giovedì 29 settembre 2011

Rime silenziose




Stavolta è il giro di Anita Ekberg, di professione attrice. Il circo del patetico va sulle immagini degli anni ruggenti per poi stringere lo zoom sull’oggi desolato, fatto di solitudine, disinteresse. C’è sempre però una dignità tangibile, quasi tattile nel portamento di queste icone ingrigite dal tempo. Un anno fa i riflettori si accesero su Isabella Biagini, scovata su una panchina di Roma vestita di stracci.
Anche in quel caso quella foto pubblicata dal settimanale “Oggi” valse alla sex bomb anni Settanta un paio di comparsate alla Tv (Barbara “Inconsistente” D’Urso se ne guardò bene dal lasciarsela scappare). Ma c’è anche chi non ha nemmeno un briciolo di notorietà.

Parlo dei poeti, di quelli che muoiono poveri e soli. È accaduto a Amelia Rosselli, a Dario Bellezza, a Alda Merini. 
Struggente l’ultima frase pubblica di Bellezza che, chiuso in un dignitosissimo isolamento, stava facendo i conti con una malattia terminale. Ebbe a dire: “Non c’è nessuno a farmi una spremuta d’arancia. Tutto è così lontano, tranne la morte. La mia morte”.

Ben più della loro difficile arte, acquattata in fondo alle librerie come una bestia che si anfratta nella giungla man mano che il progresso avanza, è la loro fine dolorosa che attira la nostra attenzione. E a volte, purtroppo, anche la pubblica carità.

Sono semisconosciuti in vita. Sono noti solo grazie alla sensibilità di una enclave di italiani che attingono poesia nella poesia. Conoscono la fama da giornale solamente in quanto strumento del patetico, ultimamente una feconda branchia del commercio televisivo.

Scrivo questo non per gli altri, per questo paese sempre più ignorante e illetterato e impoetico.

Scrivo questo per me, per mettermi al pubblico lubridio. Per me e per quelli come me – che magari ce la tiriamo da intellettuali – che non conosciamo nemmeno un verso della Rosselli o di Bellezza o della Merini, ma in compenso siamo informatissimi della cronaca della loro emarginazione.

In più siamo enciclopedie viventi del festival di Sanremo o del campionato di Calcio di serie A o del delitto di Avetrana.

È l’unica poesia che ci siamo meritati...

martedì 27 settembre 2011

La grande illusione




L’altra mattina pioveva in modo talmente lieve che nemmeno le pozzanghere riuscivano a registrare l’evento. Più che pioggia era un’emulsione. In dialetto genovese c’è un termine che riesce a dipingere alla perfezione questa atmosfera. Si chiama baexinne. Un termine poetico che solo i dialetti sanno coniare.

Mai come domenica mattina  la città è così melanconica e solitaria, così provvisoria e incerta nel suo lento respiro. Me ne sarei potuto restare in casa, invece che fare lo strano e aggirarmi sotto la pioggia tiepida a disturbare la catatonia in cui si sono lasciati affondare uomini e luoghi; addirittura i venditori di ombrelli latitano, dissolti nel nulla dei loro indecifrabili magazzini. L’unico fervore che riuscivo a registare era dalle parti dei portici che dal carruggio portano in piazza Cordeviola. Pochi e tristi ambulanti esponevano mercanzia di modernariato. Succede spesso di domenica, anche se non ho mai capito la scansione temporale. Vendono di tutto: cavatappi, pipe, vecchie scarpe, grammofoni e annessi vinili. E poi figurine Panini, orologi. E libri. Il mio occhio triste è colpito da un libro, edito all’inizio degli anni settanta. Probabilmente era diretto ai bimbi delle elementari: più o meno a me, se una macchina del tempo mi avesse trasportato a quegli anni.

Il libro descriveva come sarebbe stata la vita nel Duemila. A quel tempo quella data incuteva terrore o spropositate speranze.


Gli aeroplani, le strade, i treni, i vestiti, le case, le navi, tutto. Disegnatori colmi di ottimismo, propugnatori indefessi dell’infinita capacità umana di creare, apostoli del progresso inarrestabile, hanno costruito una fabbrica di stupore, un’enciclopedia dell’illusione. Mi ricordo e constato.

Niente città anulari orbitanti, ma solo qualche vecchia stazione di stampo littorio, venduta in prelazione a qualche antico parente di ferroviere.
Niente superstrade elevate al cielo percorse da automobili a reazione, niente case a bolla sospese nell’aria. E niente giardini subacquei, miniere d’oro marziane; di teletrasporto e viaggi stellari neanche a parlarne.
E niente pace universale. E poche facce ridenti in ogni parte del mondo.
Non me l’aspettavo, non a sette anni anni (e nemmeno a venti), che quell’album si sarebbe rivelato alla fine una gran balla. Io gli ho creduto finché ho avuto forza di immaginarmi il futuro come la meraviglia di tutte le meraviglie. Che delusione. Che peccato esserci arrivato solo per passeggiare solingo in una domenica mattina di settembre.

E intanto baexinne e le case sudano acqua dalle facciate piene di tromphe d’oeil. Dalle finestre spalancate si sente qualche gracchio di radio malsintonizzata.

Forse in ogni casa c’è memoria di quel libro di palle spaziali. E c’è delusione, e smarrimento per la grande bugia in cui tutti abbiamo gioito nel credere...

venerdì 23 settembre 2011

Un grande Operaio




L’altro giorno l’ho visto. Aveva quasi le lacrime agli occhi. Si rigirava tra le mani una foto depigmentata dal tempo. Era quella di suo fratello. Il fratello di mio babbo, mio zio. È morto giovane, cadendo dalla moto. Papà ha alzato gli occhi sentendomi arrivare. L’ho guardato, mi ha guardato. Ogni cosa si è astenuta dall’accadere. Gli è arrivata in soccorso una frase. Meglio: il silenzio stava per stritolarci. Non parlò dell’incidente e nemmeno degli episodi di gioventù. Disse solo: “Era un grande operaio”.

Essere un grande operaio. È una frase che non ricordo di aver mai sentito pronunciare, non negli ultimi venti anni; esprime un’idea di un uomo, del suo lavoro, della natura del suo agire che, collocata in una sera qualunque di questi ultimi anni ne risulta del tutto estranea, addirittura priva di senso.

Grande operaio. Ci può dunque essere stata grandezza nel lavoro di un operaio; mio zio ha compiuto un tempo qualcosa di memorabile, che resta dopo cinquant’anni intatto nella memoria di chi ha partecipato della sua opera. Escluso che tutto questo possa essere coniugato al tempo presente modo indicativo. Mi chiedo a chi mai oggi salterebbe in mente di dire “grande” di un operaio e del suo lavoro.

Infatti la grandezza non è una qualità richiesta. E neppure gradita. Se mai un giovane operaio si sentisse di poter fare grandi cose nel suo lavoro, il suo sentimento sarebbe fonte di sgradevoli frustrazioni, strumento di umiliazione, e in definitiva di sconfitta esistenziale.  Un grande operaio rappresenta un costo troppo alto per la società che gli sta attorno. Maturerebbe sentimenti di fierezza ed orgoglio, sarebbe un uomo appagato, libero, con energie sufficienti anche per l’esercizio gratuito del pensiero e del ragionamento. Tutta roba scarsamente produttiva e fortemente destabilizzante.

Non oso immaginare il danno che subirebbe il sistema economico e politico attuale se si trovasse a fare i conti con un Paese fatto di grandi operai, grandi insegnanti, grandi imprenditori, grandi intellettuali. Dove la grandezza è quella sottintesa nel ricordo di mio padre. Cesserebbe di esistere, semplicemente. Perché è un sistema che si alimenta nella negazione di quella grandezza, e nella affermazione della mediocrità come stato propizio delle cose.

Il principio della mediocrità è così essenziale al sistema che viene imposto anche con la violenza, se necessario. Violenza sulle menti e sulle anime delle persone che potrebbero essere “grandi”...

mercoledì 21 settembre 2011

Pratica sadomaso obbligatoria




Trovare parole adeguate per definire il nuovo questionario Istat distribuito a tutte le famiglie italiane in questi giorni è francamente difficile.
Opera di un pazzo criminale?
Contrario alla convenzione di Ginevra?
Olocausto del buon senso?
Fustigazione obbligatoria?

Ditemi voi. Come possiamo descrivere il senso di impotenza, di umiliazione, di lucido furore che coglie ogni italiano responsabile, al pensiero che una normalissima operazione civica – un appello nominale – si possa trasformare in un vero e proprio incubo?
Senza contare poi i pruriti voyeuristici dell’ideatore, che si è ingegnato per  sapere i gusti sessuali di una famiglia. E tutto questo per volontà di uno Stato. Di questo Stato.

È come se un maestro delle elementari, al momento dell’appello in classe, costringesse i bambini a partecipare ad una gimcana, a rispondere ad un quiz, a percorrere tutta la classe in ginocchio sui ceci e infine ad imitare Albano. Una prova di destrezza sadomaso. Altro che Shibari.

In Italia per compilare la dichiarazione delle tasse è obbligatorio un commercialista. Questo, incredibilmente, già da anni.
Ho parlato con il mio proprio ieri. È subissato da richieste dei suoi clienti – soprattutto i più anziani – che non sanno dove sbattere la testa. Sono comunque convinto che anche il mio commercialista, per la compilazione di qualche allegato di quel ignobile scartafaccio, si dovrà affidare al lancio dei dadi.

Solo una Stato profondamente malato come il nostro può boicottare con tanta diabolica pervicacia il proprio diritto a sapere in quanti siamo.

Il questionario Istat è una vera vergogna.
E neanche delle più lievi...

lunedì 19 settembre 2011

La crisi e l'arte della degustazione del cappero



Oggi, amici miei, mi permetto di darvi un consiglio culinario. Non è un granché, ma l'ho fatto con le mie mani e questo mi spinge a raccontarvelo.

Abbiamo mangiato in sette con sette euro. E questo potrebbe avere, in questo periodo, anche una valenza sociale. Eppoi parliamo di cibo, quindi di vita. Buon cibo e quindi buona vita.
Nello specifico vi posso assicurare che non ho mai mangiato meglio.

Dunque, prendete una bella fetta di pane secco e passatela sotto l'acqua per qualche secondo. Dopodichè prendete dei pomodorini, strizzateli fino a farne uscire il succo e spargete questo nettare sul pane secco. Tagliate a dadini i pomodori – mi raccomando, prendete quelli migliori in perfetta maturazione – e ammonticchiateli sulla fetta.
A questo punto aggiungete una bella gollata di olio. Tutto è decisivo in questa ricetta, ma l'olio è vitale: cercate quello del contadino, extravergine di oliva. Non abbiate paura di mettere troppo olio; la fetta deve essere pregna.

Quindi aggiungete un pizzico di sale. Per l'origano usate quello siciliano; basta qualche fogliolina. Il tocco d'autore? I capperi, meglio se quelli dell'isola di Panarea. Sono chiamati lacrimedde. Sono conservati sotto sale, per cui è preferibile passarli sotto il rubinetto per qualche minuto. Hanno un profumo delicato e intenso. Assaporarli è un'emozione struggente.

Anche in Sicilia è difficile trovare le lacrimedde, ma i siciliani sono molto ospitali. Non abbiate timore a chiedere, loro non hanno timore a condividere.

A questo punto, nel cuore dell'afa siciliana, trovate un sasso all'ombra di un fico e farete un pranzo che ricorderete per molte stagioni a venire.

Se vi va il vino – e spero caldamente che vi vada – chiedete al primo uscio a portata d'occhio una bottiglia di Donnafugata (semprechè non siano loro ad offrirvela).

Ho preparato questo pranzo da re la settimana scorsa mentre ero in Sicilia. La metà degli ingredienti ci è stata offerta (incredibile la Trinacria, incredibile...). Ciò che ci è stato offerto ha un valore di un paio di euro, ma ha un valore affettivo incredibile per un sogno organolettico unico.

Il punto è che per arrivare in Sicilia mi sono sorbito sedici ore di macchina e ho speso 150 euro tra metano, benzina e autostrada. Ma una volta nella vita si può fare? Certo che si può fare.

E vi chiedo: preferite una volta nella vita godervi il “pane conciato” siciliano o dare 150 euro a testa ad megalomane che vi attende in agguato su una guida gastronomica in divisa da cuoco multimediale – affetto sicuramente da sindrome narcisistica – che osa farvi pagare la stessa cifra per costringervi a deglutire il frutto dei suoi deliri? Quando lo stesso monomaniaco non vi propina un dessert frutto di una complicata formula chimica.

Anche quest'ultima è – mi auguro per voi – un'occasione da una volta nella vita.

Lacrimedda o azoto liquido?
Scegliete voi...

giovedì 15 settembre 2011

Caro Maestro...



Ho una amica che abita a Cipro. Si chiama Bettina e ci sentiamo periodicamente al telefono. Ci accomuna un paese, delle amicizie e un grosso dolore. Mi parla spesso anche del malessere che attanaglia l’Italia. La questione Italia è seguita anche all’estero. Ma loro non si perdono a guardare la scatola chiamata televisione, mentre il nostro paese si sbriciola come una torta.

Qualcuno ci aveva avvertito nel lontano 1963. Ci aveva detto a chiare lettere che “la Tv è la nuova arma”, pronta per la micidiale diffusione della menzogna.
Caro Pier Paolo, avevi ragione. I nostri pensieri sono subappaltati a chi ha progettato le nostre opinioni di domani. In questo regime sotto nuove – e più accattivanti – forme, la ricerca della verità è considerata obsoleta.

Non è il Paese ad essere ammalato. Il problema è che ci siamo ammalati noi, inquinandoci quotidianamente con una dose di caroselli offerti gratis. Un’overdose. Il Presidente del Consiglio invischiato in una storiaccia brutta di sesso e ricatti non mi fa più nè caldo nè freddo. Ci hanno abituato così bene agli scandali che oramai non ci facciamo più caso. Il polpettone di Beautiful ci fa un baffo.

Se potessi, ti abbraccerei forte, caro Maestro (che bella questa parola: Maestro). Perchè bisognerebbe che andassimo a riscoprire i vecchi maestri, visto che i nuovi non ci insegnano nulla.

Mi chiedo che cosa diresti tu, della situazione attuale. Mi chiedo se concederebbero spazio al tuo pensiero graffiante e oltranzista. Ma tu te lo ricaveresti, lo spazio. Ti immagino con gli occhiali scuri, appoggiato ad un muretto del Pigneto, a far lezione ad un gruppo di immigrati. Ore e ore di concetti diretti, illuminati. Sempre dalla parte del più debole. Sempre. Anch’io mi metterei in fila, fingendomi albanese o rumeno o slavo. O cipriota.

Tu sì che ti alzeresti. Alzeresti la mano per condannare nani e ballerine. Non avresti che l’imbarazzo della scelta...

martedì 13 settembre 2011

Un bisogno urgente




L’autoradio non ti restituisce solo musica e parole in rima, talvolta ti aiuta ad avere delle rivelazioni sorprendenti.
Per esempio: è in uscita un libro che analizza tutti proverbi e i modi di dire che influenzano la nostra vita: come sarà il tempo, in relazione al volo di un pipistrello o alla colorazione del cielo? Qual è il periodo più propizio per la semina in funzione del ciclo mestruale di una donna o del ciclo lunare? L’autore del tomo ha anche l’ardire di stilare una classifica in base alla percentuale di attendibilità dei detti. Bel colpo.

Il modo di dire più gettonato di questi ultimi tempi, però, non è contemplato nel volume preso in considerazione dai due speakers radiofonici. Quello che più frequentemente si sente dire in giro è che “navighiamo in un mare di cacca”. La percentuale si attesta sul 100%.

E non è nemmeno un modo di dire, ma il risultato di un lungo reportage scritto da una giornalista inglese che si è presa la briga di analizzare a fondo un problema. Ha seguito il ciclo delle feci umane dalla “fonte”  alla soluzione finale (di solito in mezzo a qualche oceano). Secondo Rose George – questo è il nome della reporter britannica – più di due miliardi di persone in tutto il mondo usa le “toilettes volanti”: ovvero esplicano le loro funzioni corporali in un sacchetto di plastica che va a finire nel peggiore dei casi in mezzo alla strada.

Ci sarebbe quasi da ridere, se non si desse un’occhiata anche alle conseguenze di questo “problema”.

Negli ultimi dieci anni questa arma di distruzione di massa – la cacca – ha ucciso più persone di tutte le guerre. Nelle prossime quattro ore, ucciderà l’equivalente di due jumbo pieni di bambini. È un problema da terzo mondo, ma anche in occidente i sistemi per sbarazzarci con discrezione di quest’arma terribile stanno per collassare. Nel suo interessante – e nauseante – articolo, la giornalista ci spiega che un grammo di feci contiene “dieci milioni di virus, un milione di batteri, mille uova di parassiti, cento larve di vermi”.

Sembra non sia utile tirare l’acqua per sbarazzarci del problema: il 90% dei liquami del mondo finisce senza trattamento alcuno negli oceani, nei fiumi e nei laghi.

Nel 1993, per esempio, nella civilissima Milwaukee, 400 persone sono morte a causa di una epidemia di una criptosporidiosi portata dalle feci umane. Si è scoperto che la città pompava liquami trattati nel lago Michigan e ne beveva l’acqua.

Quale sarà il nostro futuro in relazione a questo bisogno corporale? L’attuale metodo di smaltimento ha le ore contate: troppo elevato il consumo di acqua e energia. Non ci resta che tornare all’antico. Fare i bisogni in un pitale, per poi aspettare ditte apposite che si occuperanno dello smaltimento secondo metodi più sostenibili.

Intanto, accontentiamoci di sapere che almeno un proverbio ha un’attendibilità pressoché certa: navighiamo in un mare di cacca... 

lunedì 12 settembre 2011

Per favore, sparite...



Forse siamo su Dadada”: questo ho pensato istintivamente quando sullo schermo è comparso il volto penitenziale di Walter Veltroni. L'ipotesi era avvalorata dal servizio seguente che raccontava le gesta e il pensiero di Massimo “Inciucio” D'Alema. Ma tutto ciò è terribile realtà, stringente attualità. Più prosaicamente è quello che che passa il convento della sinistra da vent'anni a questa parte. Non hanno seguito, Veltroni & Co., il consiglio che diede loro Nanni Moretti, ma anche una tra le menti più lucide di questo scorcio di millennio: Maurizio Maggiani.

Più o meno tutti quello che avevano a cuore i destini della sinistra italiana, chiedevano a queste menti eccelse una sola, semplice cosa: sparite.

Non era un insulto, era solo una buona idea. Chi perde e perde molto - e in quelle circostanze perdeva un immenso patrimonio di aspettative - può ancora salvare l’ultimo bene: la faccia. Tutti sanno apprezzare l’onore di chi ammette la sconfitta e ne trae onorevoli conseguenze. Gli uomini d’onore che perdono si ritirano lasciando dietro di sé i ponti intatti; su quei ponti potranno transitare nuove forze e nuovi uomini, perché è dell’uomo onorevole dedicare le proprie migliori energie a preparare la strada per la generazione che lo sostituirà.
L’idea non parve buona ai destinatari, che, colmi di una supponenza tanto triste quanto ardita non hanno inteso piegarsi di un millimetro alla realtà e all’onore. Sono rimasti tutti a mostrare il petto - fasciato in filati di cachemire - nella certezza di saperla più lunga di chiunque altro, predisponendo rivincite costruite su un suffragio che non hanno mai smesso di ritenere dovuto; come se la gente fosse una entità immobile, come se non fosse composta da me e da alcuni altri milioni di individui ognuno con una sua vita tutt’altro che immobile, se non per costrizione. Come se i valori potessero vivere di vita propria, di pura essenza ideologica e non essere materia della vita.

Ciechi della loro supponenza, negli anni che sono venuti non sono mai stati sfiorati dal sospetto che milioni di individui continuavano a prestare loro il proprio suffragio nella vana speranza che questa generosità potesse essere ricambiata da un qualche sincero slancio di umiltà; e da qualcosa di buono, semplicemente, visibile e vivibile da ognuno di noi. Finché, non senza rabbioso dolore, la “loro”gente ha schiacciato il pulsante: off. E li ha fatti sparire. Dall’orizzonte delle proprie attese, dalle proprie simpatie, dalle proprie necessità.
Si sono dissolti, si stanno dissolvendo, finiranno per dissolversi, disonorevolmente, perché c’è una enorme differenza tra il decidere di sparire ed essere tolti di mezzo. Naturalmente nessuno di loro si è preoccupato di tenere salvi i ponti, qualcuno si è persino occupato di minarli.

Per il momento non resta che ripetere: fate la cortesia, sparite. Rimane una buona idea, rimane sempre meglio che essere tolti di mezzo...

giovedì 8 settembre 2011

Elogio alla politica penitenziale



Sicilia, tarda estate, primo pomeriggio.
I quaranta gradi si fanno sentire, mi sorbisco una granita al mandarino. Per la strada, nessuno. Solo qualche anziano - berrettino in testa e radio a transistor in grembo -, si ripara sotto il cono salvifico di una polla d'ombra. All'improvviso li vedo. Sono in due, come in tutte le parti d'Italia. Agiscono in coppia. Dal tascapane militare fa capolino una mazzetta di giornali. Non mi posso sbagliare: sono quelli che vendono Lotta Comunista porta a porta.

Ragazzi che salgono da anni e anni le dure scale di ogni casa per offrire senza vergogna il loro giornale. Suonano alla porta per venderci qualcosa che ci appare ragionevolmente incomprabile, essendo certificato estinto ormai da tempo: il comunismo. E nemmeno semplicemente il comunismo, bensì una sua accezione più penitenziale; quella che meritò a suo tempo addirittura la dura critica di Lenin (“L’estremismo, malattia infantile del comunismo”).
Quei giovanotti vogliono venderci addirittura l’indicibile, un pensiero mai fatto carne. E lo fanno gratis, il loro lavoro di diffusione; su questo non ho dubbi. La loro perseveranza è pura virtù, non necessità di un lavoro a cottimo.

Quei giovanotti non hanno semplicemente una fede, ma anche un pensiero, e le due cose assieme non sono così diffuse come logica vorrebbe. Il frutto del loro pensiero è offerto per esteso nel loro giornale. Articoli lunghi e complessi, noiosi, privi di qualsivoglia tentativo di essere comunicativi o concilianti.
Quando riesco ad applicarmi nella loro lettura mi fanno ricordare le postille delle leggi italiane o il libretto di istruzioni per il montaggio dei mobili Ikea.

È molto più facile vendere Dio, del comunismo “apocalittico”. Quelli che bussano per venderti un Dio si scandalizzano se dici “no, grazie, abbiamo già il nostro” e ti usano il riguardo di un’insistenza invadente. I giovanotti che vogliono venderti la lotta comunista aspettano invece un sì o un no senza azzardare alcun pronostico sulla imminente fine del capitalismo e incassano il loro “no” con signorile distacco. Forse è questa la differenza tra militante e missionario.
Ultim o particolare importante: tra i molti gruppi che già furono dell’avanguardia rivoluzionaria, o sedicente tale, loro mi risultano essere gli unici in cui non un solo dirigente sia diventato negli anni direttore di qualche giornale, conduttore di qualche talk show, consigliere di qualche principe, ministro di qualche governo. Pare che con il pentimento e il tradimento non si faccia carriera da quella parte, e anche questa è una rarissima virtù.
Detto questo, mi duole non poter condividere il loro pensiero e la loro dottrina, ma questo è del tutto ininfluente. E poi, chissà: se la storia dell’umanità durerà ancora tre o quattro secoli, magari si scoprirà che hanno ragione loro. E tutto quel scendere e salire le dure scale aveva una ragione che solo noi miopi non sapevamo vedere...

lunedì 5 settembre 2011

L'appuntamento mancato




Non sappiamo ancora se l'Italia uscirà o meno dalla crisi, che fine faranno Gheddafi e i suoi figli (a proposito, qualcuno sa quanti sono?), chi vincerà quest'anno lo scudetto, se finirà il mondo nel 2012, ma abbiamo ben presente chi uscirà indenne da tutte queste catastrofi: è l'onorevole Pierferdinando Casini.

Egli e la sua simpatica compagnia di giro (Buttiglione, Cesa e altri simpatici carneadi), forti di un ponderoso zero virgola di consensi, fanno quotidianamente lo struscio serale sui Tiggì nazionali, per rilasciare agli attoniti cronisti dichiarazioni di portata epocale.

L'uomo di punta, inutile rimarcarlo è il Clooney de noartri: l'onorevole Casini, ex presidente della Camera (!?!).
Ci rende edotti di essere amico del fratello libico ma sodale dell'alleanza atlantica; fedele all'amico Obama ma devoto al Papa; di tifare per Bologna ma anche un po' per la Roma e per il Lampedusa Football Club; di essere favorevole alle decisione di Governo ma di non essere disposto a votarle; di essere sfavorevole alle decisioni di Governo ma di essere disposto a votarle.

Il talento di Casini sta nell'enunciare il suo budino intellettuale con una certa qual secchezza e solennità, come se stesse formulando un ultimatum. Lo favoriscono la statura (fisica non politica, ovviamente) e il portamento rigido, come se avesse ingoiato il manico di una scopa.

Diradatasi, come è inevitabile, la prima impressione di autorevolezza, ci si interroga brevemente su quanto gli è uscito dalla bocca e regolarmente ci si chiede: che caspita vuole questo qui? Che cosa, esattamente, avrà voluto dire? A nome di chi parla? Che sostanze ha assunto?

In realtà, Casini, sta solo prendendo tempo. Aspetta solo di capire come evolvono gli eventi. Tentenna per sapere su quale carro salire.

E lo fa, ammettiamolo, con un suo stile: non lascia mai trasparire che gli eventi, all'appuntamento con lui, non si sono ma presentati...