martedì 26 aprile 2011

Una storia romantica




Questa è una storia romantica; una piccolissima storia, ma molto romantica. Domenica mi sono messo per strada alle cinque del mattino (dopo avere abbondantemente annaffiato la mia pianticella di basilico) per vedere sorgere l'alba davanti alla colonia Fara, a Chiavari.

C'è qualcosa veramente di magnifico, di terribilmente magnifico, e di sconcertante spettacolarità, e di angosciante grandezza, e di poetica eleganza in quell'opera dell'Italia che fu.

Quel palazzone in degrado è molte cose: è un'ambizione ingegneristica, un progetto politico, una ferita chirurgica, ma anche un sogno ad occhi aperti, un mondo da farsi, il disegno di un puzzle mancante dell'ultimo pezzo. Orgoglio e mestizia. È questo e chissà cos'altro. È vita, comunque, vita che si è incistata sopra, sotto, ai bordi, negli interstizi. Vita che stenta e vita che prolifica. La vita che è bella e che è brutta.

C'è in tutto una qualche bellezza, basta mettersi in cammino con gli occhi che la sanno trovare. Fosse anche solo, la vita, una macchia di malvarosa che prospera nella fessura di un trave o i colori dipinti con la tavolozza dell’incuria: verdemuschio, brunoterra, neromacerie. Fossero due donne che transitano davanti a quell’opera di inverosimile ingegneria. Sarebbe solo orrido se quelle donne non chiacchierassero tra loro ridendo di qualcosa che deve pur avere a che fare con la vita. Una vita per niente facile, ma per niente infame.

Se la colonia Fara ha violato una città, la città non ne è per questo morta; Chiavari è città. Città che mette gerani alle finestre, che si sveglia alle otto di domenica mattina e vive come in ogni altra ora del suo tempo. E non è una vita infame; e la focaccia è buona, forse meglio di quella del mio baretto, e la ragazza che salta sul vespino per andarsene da qualche parte oltre la terribile linea d'ombra della Colonia, è vita di sicuro.

Immagino le decine e decine di migliaia di uomini e donne che hanno vissuto la loro vita con l'orgoglio di chi è stato chiamato a costruire un intero Paese che si è andato sfaldando ancor prima di realizzarsi, per tutti quelli che si sono rotti la schiena e i polmoni, le braccia e il cuore. Immagino che per tutti i traditi, i feriti, i disillusi, la tentazione sia di cancellare, di dimenticare, di radere al suolo tutto quanto nella propria mente, tanto per cominciare. Ma non è possibile e non è giusto. Nessuno può fondare una speranza nella cancellazione, nell'alienazione.

Non è stato un caso che di fronte alla colonia Fara, a veder sorgere un sole malato, si è formato un capannello che solo a un distratto poteva sembrare inverosimile. Il sottoscritto, un professore genovese, un pensionato metallurgico torinese, due ragazzi modenesi. Ognuno era lì per vedere qualcosa che aveva in mente, un’alba per ciascuno. E nel modo che aveva ognuno di adocchiare quel palazzaccio, per nessuno era cosa morta, per nessuno era un vecchio cumulo di cemento gettato sui margini di una spiaggia da uno scherzo del tempo.

Cosa ci fa un distinto pensionato, faccia di infinita dolcezza, cosa ci fa un professore, cosa ci faccio io? Cerchiamo bellezza cercando ragioni, cerchiamo domande cercando storia, cerchiamo identità cercando diversità. Almanaccando in solitudine, cerchiamo risposte davanti ad un monumento di un sogno spezzato...