mercoledì 5 ottobre 2011

Ciao, Claudio...




Era un mio amico. Niente a che fare con affinità culturali e roba del genere; era uno di quelli con cui sono cresciuto assieme. Roba di palloni Rifle, saracinesche svirgolate e bestemmie. Sta di fatto che ci vedevamo una dozzina di volte all’anno e ci lasciavano un po’ alticci dalla troppa birra con una dose di buonumore che ci durava per la volta a venire.

Claudio ha cercato di insegnarmi un sacco di cose, ma io non imparato niente: non ho mai avuto il fisico, non dico la testa, per stargli dietro. Ha provato a spiegarmi cose che si imparano all’università della vita, con docenti di strada e testi che si imparano per via orale. Claudio era per la retorica. Per me faceva parte di una aristocrazia proletaria che non ne esisteranno più. Regole ferree da applicare alla vita, senza che nessuno ti obblighi a farle; aveva la sua Costituzione a cui attenersi. Non aveva bisogno di interposte persone. Claudio, “il Ghiro” era fatto così. Prendere o lasciare. Io ho preso, da sempre.

Lui era un palo di querciolo piantato in mezzo alla mia vita. C’era, semplicemente. C’era anche quando non lo vedevo. Cosa ci sta a fare lì? A prendere colpi e a resistere ai colpi per l’eternità. E a ammaccare un bel po’ di quelli che ci si sbattono addosso, anche se poi nessuno ha piacere di andarlo a dire in giro che le ha prese da quel palo matto.

A me Claudio ha sempre sorriso. Sempre. E questa è una cosa bellissima. Anche l’ultima volta. Mi ha detto: mi sa che stai prendendo una brutta piega, mi sa che prima o poi quelli lì ti fregano.

Può darsi Ghiro, ma che ci posso fare? Io ci ho troppa paura a stare lì, solo, in mezzo alla strada. Anche a resistere un po’. 
Mi prenderanno nel sonno. 
Come hanno fatto con te...