giovedì 19 maggio 2011

La politica dei passi carrai




Aspettiamocelo. In questa settimana di ballottaggi per le grandi città, qualcuno tirerà fuori qualche idea mirabolante per decurtare le tasse, aumentare gli introiti, dimezzare le uscite dei cittadini. Aspettiamocelo: si parlerà di soldi. In campagna elettorale non si parla di altro. Dal comune più piccolo alla grande metropoli.

Soldi da pagare al fisco, soldi del deficit pubblico. I soldi che mancano e quelli che servirebbero. 
La politica ragioniera ha dato lo sfratto (oramai da tempo) alla politica filosofa e filologa. E negli stessi luoghi nei quali un tempo si discuteva di argomenti - magari vaniloquenti - come il destino dell’uomo, oggi ci si scanna per la tassa sui passi carrai.

I casi sono due: o i passi carrai hanno riassunto mirabilmente il senso della vita oppure si è tacitamente deciso, di comune accordo, che il senso della vita non deve necessariamente riguardare la politica.

Questa seconda opzione sarebbe anche accettabile se nel periodo di ubriacatura ideologica e filosofica (forse anche molesta, non c’è dubbio) in cui il dibattito era contraddistinto da una perdita di lucidità e di controllo, fosse seguita una nuova fase dialettica, più consona ad argomenti certo più interessanti (più o meno tutti hanno a che fare con la tassa per i passi carrai), ma non particolarmente stravolgenti.

Macchè. Date un’occhiata alle tribune politiche del giorno d’oggi. 
Ci si insulta per “l’un per cento”. 
Ci si odia per l’Irpef. 
Ci si maledice per i debiti fuori bilancio. 
Ci sono rancori che vanno avanti da anni per la Tosap. 
Per non parlare dell’Ilor: si può arrivare ai coltelli.

Ci siamo meritati, in passato, criminali e martiri in nome di una Idea.
Rischiamo di meritarci, adesso, criminali e martiri nel nome del Patto di Stabilità...