturbo (io) con il professionista (lui). Tutto sta nel timbro della voce: Adelmo aveva sapientemente calibrato il sibilo, io avevo alzato la voce quel tanto che bastava per farmi sentire dai vicini. La signora di fianco a me, mi ha incenerito con lo sguardo, avendo captato solo la seconda parte del dialogo. Adelmo sgnignazzava avendo raggiunto l'obiettivo. Da ora in poi, ogni comportamento strano, ogni malinconia di mia figlia, avrebbe avuto una giustificazione plausibile, visti i discorsi del padre.

Soddisfatto, Adelmo, si mise a sonnecchiare. Io mi sorbì tutti i discorsi sulle iniziative da portare avanti, dal terremoto in Giappone al dramma dei paesi norafricani. Per deformazione professionale presi anche appunti. La mia vendetta mi materializzò pochi minuti dopo. La figlia di Adelmo arrivò trafelata chiedendo al padre di fare una relazione ai bambini: era stata proprio lei a suggerire la scelta. Adelmo si svegliò dal ronfante torpore e si avviò barcollante al pulpito. Non era stato a sentire una sillaba dell'intero discorso; aveva fatto di tutto: disturbato, letto il giornale, guardato il culo a tutte le donne, dormito. Già mi preparavo mentalmente il rapporto da fare all'osteria sulla figura meschina e immaginavo la sua faccia in macchina mentre gli dicevo che non doveva preoccuparsi, in fondo aveva solo fatto una figura di merda davanti ad una cinquantina di bambini, compresa sua figlia e mia figlia e che poteva accadergli qualcosa di peggio come essere colpito in piena fronte da un meteorite. Stavo ridendo di gusto.

Adelmo tenne un discorso perfetto, aggiungendo note meteorologiche sul Giappone e sulla difficile situazione politica del Nordafrica. Gli applausi si sprecavano. Ad un certo punto, parlando della saggezza di quegli incontri annuali, come il migliore dei tenori se ne esce pure con il do di petto. “...d'altronde questi ritrovi non sono per tutti, pochi ci capiscono. Perchè, come cantava Vasco Rossi, non è tempo per noi, e forse non lo sarà mai”. Standing ovation. No, cazzo, era troppo. Quelle parole non sono di Vasco Rossi, ma di Ligabue. Avrei volutto gridarlo, forse già lo stavo facendo. Ma la standing ovation mi fece fare l'effetto pesce.
Non se ne era accorto nessuno...